La filosofia della musica ha avuto un grande sviluppo durante gli ultimi trent'anni, in virtù degli avanzamenti fatti nella comprensione della natura della musica e della sua estetica. Peter Kivy è stato al centro di questo rinnovamento e con questo saggio ha scritto la sua summa della materia, una spiegazione delle questioni filosofiche più importanti legate al mondo musicale. La sua proposta teorica viene discussa tenendo conto della storia del pensiero musicale (da Platone e Aristotele alla Camerata fiorentina, da Kant, Hegel e Schopenhauer a Hanslick e Gurney) e attraverso il confronto argomentativo con le tesi di altri filosofi contemporanei.
Solitamente, i libri che si occupano di filosofia della musica dicono: per Pitagora la musica era questo e questo, mentre invece per Rousseau era questo e quell’altro… Difficile che qualcuno abbia, oggi come oggi, voglia di interrogarsi – partendo da un profilo, beninteso, filosofico, non psicologico o sociale – su che cosa sia la musica. Peter Kivy, l’autore di questo libro, il coraggio di rispondere a questa domanda, o almeno di provarci (1), ce l’ha; cosa che fa con adeguata mole di argomentazioni, appoggiandosi alle idee ed al pensiero di vari altri autori, ma senza mai farne un’accettazione meramente acritica. La sua risposta si chiama “formalismo allargato”, ed è basata sull’idea che la bellezza della musica non derivi dalla capacità di “descrivere” o di “rappresentare” emozioni, ma che in qualche modo susciti emozioni a causa della qualità intrinseca della sua bellezza. Fermo restando che il discorso di Kivy (che, come si capisce chiaramente, è grandemente ispirato dal pensiero formalista di Hanslick) è un po’ più argomentato di così… Molto interessanti anche le considerazioni relative all’interpretazione, al ruolo creativo dell’interprete, all’aspetto storico del rapporto tra musica scritta e musica eseguita. Sorprendente (e discutibile) anche l’approccio cosiddetto “ontologico”, affine a quello descritto per la matematica da alcuni filosofi della scienza, secondo il quale quello del musicista non è un lavoro di creazione, ma di scoperta. Un libro sicuramente da leggere se ci si interroga sulla bellezza della musica, che si sia musicisti o meno. (1) Fermo restando che non considero il “provarci” un atteggiamento sminuente; se nella conoscenza si andasse a caccia di certezze assolute e definitive non si farebbe più filosofia, bensì scienza. Per quanto, a voler essere cattivi, si potrebbe dire che oggi come oggi, tra brane, stringhe e universi paralleli, anche la scienza “prova” molto; ma per un momento facciamo finta di essere tutti buoni.
un testo fondamentale il cui punto centrale, a mio avviso, sta sulla questione del formalismo facendone una storiografia utile a qualunque tipologia di lettore, fornendo, e ciò è l'importante, i mezzi per far prendere una posizione che indubbiamente è personale. Se qualcuno mai si avvicinerà a quest'opera mi piacerebbe che prima rispondesse a questa domanda: Dove sta l'emozione nella composizione? Mi piacerebbe ricevere una risposta prima ed una risposta dopo che è stato letto, e magari un'altra dopo altre letture e altri ascolti. Un po' come con Adorno, mi pare inevitabile dopo filosofia della musica chiedere "Stravinskij o Schoenberg?". In ogni caso la vera ed unica pecca sta nella costante ripetizione di ogni concetto che rende il tutto inutilmente complesso in parti che necessitano di una maggiore chiarezza, ma sono mere questioni tecniche queste suppongo