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Vivere altrove

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«"Esistono esperienze, scrive Elias Canetti ne La lingua salvata, che traggono la loro forza dalla situazione di unicità e isolamento in cui vengono a compiersi". Questa esperienza io la feci a Niederhausen. Non era città, non era campagna, non era in una bella valle operosa: era l'ultimo fanalino del mondo». Stabilitasi in Germania alla fine degli anni Cinquanta, per seguire il marito, dirigente d'azienda, Marisa Fenoglio non conosce la disperazione degli emigranti del Sud, spinti dalla necessità del vivere a trovare lavoro al di là delle Alpi. La sua - così la definisce in Vivere altrove - è una emigrazione «privilegiata, facile». Ma non meno lacerante in questo racconto tra autobiografia e romanzo è il senso di sradicamento e la ricerca, mai appagata, dell'appartenenza. «Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo. Il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L'emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia e a ogni ritorno constaterà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti».

208 pages, Paperback

First published January 1, 1997

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Displaying 1 - 6 of 6 reviews
Profile Image for Gaetano Laureanti.
491 reviews74 followers
July 23, 2017
Ho letto questo libro autobiografico con la recondita curiosità di uno che, come l’autrice, è stato indotto da motivi di lavoro a “vivere altrove”.

Marisa Fenoglio, sorella del più famoso Beppe, si trasferisce giovanissima in Germania, a seguito del marito, nel 1957; anni in cui il ricordo della guerra è ancora ben presente nelle memorie degli italiani e dei tedeschi.

La sua è certamente una situazione privilegiata, sia dal punto di vista economico che da quello, per così dire, sociale; il marito (rampollo di quella che credo sia una delle famiglie più ricche d’Italia) diventa infatti una figura di riferimento per la comunità del piccolo paese dove impianta una nuova fabbrica, ma non basta questo per superare quel suo senso di estraneità che ben riesce a trasmetterci nei primi capitoli.

E le parole che legge su un vecchio cartello in una fabbrica di munizioni abbandonata:

UNBEFUGTEN ZUTRITT STRENGSTENS VERBOTEN (ingresso severamente vietato ai non autorizzati)

diventano, nel corso della narrazione, il simbolo metaforico di questa estraneità dovuta principalmente alla lingua, alla cultura, al modo di pensare. Estraneità che verrà solo parzialmente colmata nel corso degli anni.

Fin dagli albori della mia permanenza in Germania sapevo che non avrei mai voluto essere tedesca, ma avevo anche creduto, con gli anni, di essere diventata competente, di aver decifrato il decifrabile di quel cartello “UNBEFUGTEN ZUTRITT STRENGSTENS VERBOTEN”, quindi di essere alla pari, autorizzata ad addentrarmi in cose tedesche, potermi comportare come se…. Invece … L’emigrazione non finisce mai.

La lettura di questo libro, scritto con uno stile chiaro e raffinato, ha alternato momenti interessanti, la musica, il canto nel coro, la scoperta di tante parole tedesche (che fatica per me capirle, dato che ho letto il libro cartaceo durante una vacanza), i confronti (scontri?) culturali, con momenti un po’ noiosi ed un finale che mi è sembrato monco.

La figura del marito, padre, manager e uomo… perfetto, mi è stata antipatica quasi subito (nonostante le intenzioni dell’autrice) mentre lei mi ha suscitato impressioni molto variabili, a volte positive, altre meno (come tutto il racconto d’altronde).
Profile Image for Chiara.
76 reviews3 followers
December 22, 2021
"Una lingua può diventare patria"

Adatto a tutti, Vivere Altrove è il libro che ogni emigrante dovrebbe leggere. Ambientato tra gli anni '50 e '80, è la storia autobiografica dell'autrice, che racconta il suo espatrio dalla città italiana di Alba alla Germania del dopoguerra. Oltre ad essere un puro spaccato di storia, offre una visione davvero completa di cosa significhi davvero essere un'espatriato, sebbene "privilegiato" come l'autrice e la sua famiglia.
Vivere Altrove lascia trasparire perfettamente il significato di "lingua come barriera" che però può diventare "patria" una volta che la si padroneggia. Ben descritta inoltre la costante sensazione dell'emigrante di essere sempre "in bilico tra due mondi", costantemente straniero all'estero ma ormai disinteressato ai fatti italiani una volta rientrato in patria. Tra i personaggi, è interessante osservare la spiccata differenza tra l'italiano perfettamente integrato e colui che, al contrario, non apprezza nulla del paese adottivo. Vengono descritti con minuzia gli screzi culturali, le difficoltà linguistiche, il lento e complesso processo di integrazione che alla fine riesce a compiersi, rendendo finalmente "più tedesco" il personaggio dell'emigrante.

Molto attivi e briosi i primi capitoli, mentre verso la metà del libro la narrazione diventa un po' più noiosa e ampollosa. Sarebbe utile aggiungere delle note a margine con la traduzione dei dialoghi in tedesco, sebbene "a senso" si riesca vagamente a capirli.
Profile Image for Marina.
899 reviews185 followers
February 25, 2024
Nel 2011 sono andata in Lussemburgo con in tasca un contratto di lavoro a tempo indeterminato, pensavo di restarci “per tutta la vita” (o quasi), invece me ne sono andata dopo due anni. Resta comunque il fatto che sono molto interessata alle testimonianze di chi “vive altrove”, come recita il titolo di questo libro. Perciò ho letto con molto piacere questo libro di Marisa Fenoglio.

Marisa Fenoglio se n’è andata dalla sua Alba nel 1957, al seguito del marito che veniva mandato dalla sua ditta in una neonata succursale di Niederhausen come dirigente. Un’emigrazione dunque lontana da quella quasi coeva dei Gastarbeiter, un’emigrazione che potremmo definire di lusso, sebbene molti dei problemi, primo tra tutti quello dell’appartenenza, restino simili se non uguali.

Niederhausen è, a detta dell’autrice, «l’ultimo fanalino del mondo», un posto che non è città né campagna, ma più vicino comunque al nostro concetto di campagna. L’autrice ci narra la storia della sua permanenza in Germania, con tutte le vittorie e le sconfitte del caso, con tutti i problemi, le preoccupazioni, ma anche le gioie. Una permanenza segnata dalla musica, che avvicina Marisa alla Germania con le note di Bach, Beethoven e gli altri grandi compositori tedeschi. Una permanenza durante la quale l’autrice arriva a comprendere che «la patria non è solo una terra, un paesaggio, una famiglia, la patria è soprattutto una lingua». Come hanno compreso molti altri grandi autori prima di lei, certo, ma è un concetto sempre interessante. Penso ad esempio a Elias Canetti, autore che Fenoglio cita un paio di volte rendendogli esplicito omaggio, il quale fece del tedesco la propria patria.

Interessante anche una conversazione che l’autrice ha con un poliziotto, con il quale parla della Sehnsucht, questa parola tedesca intraducibile in italiano, che indica la nostalgia ma anche il desiderio, l’anelito, lo struggimento. Da questa conversazione l’autrice arriva alla conclusione che ogni lingua ha le proprie parole intraducibili perché in sé perfette, e rende infine omaggio ai traduttori:

«Io provo rispetto per i grandi traduttori», esclamai allora. «Tradurre gli apici di una lingua in apici di una seconda, è come librarsi nel vuoto per passare dalla cima del Monte Bianco alla punta del Cervino. Pochissimi ci riescono. Il grande traduttore è un essere solitario che sa stare a grandi altezze, è quel ponte sospeso nel vuoto, su cui l’umanità si appoggerà per attingere alla bellezza delle vette. […]»


Inutile dire che, vista la mia professione, io provo grande rispetto per tutti i traduttori, non solo quelli grandi e non solo quelli che traducono gli apici di una lingua negli apici di una seconda, ma per tutti coloro che traspongono concetti in altri concetti.

Un libro, insomma, piacevole, sebbene non sia esente da pecche, come ad esempio il finale un po’ “tagliato con l’accetta”. Lo consiglio a tutti coloro che siano interessati alla vita vissuta altrove, a capire cosa si prova, che problemi si affrontano, sebbene in questo caso il punto di vista sia sicuramente quello di una persona privilegiata.
Profile Image for Susanna Beltrame.
124 reviews
October 18, 2021
Vita e pensieri di una (ricca) emigrante in Germania dagli anni '50 agli anni '80. Aspetti che solo chi ha vissuto almeno in parte all'estero può forse capire fino in fondo... Libro ben scritto, con alcuni passaggi molto sagaci, soprattutto sul rapporto tra lingua e identità culturale di un popolo. Nell'insieme risulta però tutto un po' troppo scollato, e gli altri temi affrontati nel libro non sono affrontati con la stessa profondità ed efficacia del dilemma identitario di vivere con due patrie.
Profile Image for Giulia.
8 reviews
July 5, 2022
Ho letto questo libro anni dopo aver avuto il piacere e la fortuna di ascoltare dal vivo Marisa Fenoglio, durante un incontro all’università. Le sue parole mi hanno avvicinata tanto alla sua vita, alle sue esperienze, che per motivi personali ho sentito, in piccolissima parte, anche mie. Alla prima parte del libro avrei dato 4 stelle, mi sono immersa totalmente nelle sensazioni e nel suo racconto, purtroppo però la seconda parte non mi ha emozionata né incuriosita altrettanto quanto la prima, per questo motivo ho dato 3 stelle.
78 reviews3 followers
January 2, 2017
Marisa Fenoglio racconta la sua vita in Germania, dove si trasferisce giovanissima, seguendo il marito che apre in un paesino anonimo la filiale di una ditta destinata a diventare enorme (non è mai nominata, ma è la Ferrero). Belle le descrizioni della Germania viste con gli occhi un po’ nostaligici di un’emigrante (seppur, ovvio, di lusso). Un libro interessante per chiunque si trovi a vivere altrove, perché parla del rapporto con le proprie radici e con la realtà che ci accoglie. Ancora più interessante per chi vuole capire alcune cose sulla Germania. A volte ci sono delle semplificazioni ma non sono mai troppe e sono comunque espresse con un certo pudore e un tono riflessivo che rifugge generalizzazioni quando descrive le proprie opinioni. Un po’ noiosi alcuni capitoli.
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