Marcello Vinciguerra è un imprenditore agricolo di successo. La sua azienda, ereditata dal padre, è una tra le più importanti d’Italia. Ha una bella moglie, Ludovica, donna sofisticata e complessa, proprietaria di un negozio di arredamento e amante del lusso e del design, vive in una bella casa, conduce una vita – almeno in apparenza – piena di sicurezze. Una sera, però, un servizio televisivo dedicato a un potente boss della camorra fa riaffiorare nella sua memoria un ricordo dell’infanzia. E con il ricordo il dubbio. Quel boss era lo stesso uomo che lui e suo padre incontrarono, tanti anni prima, in mezzo a strani edifici a forma di cilindro? Chi era davvero suo padre? E quale ombra si nasconde nel passato della sua famiglia? L’inquieto affollarsi di queste domande spingono Marcello a una ricerca ossessiva della verità, che in una crescente spirale di avvenimenti – tra cui la scoperta di una misteriosa fotografia risalente ai primi anni Cinquanta e un breve viaggio in un’immaginaria cittadella camorrista – lo porterà a scontrarsi con un mondo inafferrabile e ambiguo, in cui tutti possono essere onesti o collusi, corrotti o corruttori.
Se il tono è un po' plastificato, sa di programma televisivo della Domenica pomeriggio, io cosa devo pensare? Che l'autore è bravissimo a dare quel tono al suo personaggio per qualificarlo oppure che non mi piace il modo in cui scrive? "Erano ancora molte, troppe le cose che dovevamo fare, e la sola idea che questa parentesi di vuoto potesse diventare una condizione definitiva mi faceva sentire come dentro un labirinto senza fine" pensa il protagonista davanti alla moglie in coma. E io mi chiedo. Usa un linguaggio da talk-show perchè lui, il protagonista, è un tipo da talk-show oppure perché è scritto in un modo che a me non piace?
Così, questo dubbio, si ripercuote anche sulla confezione intera della storia. Un mistero leggero, che solleva interrogativi che al protagonista piace pensare metafisici ma che non quaglia mai in un dramma, non riesce mai a farsi tragedia. E infatti si sgonfia, in un finale totalmente consolatorio. E' una struttura che non mi piace oppure un raffinatissimo sottotesto di critica alla nostra società?
Come che sia, concedendo il beneficio di inventario del raffinatissimo sottotesto, l'operazione finale resta troppo intellettuale. Oppure l'operazione non c'è e il libro resta troppo leggero: una storia ha bisogno di una tensione drammatica che qua non scatta mai.
Per chi ha letto la trama prima di tuffarsi nel libro, sa già a cosa andrà incontro e potrebbe immaginare quel che accadrà, gli sviluppi che ci saranno nella storia. Per chi, come me, (lettrice che si rifiuta ostinatamente di leggere trame e quarte di copertina, per non farsi rovinare la lettura con nessun dettaglio anticipato) ogni romanzo diventa una vera e propria scoperta. Il primo impatto con la storia è un televisore Brionvega, un modello "vintage" da installare in una casa moderna e sofisticata: attraverso questo televisore ci viene presentata la moglie del protagonista, Ludovica, la casa, la cultura, l'ambiente in cui Ludovica e Marcello (il protagonista che racconta la storia in prima persona) vivono. Un espediente che ho apprezzato immediatamente: raccontare notizie sulla famiglia attraverso un oggetto. Qui ci si inizia a porre anche le prime domande (e siamo solo alle prime pagine): si tratta di una coppia molto ricca, che dà molta importanza all'avere più che all'essere? E' una coppia felice o stanno insieme per abitudine? E' una coppia sola, senza figli, per scelta o per impossibilità? e qualunque sia la risposta che proviamo a darci a queste domande, verrà sempre naturale porsi immediatamente una seconda domanda a tutte: Perché???