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Testi di Michele Mari > "Le fonti del mondo", un racconto di MM

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message 1: by Schnier (last edited Sep 27, 2021 10:16AM) (new)

Schnier | 213 comments Mod
LE FONTI DEL MONDO
di Michele Mari

William Shakespeare, Romeo e Giulietta
«No, se pinne o artigli sono queste, e non mani, se altro è il nome mio che Romeo, allora questa notte non ti ho pensata»

Giacomo Casanova de Seingalt, Storia della mia vita
«… poi, per quella notte, non la pensai più»

Marcel Proust, La fuggitiva
«… così, se alla fine ero riuscito nell’intento di non pensarla per una notte, ero destinato a pensarla per tutte le notti che si sarebbero seguite in quell’estate, e poi ancora per parte dell’autunno, a Parigi»

NO, STANOTTE AMORE NON HO PIÙ PENSATO A TE

*

Edgar Allan Poe, Gordon Pym
«Fu solo dopo molto tempo, quando aprii gli occhi su tutto quel bianco…»

Jack London, La legge del ghiaccio
«Aprì gli occhi, e non capì subito. Poi, appena la ferita alla gamba…»

Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel
«Riaprii gli occhi: tutt’intorno a me non si vedeva altro che…»

HO APERTO GLI OCCHI PER GUARDARE INTORNO A ME

*

Giordano Bruno, De l’infinito Universo et Mondi
«… perciocché il movimento del nostro mondo è pur poca cosa appo il moto del sole, e idem di quello entro il rotar delle galassie, e di tutti li cieli, e di quelli altri che non cieli, ma “cieli” per defetto di lingua eziandio nomansi, attorno ad essi volvonsi»

René de Chateaubriand, Il genio del Cristianesimo
«Fu allora che quel grande titano colse nella rotazione del suo e nostro pianeta il sorriso d’Iddio, che lo compativa nel momento stesso in cui lo rivestiva di una patina d’oro…»

Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara
«… mentre tutto continuava a girarmi attorno, sempre più vorticosamente, finché lo stregone…»

E INTORNO A ME GIRAVA IL MONDO COME SEMPRE

*

Fiabe italiane trascritte da Italo Calvino
«Gira gira mondo intonò il calzolaio, e di colpo la casetta… »

Dino Buzzati, L’ora del babau
«… il girotondo stava volgendo al termine, quando Tommasino…»

Stephen King, Quell’ultima cosa
«…ricordi, Teddy? Giro giro tondo, non sei contento? È tornata a girare ora, solo per te…»

GIRA IL MONDO GIRA

*

Gottfried Wilhelm von Leibnitz, Physica nova
«… e come è della quantità più piccola, che nondimeno non possa essere ulteriormente suddivisa, così è della più grande, che di estensione in estensione…»

Howard Phillips Lovecraft, L’orrore di Dunwich
«… mentre la sua anima gli veniva strappata per essere scaraventata nell’orrore di un abisso senza fine, dove LORO…»

Robert Sheckley, Gli orrori di Omega
«…oltre, e poi oltre, nell’orrore di uno spazio senza fine…»

NELLO SPAZIO SENZA FINE

*

Stendhal, De l’amour
«Non peraltro avviene sovente che dopo la fine di un amore l’immagine dell’amata torni a visitarci intatta, così come ci si era presentata all’inizio di quell’amore»

Fabrizio De André, Ballata dell’amore nero
«e quando / capirai / che gli amori appena nati / sono amori già finiti…»

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
«… che è poi la mise en abîme del paradosso per cui l’inizio e la fine di un amore…»

CON GLI AMORI APPENA NATI CON GLI AMORI GIÀ FINITI

*

John Steinbeck, Furore
«… ma a Salinas avrebbe ancora e sempre incontrato gente come lui, con le sue misere speranze, le sue piccole gioie, i suoi dolori, e la stessa illusione: che ci fosse una valle, qualche miglio più in là, dove una cassetta di pesche fosse pagata mezzo centesimo in più»

Albert Camus, Il primo uomo
«… sentivo che le generazioni, con tutte le loro gioie, tutti i loro dolori…»

Cesare Pavese, La luna e i falò
«… sì, la gioia e il dolore di quella gente, uomini come Nuto di cui mi sapevo fratello»

CON LA GIOIA E COL DOLORE DELLA GENTE COME ME

*

Joseph Conrad, Lord Jim
«… come se il suo sguardo si fosse posato su di lui per la prima volta, prima che tutto avesse inizio…»

Franz Kafka, Nella colonia penale
«Era il tenente: ma al tempo stesso era un altro uomo, perché ora per la prima volta lo stava considerando non in sé, ma in relazione alla macchina»

Raymond Chandler, Marlowe indaga
«La guardò solo dopo il terzo scotch. Nuda, sfigurata da quella violenza bestiale, non era più lei, ma una estranea»

SOLTANTO ADESSO IO TI GUARDO

*

Giacomo Leopardi, Le ricordanze
«… ismisurato / arcano e silenzioso, in che smarrìasi / il pensier mio…»

Alphonse de Lamartine, La Notte
«Nel tuo silenzio, o Notte! / mi perdo e mi ritrovo / e poi mi perdo / e mi ritrovo: / non sia che l’alba, hélas! / mi colga ritrovato»

Eugenio Montale, Libeccio a ponente
«cigola lo zinco fucinato / nel silenzio in cui sperdi il tuo contorno»

NEL TUO SILENZIO IO MI PERDO

*

S. Caterina da Siena, Lettere
«… ma anche al colmo dell’estasi, mentre il tuo spirito mi invade, io resto il nulla che di nulla è fatto, e il mio nome è: testimonianza»

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
«Ascoltami Aljosa: io non sono niente per la Russia, niente, hai capito?»

Thomas Mann, La morte a Venezia
«Capì che la sua cultura, la sua memoria, la sua altissima tradizione, tutto ciò che aveva sempre considerato come il suo mondo e la sua identità, non erano niente di fronte a quella pelle liscia e a quei riccioli biondi»

E SONO NIENTE ACCANTO A TE

*

Dante Alighieri, Paradiso
«e tutto involve in sempiterno moto»

Francesco Guicciardini, Ricordi
«Ché a ragion potrebbesi comparare questo mondo a una trottola che mai spegnesse suo moto, tanti e di tal fatta sono gli accadimenti che…»

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore
«nell’incessante lavorìo delle terre, dai secoli, a germinare! di tra quarzi e piriti, senza pausa o riposo, mai»

IL MONDO NON SI È FERMATO MAI UN MOMENTO

*

S. Giovanni, Apocalisse
«… e verrà a gran falcate un cavaliere pallido e nessuno riuscirà a sfuggirgli, come la sera del giorno non può sfuggire alla notte…»

Brigham Young, Il Libro di Mormon
«Tremate! Perché io vi dico: ci sarà il giorno, ma poi verrà la notte: e vincerà»

Cormac McCarthy, Cavalli di notte
«… perché anche quel giorno, come tutti i giorni che dall’inizio dei tempi avevano illuminato quella sabbia, era inseguito dall’incubo della propria notte…»

LA NOTTE INSEGUE SEMPRE IL GIORNO

*

Vangelo secondo Matteo
«Ma ecco io vi dico che verrà il Giorno che ogni vostro peccato vi sarà pesato a stadera e cribrato a setaccio»

François Villon, Ballata degli impiccati
«Verrà il mattino / e il corvo porterà con la cornacchia / a banchettare delle vostre carni…»

Primo Levi, Se questo è un uomo
«Il giorno in cui gli uomini deporranno la spada, quel giorno, anche quando ci si rivela come risibile utopia, non dobbiamo mai smettere di custodirlo dentro il nostro cuore come un pegno»

ED IL GIORNO VERRÀ

*

NO, STANOTTE AMORE NON HO PIÙ PENSATO A TE
HO APERTO GLI OCCHI PER GUARDARE INTORNO A ME
E INTORNO A ME GIRAVA IL MONDO COME SEMPRE
GIRA IL MONDO GIRA
NELLO SPAZIO SENZA FINE
CON GLI AMORI APPENA NATI CON GLI AMORI GIÀ FINITI
CON LA GIOIA E COL DOLORE DELLA GENTE COME ME
SOLTANTO ADESSO IO TI GUARDO
NEL TUO SILENZIO IO MI PERDO
E SONO NIENTE ACCANTO A TE
IL MONDO NON SI È FERMATO MAI UN MOMENTO
LA NOTTE INSEGUE SEMPRE IL GIORNO
ED IL GIORNO VERRÀ


[Racconto successivamente incluso nella raccolta "Le maestose rovine di Sferopoli", Einaudi 2021]


message 2: by Schnier (new)

Schnier | 213 comments Mod
Il racconto è stato pubblicato su "Vanity Fair" del 20 agosto 2014, numero 33.


message 3: by Schnier (new)

Schnier | 213 comments Mod
LE FONTI DEL MONDO DI MICHELE MARI
di Antonella Falco

Pensate al centone della tarda letteratura greca e latina, o se preferite, al suo derivato postmoderno, il pastiche. Pensate a Roland Barthes secondo cui «ogni testo è una nuova tessitura di passate citazioni». Pensate all’intertestualità teorizzata alla maniera ‘ortodossa’ da Julia Kristeva o riconsiderata alla maniera di Chambers e di Riffaterre secondo i quali il rapporto intertestuale è da considerarsi più in relazione ai lettori che alla produzione del testo: sarebbero i lettori, infatti, e non gli autori, a individuare i nessi di affinità tra i vari testi, a farli dialogare gli uni con gli altri, a intuirne i legami più o meno nascosti. Pensate infine alle potenzialità combinatorie e agli infiniti accostamenti resi possibili dall’utilizzo informatico degli ipertesti. Pensate a tutto questo e avrete l’orizzonte formale entro cui collocare Le fonti del mondo, il racconto sui generis nato qualche mese fa dalla penna geniale di Michele Mari e pubblicato la scorsa estate su Vanity Fair. Il mondo è quello cantato da Jimmy Fontana nella omonima canzone del 1965. Tutto il resto, ossia le fonti, deriva da quel meraviglioso labirinto di luoghi letterari, citazioni, sogni, incubi, storie e ossessioni che da sempre si agitano irrequieti e fecondi nella mente visionaria di Michele Mari: un centone essa stessa, a ben vedere, un collage di pagine e pagine di autori antichi e moderni, italiani e stranieri, rimescolati e ricombinati all’infinito in opere ogni volta originali e tuttavia già classiche.

Le fonti del mondo prendendo spunto dalla canzone di Fontana individua per ciascun verso tre ipotetiche fonti, tre piccoli brani dalla più svariata provenienza che in modo autonomo e nondimeno pertinente esprimono un analogo concetto. Nella concezione di Mari «le tre “fonti” di ogni verso non sono in alternativa fra di loro, ma cooperanti, come se il verso in questione nascesse alla loro intersezione-convergenza». Eccone un esempio:

William Shakespeare, Romeo e Giulietta
«No, se pinne e artigli sono queste, e non mani, se altro è il nome mio che Romeo, allora questa notte non ti ho pensata»

Giacomo Casanova de Seingalt, Storia della mia vita
«…poi, per quella notte, non la pensai più»

Marcel Proust, La fuggitiva
«…così, se alla fine ero riuscito nell’intento di non pensarla per una notte, ero destinato a pensarla per tutte le notti che si sarebbero seguite in quell’estate, e poi ancora per parte dell’autunno, a Parigi»

NO, STANOTTE AMORE NON HO PIU’ PENSATO A TE

Le fantomatiche fonti si susseguono verso dopo verso chiamando in causa Edgar Allan Poe, Jack London, Adolfo Bioy Casares, Giordano Bruno, René de Chateaubriand, Antonin Artaud, Italo Calvino, Dino Buzzati, Stephen King, Gottfried Wilhelm von Leibnitz, Howard Phillips Lovecraft, Robert Sheckley, Stendhal, Fabrizio De André, Roland Barthes, John Steinbeck, Albert Camus, Cesare Pavese, Joseph Conrad, Franz Kafka, Raymond Chandler, Giacomo Leopardi, Alphonse de Lamartine, Eugenio Montale, S. Caterina da Siena, Fedor Dostoevskij, Thomas Mann, Dante Alighieri, Francesco Guicciardini, Carlo Emilio Gadda, S. Giovanni, Brigham Young, Cormac McCarthy, il Vangelo secondo Matteo, François Villon, Primo Levi.

L’elenco è di quelli che fa tremare le vene ai polsi, ma il gioco combinatorio e l’enormità di questi voli pindarici certamente non sorprende i più affezionati lettori di Mari, ormai da tempo edotti a vedere nel loro scrittore preferito una sorta di ventriloquo che estrae da sé voci altrui con stupefacente naturalezza.
Quello descritto fin qui è tuttavia solo l’orizzonte formale del testo, il semplice impianto strutturale: ma dietro l’ossatura citazionistica, dietro il pretesto ‘nazionalpopolare’ della canzone di Jimmy Fontana, dietro lo sfoggio erudito qual è l’intima scintilla che ha risvegliato il demone dell’ispirazione marista?

Certo non è dato sapere la scaturigine profonda dell’estro creativo dell’autore, nota a lui soltanto e conoscibile da pochi, ma chi ha dimestichezza con i processi narrativi dello scrittore milanese riesce senza troppa difficoltà a intuirne anche i processi mentali. Mi viene allora da pensare che quanto affermato da Gianfranco Contini a proposito della mescolanza, nella lingua letteraria dell’amico Carlo Emilio Gadda, di tecnicismi arcaismi e dialettismi, ossia che tale pastiche di linguaggi non sia altro che il palesarsi di una commistione «di risentimento, di passione e di nevrastenia», sia applicabile anche al presunto divertissement congegnato da Mari in questo racconto. Come dire che se chiodo scaccia chiodo, ossessione scaccia ossessione e quello che di primo acchito sembra un semplice divertimento letterario può nascondere invece un occulto malessere: può essere un gioco erudito dietro cui celare una segreta inquietudine, un oscuro turbamento, il quale se non può essere eliminato può almeno trovare una ‘distrazione’ letteraria, una cristallizzazione su carta e quasi uno smemoramento di sé nello stemperarsi di un’ossessione nell’altra: quella personale e privata in quella letteraria condivisibile col pubblico dei lettori.

D’altronde più volte Mari ci ha avvisati che più la materia si fa intima e incandescente, a tratti scabrosa, più questa viene trattata attraverso le pinze formali del mascheramento, dell’erudizione, del gioco colto e citazionistico. E d’altra parte, sono parole di Mari, «la letteratura libera l’inconscio e più lo libera quanto più è sorvegliata».

Quanto allo spunto mediato dalla cultura “pop”, in tal caso la canzone di Jimmy Fontana, bisogna dire che il più colto, inattuale ed elitario scrittore che abbiamo oggi in Italia non è nuovo ad occasioni di questo genere. Scorrendo la sua bibliografia infatti ci imbattiamo in altri titoli, soprattutto di racconti, che si ispirano a un immaginario musicale e cinematografico non alieno alla cosiddetta “cultura di massa”. In Tu, sanguinosa infanzia è presente il racconto L’uomo che uccise Liberty Valance che nel titolo chiama in causa l’omonimo film del 1962 diretto da John Ford, con John Wayne e James Stewart. In Fantasmagonia, la sua ultima raccolta di racconti uscita nel 2012, gli esempi si moltiplicano: si va da Non aprire quella porta il cui titolo si riferisce chiaramente alla nota saga horror e il cui testo è tutto costruito facendo riferimento a film horror e thriller (bastano le prime sei righe a darvene un’idea: «Non aprire quella porta. E io la apro. Non varcare quella soglia. E io la varco. Non nuotare nel mare di Amity. E io ci nuoto. Non andare ad Amityville. E io ci vado. Non accogliere l’husky nella base artica. E io lo accolgo. Non fermarti nel motel di Norman Bates. E io mi fermo. Non scegliere la camera 237 dell’Overlook Hotel. E io la scelgo») a Johnny Concho, che cita l’omonimo western del 1965 diretto da Don McGuire e interpretato da Frank Sinatra. Si prosegue con Tre postille a un soffitto viola, ovviamente quello della canzone Il cielo in una stanza di Gino Paoli e si arriva a L’ultimo buscadero, racconto il cui titolo cita quello del film di Sam Peckinpah con Steve McQueen girato nel 1972.

Non va dimenticato inoltre che le Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono un canzoniere amoroso nato da un’esperienza autobiografica ma modellato secondo uno spunto tratto dal film Ladyhawke diretto nel 1985 da Richard Donner con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer, film ambientato nella Francia del XIII secolo (sebbene quasi totalmente girato in Italia) e incentrato sulle peripezie degli amanti Etienne Navarre e Isabeau d’Anjou che una maledizione scagliata da un malvagio vescovo, geloso del loro amore, ha condannato ad essere falco lei di giorno e lupo lui di notte, «sempre insieme, eternamente divisi» perché mai contemporaneamente in forma umana.

Una menzione a parte merita il romanzo Rosso Floyd che ripercorre l’epopea floydiana, e in ispecie barrettiana, tra realtà storica e folgoranti intuizioni al limite del soprannaturale.

Dunque uno scrittore iperletterario come Michele Mari supera brillantemente l’annosa dicotomia tra alto e basso non solo traendo ispirazione da materiali generalmente catalogati come popolari e di largo consumo – che riesce a trasformare in raffinati giochi da esteta – ma anche attingendo ai generi, alle forme, ai modi di quella letteratura d’appendice, si pensi all’ultimo Roderick Duddle, di fronte alla quale i critici più trincerati su posizioni accademiche storcerebbero il naso. Forse perché la dicotomia tra alto e basso in letteratura è solo una pedante invenzione di esegeti troppo miopi per capire che l’unica vera opposizione degna di essere presa in esame è quella tra libri scritti bene e libri scritti male? Ad ogni modo mi tornano in mente le parole con le quali Italo Calvino nel 1985 inizia il suo saggio introduttivo all’edizione francese di Centuria di Giorgio Manganelli. Per presentare ai lettori di Francia l’autore che tanto ammirava, Calvino esordisce così: «Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee…» Ho sempre pensato che queste parole descrivano alla perfezione anche Michele Mari: la letteratura italiana ha uno scrittore che può permettersi il lusso di parlare con le parole di chi più gli aggrada e tuttavia di non assomigliare a nessun altro che a se stesso. Da vent’anni in qua, o poco più.


(Pubblicato su "Nazione Indiana" il 22 gennaio 2015)


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