Diciassette anni di lotta con l'anoressia e la bulimia, poi l'uscita dalla malattia e la scelta di dedicarsi alle donne che soffrivano dello stesso Fabiola De Clercq è un simbolo e un punto di riferimento per chi si occupa di disordini alimentari, e in questo libro lucido e intenso esplora i risvolti di una malattia che ormai da decenni rovina la vita di moltissime donne. Attraverso un'analisi che parte dalla propria esperienza personale e dal contatto quotidiano con migliaia di ragazze sofferenti, l'autrice indaga il profondo disagio psicologico all'origine dell'anoressia e della bulimia, esamina quella "fame d'amore" e di relazioni autentiche di cui il rapporto con il cibo diventa un surrogato e indica le terapie più efficaci per riuscire a guarire. La sua è una riflessione fondata sull'empatia e sull'ascolto, che mostra perché solo mettendo al centro i sentimenti e le storie delle singole donne è possibile aiutare chi soffre a uscire dalla propria dipendenza e a ritrovare la voglia di vivere.
Uno dei libri migliori sul tema, letto in un momento così delicato della mia vita che è riuscito a farmi piangere. L'autrice, infatti, descrive il fenomeno in maniera così dettagliata che boccheggiavo tanto mi ero immedesimata. E quando dico "descrive" non mi riferisco unicamente alla sintomatologia di anoressia e bulimia, bensì alle loro cause e conseguenze, il prima e il dopo, senza peraltro dimenticare il "durante", che si sostanzia in battute d'arresto, trappole mentali, crisi, promesse e tutti gli altri ostacoli che costellano il percorso verso la guarigione. Anche quest'ultima, tra l'altro, è intesa in maniera innovativa, in un capitolo apposito in cui si tenta di rappresentarla attraverso la splendida metafora del terreno ereditato. Ma Fabiola De Clercq non si accontenta di esplorare unicamente il rapporto fra l'io sano e l'io malato, che sfortunatamente si fanno la guerra in un'unica mente. Un'analisi completa di queste patologie non può prescindere da quella incentrata sui rapporti con gli altri (amici, famigliari, i modelli proposti dai mass media). Un'analisi che giunge alla tragica diagnosi di un disagio esistenziale prima ancora che alimentare, di cui il rifiuto o l'abbuffarsi di cibo non sono che il sintomo.
"L'anoressia è sia un metodo per riuscire a vivere sia la malattia che cancella ogni possibilità di vera vita. La ricerca del controllo assoluto conduce alla dipendenza assoluta dal sintomo, per paura di vivere si flirta con una morte che fa paura quanto la vita."
"Proprio il rifiuto assoluto, della vita e dell'altro, è il grido d'aiuto più disperato, e il mezzo estremo per diventare visibile agli occhi di chi si rifiuta di accogliere i suoi bisogni. La persona anoressica sceglie il suo sintomo per essere vista, rischia una morte che teme per esistere per l'altro. Muore per vivere, per esserci, per rendere evidente la sua disperata fame d'amore."
È soltanto ripensando le proprie relazioni che la persona anoressica potrà finalmente vedere la luce in fondo al tunnel, o almeno iniziarne a percepirne qualche raggio. Non sorprende, allora, che la De Clerq e l'ABA (Associazione Bulimia Anoressia) di Milano insistano sui benefici della terapia di gruppo.