Abbiamo partecipato ad un incontro, con la scuola, ormai molto tempo fa, per sentirvi parlare del libro. In fondo però vi avevamo sentiti parlare nel libro. Non è tanto un dialogo, né un'intervista, è più un monologo a due voci, un discorso con se stessi. Riflessioni, pensieri, citazioni sulla scrittura, sulla vita, sul passato, sulle generazioni. È un libro che scava molto più in profondità rispetto a ciò che sono abituata a leggere (e per questo ringrazio il mio professore). Dalla banalità di un discorso iniziato quasi per caso, si scivola velocemente, senza accorgersene, in un turbine di pensieri concatenati che si avventurano sempre più nei meandri della mente. Sono troppo egocentrica se non solo condivido molte di queste riflessioni, ma se addirittura credo di averle fatte a mia volta? Sono abbastanza matura per cose del genere? Forse il bello è proprio questo: i nostri pensieri possono tornare in maniera ciclica ed essere pensati da altri, in qualunque generazione e in ogni tempo, e quindi nulla è mai perduto per sempre.
Un giorno rileggerò il libro, che è breve e scorrevole, per riportare alla mente tutte quelle idee che ne sono scaturite, che appartengono solo a quei momenti, illuminazioni istantanee e fugaci come stelle cadenti.
Ora la mia domanda è una, e avrei voluto porterà direttamente ma non avrei mai avuto il coraggio, né peraltro la capacità di spiegarmi. Quanto un lettore può essere uno scrittore? Nel senso, quanto può valere l'impegno, la dedizione, la passione per la scrittura, e quanta parte deve essere puro talento? Io credo che scrivere debba essere una necessità impellente, una forza metafisica che afferra la mano e scrive da sé, infondendo alla storia vita propria, rendendola vera e credibile solo perché funziona, esiste.
Io sono sicuramente una lettrice, su questo non ho dubbi, tanto che, parallela alla linea della mia vita, esiste una linea del tempo delle mie letture, e non c'è periodo che passi senza un libro in mano. È una terapia efficace, che mi permette di riordinare la confusione nella testa. Scrivere invece è diverso. Ho sempre scritto, ma non è mai stata una necessità fino a poco tempo fa. Forse è l'adolescenza che mi mette in condizione di aver bisogno di spingere fuori tutto il trambusto nella mia anima, ma trovo di star peggiorando. Prima, ciò che nella mia mente risultava chiaro e lineare, lo era anche sulla carta. Ora scrivere rimane l'unica via per esprimere ciò che ho dentro in un modo che gli altri possano comprendere, ma risulta sempre più difficile. Non vengo più pervasa da quella forza creatrice, se non in rare occasioni, che mi rendono a dir poco entusiasta. È questa la mia paura: perdere quell'unico dono che credevo di avere, che fosse solo mio e che in pochi potessero comprendere.
Vorrei sapere in che misura è possibile imparare a scrivere leggendo. Nella mia esperienza, non tutti quelli che leggono molto poi sanno anche scrivere. Forse si può imparare in maniera accademica, schematica, innaturale, ma mi chiedo se sia poi indispensabile quella scintilla di creatività, di immaginazione, talento o follia che caratterizza le opere d'arte.