Il libro presenta una selezione degli articoli scritti da Filippo Facci su "Il Giornale". Si tratta di piccoli affreschi, attraversati da sottile umorismo, sull'Italia e sugli italiani.
Che cos’è l’Effetto Facci? E’ quando capita che un personaggio pubblico di qualsiasi ambito, col quale non ti trovi per niente d’accordo politicamente, esteticamente o ideologicamente, venga attaccato in maniera massiva con un astio e una virulenza talmente grandi da indurti in qualche modo a provare simpatia e a solidarizzare con lui. La definizione – che, ça va sans dire, mi sono inventato io in questo momento – nasce, come si può facilmente capire, dalla figura del corsivista politico e critico musicale Filippo Facci. Per posizione politica e ideologica, Facci esprime spesso delle idee che sono l’opposto delle mie. Ma, per la maniera in cui viene fatto bersaglio delle peggiori offese, dei sarcasmi, del livore degli astanti, con un atteggiamento di quasi linciaggio morale (si vedano al proposito i commenti ai suoi interventi nel blog Macchianera, http://www.macchianera.net/ ) mi trovo spesso a simpatizzare e solidarizzare con lui. Ovviamente l’Effetto Facci non è limitato solo a Facci. Ci sono molti altri personaggi che in qualche misura lo suscitano: in campo letterario, ad esempio, Alessandro Baricco e Susanna Tamaro. Lo voglio dire qui una volta per tutte: autori come Baricco, Tamaro, libri come La solitudine dei numeri primi ecc. ecc. non mi esaltano. Ma i toni e gli atteggiamenti che usano i loro detrattori mi piacciono molto, molto di meno. E l’isterismo con cui vengono accolti episodi come, ad esempio, il loro inserimento nella mostra dedicata ai 150 anni dell’Italia letteraria, al Salone del Libro di Torino, lo trovo francamente ridicolo e anche un po’ patetico. Quando Facci parla di musica, peraltro, è molto facile simpatizzare con lui. Perché le cose che scrive, e il modo in cui le scrive – piano, diretto, ma spesso caustico – sono oggettivamente piene di buon senso, e ampiamente condivisibili, almeno da me. Questo libro raccoglie una serie di brevi articoli, usciti sui giornali, non tanto di critica musicale in senso stretto – parlare bene o male del tale musicista o del tale concerto – ma di critica all’ascolto e all’atteggiamento tipico dell’audiofilo, dell’ascoltatore, o del cultore di musica – o sedicente tale. Riporto qui di seguito, per il piacere dei lettori anobiani, questa splendida confutazione musicale della nostalgia per i bei tempi andati. “Li riconosci subito. Vestono in maniera ricercata. Amano affabulare indi spiegare che non vivono il loro tempo. Perché non è il loro, ti spiegano. Avrebbero prediletto un primo Settecento o un tardo o tardissimo Ottocento. E naturalmente sono appassionati di musica: certo, quelli erano tempi. Che musica, che uomini, che civiltà. Distruggeteli. Fateli a pezzi. Lasciate loro immaginare tutta la musica che abbiamo perso appunto perché il progresso non c'era. Parlategli di medicina. Raccontategli di quando Johann Sebastian Bach cadde nelle mani di John Taylor, celebre oculista ciarlatano che l'operò per due volte alla cornea. Bach fu accecato completamente. Due anni dopo, Taylor si dedicherà a Georg Friedrich Haendel: accecato anche lui. Ludwig Van Beethoven a ventotto anni aveva già subito una gravissima perdita dell'udito aggravata da farmaci sbagliati e da apparecchi meccanici introdotti da medici incapaci. Il resto della sua vita fu reso infelice da un'irriducibile diarrea e da dolori addominali. A sei anni Niccolo Paganini fu dato per morto per un semplice morbillo, e stavano per sotterrarlo vivo. Gli ultimi anni della sua vita furono orribili, torturato come fu da dolori addominali e alla faringe. Dentisti incompetenti gli estrassero tutti i denti della mascella inferiore, senza anestesia Agonizzò per dosi massacranti di mercurio e ne restò avvelenato. Altrettanto accadde con oppio e con dosi massicce di lassativi dei quali abusò, tanto che gli si restrinse l'esofago e dovette passare due ore a tavola ogni volta, col cibo sminuzzato. Sviluppò una ritenzione urinaria acuta e gli suggerirono di curarla usando dei cateteri: come conseguenza sviluppò una cistite cronica e un'orchite. Fu sottoposto a salassi con sanguisughe. Karl Maria von Weber morì di trubercolosi a soli trentanove anni. Suo figlio Alexander, grandissima promessa artistica, morì sempre di tubercolosi a soli diciannove anni. Di Mozart si sa. Di Franz Schubert un po' meno: morì di sifilide a trentuno anni. Fryedryk Chopin morì di una malattia polmonare a trentanove anni. George Bizet morì a trentasei anni. George Gershwin visse in questo secolo eppure riuscì a morire a soli trentanove anni per un tumore al cervello diagnosticato troppo tardi. Se facessero spallucce, lorsignori che vivono un tempo sbagliato, fate loro ascoltare lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi. Guardateli rabbrividire. Spiegate loro che Pergolesi a ventisei anni non c'era già più e dedicate il loro silenzio a tutta la musica che abbiamo perso.” Quest’altro brano riguarda invece la dolorosa storia di una danzatrice classica, di cui – nonostante fosse, evidentemente, una mia concittadina – non ho mai sentito parlare. "Forse le ballerine non esistono. Sono ectoplasmi. Sono figure leggiadre e volteggianti che usiamo associare al mondo mitologico o comunque a una natura che sopravvive senza di noi. Sono una proiezione dell'immaginario infantile. Sono un balocco o una bambolina o un carillon o un cartone animato. Oppure, ecco, sono le signorine discinte del sabato sera con le loro forme strabordanti e i lustrini e le trasparenze e quei corpi che usiamo associare alla natura in ben altri termini. Nella realtà non esistono. Non dite che ne conoscete una, mentireste, parlereste d'altro: di ginnaste velleitarie che affollano i negozi di Dimensione Danza, di operaie della danza contemporanea, di reginette della dance più cerebrolesa del momento, di animatrici da balera, della figlia di una vostra collega che è molto brava e promette bene, ma forse dovrà lasciare per via degli studi, che peccato. Una ballerina non può esistere; o diviene una stella - e quindi si dissolve, si vaporizza in un mondo che esiste ma che noi non vedremo mai - oppure diviene una mestierante come qualsiasi di noi. Luciana a modo suo ce l'ha fatta. L'abbiamo ritrovata in un ritaglio del Corriere della Sera del 30 settembre 1994, una di quelle pagine che metti via e non sai neanche bene perché. In quel periodo abitava a Torino in una casa di ringhiera di via Giulia di Barolo, nel centro storico. Aveva 27 anni e i capelli corti e castani e i lineamenti regolari e marcati. Era avvenente e aveva il corpo che ci si aspetta da una ballerina. Per diventarlo aveva fatto tutte le cose giuste, scuole varie, era stata allieva di un'importante coreografa, sognava ovviamente il firmamento della danza. Ma aveva una leggera forma di epilessia. E per quello - anche per quello - non aveva sfondato. Così si era dovuta accontentare di qualche squallido varietà della Rai e di fare l’insegnante nella solita scuola di danza per bimbette smorfiose e giovani signore con la cellulite e la crisi dei trent'anni. Danza: in realtà era ginnastica aerobica, o jazz o afro o vari nomi complicati. Ma lei voleva fare la ballerina, l'aveva sempre detto. Non la mestierante: la ballerina. Questo mentre le compagnie smobilitavano, e il lavoro mancava, e i giri giusti erano un miraggio se non una pazzia, per un'epilettica pur lieve. Nessun compromesso. Alla fine di settembre si chiuse nel suo appartamento, mise la catenella alla porta, indossò la calzamaglia nera e si accasciò nel suo piccolo soggiorno irrigidita nella figura della spaccata, con la testa reclinata su una gamba. Come nel finale del Lago dei cigni, ma imbottita di barbiturici. L'hanno trovata così. Perfetta." (l’articolo a cui fa riferimento Facci è questo: http://archiviostorico.corriere.it/19... ) Il capitolo più interessante, peraltro – e che non riporto perché troppo lungo – riguarda le strane vicissitudini di un rampollo della famiglia Wagner, costretto ad una vita difficile da un’eredità troppo impegnativa da sopportare, e dalle ambigue simpatie naziste di genitori e nonni.