Lei era Giuseppina Mancini –Giusini- contessa infelice di marito beone e fedifrago. Non particolarmente bella, né colta, né brillante. Lui era il Vate.
Tutto cominciò la notte dell' 11 febbraio 1907, alla Capponcina (la villa toscana di D’Annunzio), dopo una corte durata più di un anno.
Una data fatale che ricorrerà nella vita del Vate sino alla fine.
Lo stesso giorno, undici anni dopo, D’Annunzio piloterà -pensando a lei- il Mas della Beffa di Buccari.
Trentun anni dopo, stesso giorno, prossimo a morire, rievocherà quei «ricordi dolci e laceranti, la mia ultima felicità».
Fu una storia-calco delle tante avventure dannunziane. Corte serrata, piccoli doni e soprattutto lettere, una montagna di lettere.
Eppure qualcosa di speciale deve aver rappresentato, se D’Annunzio riesce a trarsela dietro sino alla morte. E quel qualcosa di speciale credo consista nel fatto che l'avventura con Giusini si conclude nel più dannunziano dei modi: marito e padre di lei sul piede di guerra; insormontabili sensi di colpa e –soprattutto- la follia finale.
Impazzisce, Giusini, e deve essere internata, dopo una rocambolesca fuga dalla casa di lui. Che potrebbe salvarla, ma arriva con dieci minuti di ritardo per un banalissimo guasto alla macchina.
L’epistolario-diario raccoglie tutta la vicenda, che appare discretamente veritiera, pur considerando il gusto per l’autocelebrazione del Nostro.
Oggi il carteggio completo, che sembrava andato disperso, fa parte del patrimonio del Vittoriale. Col carteggio sono ricomparse, l’11 febbraio –secondo una tradizione inaugurata dal Vate- le undici salve di cannone sparate dai bastioni sul Garda.