pianobi: Lettere da Vecchi e Nuovi Continenti discussion

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message 1: by piperitapitta (last edited May 16, 2018 12:44PM) (new)

piperitapitta (lapitta) | 3254 comments Mod
Scomparso il 14, mai letto nonostante abbia sempre desiderato farlo, i miei unici punti di contatto con lui sono l'espressione "radical chic", da lui coniata, e il film Il Falò delle Vanità di Brian De Palma.


message 2: by John Dispitto (new)

John Dispitto | 37 comments Oltre al "Falò delle vanità" a me è piaciuto molto anche Un uomo vero...


message 3: by Mario_Bambea (last edited May 16, 2018 08:34AM) (new)

Mario_Bambea | 2110 comments il film è un fiasco colossale (anche i grandi sbagliano) ed ha ben poco a che fare con il libro, che è invece una pietra miliare della letteratura USA.

L'espressione "radical chic" è stata in effetti introdotta da lui, ma in un contesto e con significati alquanto diversi della squallida volgarizzazione ignorante che regna in Italia (tipicamente chi usa tale espressione ha sempre ignorato l'esistenza di Wolfe).
consiglio la lettura di questo articolo del (sempre) ottimo Il Post:

https://www.ilpost.it/2014/08/29/radi...

Tornando al libro: è una opera-fiume, racconto epico sulla vittima sacrificale di una intera società marcia e orribile.
Wolfe scrive bene e gestisce abilmente i vari registri, sbavando un pò nelle parti grottesche e lasciando traspirare un astio per i liberal americani che a volte penalizza la scrittura stessa.

Tutto sommato, però, mi è sembrato un ottimo libro che però invecchia male e del quale sentiamo già la distanza con il nostro tempo presente - forse sarà un documento storico che racconta di quando "i liberal regnavano indisturbati su Manhattan"....


message 4: by Catoblepa (new)

Catoblepa (Protomoderno) | 3942 comments Mod
Habemus_apicellam wrote: "il film è un fiasco colossale (anche i grandi sbagliano)."

Quindi figuriamoci De Palma.

Habemus_apicellam wrote: "L'espressione "radical chic" è stata in effetti usata da per lui, ma in un contesto e con significati alquanto diversi della squallida volgarizzazione ignorante che regna in Italia "
Totalmente d'accordo.


message 5: by piperitapitta (new)

piperitapitta (lapitta) | 3254 comments Mod
Catoblepa wrote: "Habemus_apicellam wrote: "il film è un fiasco colossale (anche i grandi sbagliano)."

Quindi figuriamoci De Palma.

Habemus_apicellam wrote: "L'espressione "radical chic" è stata in effetti usata d..."


Quanto siete aggressivi!
Lo so persino io che l'accezione data da noi italiani è diversa da quella coniata da Wolfe. Fossero solo questi gli ignoranti :-)


message 6: by Mario_Bambea (new)

Mario_Bambea | 2110 comments piperitapitta wrote:
Fossero solo questi gli ignoranti :-)





message 7: by Sarag22 (new)

Sarag22 | 248 comments Ho letto Il falò delle vanità molti e molti anni fa. Me lo ricordo come un libro scritto proprio bene, in cui ti sembra che chi lo ha scritto non abbia fatto nessuna fatica, eppure capisci che deve averla fatta per padroneggiare una storia così ampia e ricca di dettagli.
Quando era appena uscito, avrei voluto leggere Io sono Charlotte Simmons, ma le recensioni erano così tiepide che alla fine non l'ho letto.


Paolo del ventoso Est (paolodelventosoest) | 363 comments Mod
Ho amato molto Il falò delle vanità (sebbene la sua lettura mi ricorda un periodo molto amaro). Autore intelligente e forse un po' sottovalutato in Italia.


message 9: by Tittirossa (new)

Tittirossa | 2129 comments io purtroppo ho iniziato con Charlotte e li mi sono fermata


message 10: by ferrigno (new)

ferrigno | 1598 comments Mod
Premesso che faccio evidentemente parte del gruppo dei caproni per aver dato del radical chic ad amici che sembravano cumulare tutte le sticchierie possibili tipo:

-rifiuto assoluto di possedere un mezzo a motore
- staccare le etichette di carta dal vetro con lunghi bagni in acqua tiepida
- consumare solo cereali antichi
- mai PD
- coltivare l'hobby della maglieria e ricamo (lana peruviana fairtrade, naturalmente)
- comprare solo cose artigianali (MAI GRANDE DISTRIBUZIONE!)

di preciso, qual è il significato originario dell'espressione?

:-)))


message 11: by Chomsky (new)

Chomsky (nchomsky) | 109 comments Una delle ultime interviste a Tom Wolfe:

Parafrasando quel che si diceva del celebre cowboy cinematografico, Tom Wolfe è uno scrittore dotato di due espressioni: con macchina da scrivere e senza. In quest’ultima configurazione coincide perfettamente con la sua iconografia, comprensiva di completo bianco d’ordinanza, ghette bicolori e altri vezzi da dandy. Nel corpo a corpo solitario con la pagina, invece, si trasforma in un attaccabrighe sempre pronto a menare le mani. «Odio dirlo ma David McDaniel ha l’aspetto e il comportamento più diabolici che abbia mai visto. Assomiglia al tipico giappo dei fumetti» scrive ai genitori, circa un compagno di classe, alla feroce età di dodici anni. A ventisei il preside di Yale rifiuta la prima versione della sua tesi di dottorato sulle «influenze comuniste sugli scrittori americani dal 1928 al 1942» perché, oltre a prendersi delle libertà sui fatti, «tende costantemente alla denigrazione». A trentanove anni vara e affonda, in un colpo solo, la categoria dei radical chic.
Oggi quest’uomo apparentemente mitissimo, inchiodato sul divano del salotto Art déco da un’artrosi spietata, con uno Steinway a coda sovrastato da quattro finestre spettacolari su Central Park, ha riservato il suo trattamento scarnificante a Noam Chomsky, forse il più grande linguista di tutti i tempi («Ha traslocato la materia dagli studi sul campo all’Olimpo dell’accademia. Come se non bastasse ha dato ai suoi colleghi il permesso di lavorare al fresco dell’aria condizionata»). Già che c’era, sul ring con il quasi coetaneo (172 anni in due), ha trascinato anche Charles Darwin: «La selezione naturale convince quando parliamo di animali ma, per gli uomini, non supera i cinque criteri standard del metodo scientifico». Questa coppietta di avversari da niente avrebbe sulla coscienza soprattutto il non essere riuscita a spiegare l’origine del linguaggio, la facoltà chiave che ci distingue dalle altre specie. Così, dopo sedici anni, il principe del new journalism è tornato alla saggistica con Il regno della parola (Giunti) per dimostrare che il papà della grammatica generativa e quello dell’evoluzionismo sono, nel migliore dei casi, dei sopravvalutati.

Perché, tra tutti i temi possibili, ha deciso di occuparsi proprio di questo?
«Avevo sempre pensato che l’evoluzione fosse un argomento piuttosto noioso, sin quando non ho riletto La bestia umana di Zola, il cui realismo resta uno dei più grandi contributi alla letteratura. Dalle spiegazioni darwiniane restava fuori proprio il linguaggio, a mio modo di vedere la facoltà più decisiva che ci differenzia dagli animali. Più leggevo più mi convincevo che l’idea che si tratti di un nostro tratto naturale e congenito fosse un mito come tanti, però propagandato da scienziati».
Resta una sfida spericolata. D’altronde dalle auto personalizzate degli anni ‘60 (La baby aerodinamica kolor karamella) al sesso tra matricole nel 2012 (Io sono Charlotte Simmons) sembra che le piaccia mettersi scomodo. Perché?
«Perché resto essenzialmente un giornalista e mi piacciono le cose nuove o non ancora spiegate bene. Era vero per le custom cars nel Nevada ma anche per gli astronauti di La stoffa giusta. Che non erano stati scelti in quanto piloti più bravi di tutti, ma per altre caratteristiche straordinarie, come la capacità di sopportare sforzi prolungati, soprattutto psicologici. Resistenza che trovava nutrimento e motivazione nel fatto che la società era pronta a glorificarli»

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NEW YORK. Parafrasando quel che si diceva del celebre cowboy cinematografico, Tom Wolfe è uno scrittore dotato di due espressioni: con macchina da scrivere e senza. In quest’ultima configurazione coincide perfettamente con la sua iconografia, comprensiva di completo bianco d’ordinanza, ghette bicolori e altri vezzi da dandy. Nel corpo a corpo solitario con la pagina, invece, si trasforma in un attaccabrighe sempre pronto a menare le mani. «Odio dirlo ma David McDaniel ha l’aspetto e il comportamento più diabolici che abbia mai visto. Assomiglia al tipico giappo dei fumetti» scrive ai genitori, circa un compagno di classe, alla feroce età di dodici anni. A ventisei il preside di Yale rifiuta la prima versione della sua tesi di dottorato sulle «influenze comuniste sugli scrittori americani dal 1928 al 1942» perché, oltre a prendersi delle libertà sui fatti, «tende costantemente alla denigrazione». A trentanove anni vara e affonda, in un colpo solo, la categoria dei radical chic.

Oggi quest’uomo apparentemente mitissimo, inchiodato sul divano del salotto Art déco da un’artrosi spietata, con uno Steinway a coda sovrastato da quattro finestre spettacolari su Central Park, ha riservato il suo trattamento scarnificante a Noam Chomsky, forse il più grande linguista di tutti i tempi («Ha traslocato la materia dagli studi sul campo all’Olimpo dell’accademia. Come se non bastasse ha dato ai suoi colleghi il permesso di lavorare al fresco dell’aria condizionata»). Già che c’era, sul ring con il quasi coetaneo (172 anni in due), ha trascinato anche Charles Darwin: «La selezione naturale convince quando parliamo di animali ma, per gli uomini, non supera i cinque criteri standard del metodo scientifico». Questa coppietta di avversari da niente avrebbe sulla coscienza soprattutto il non essere riuscita a spiegare l’origine del linguaggio, la facoltà chiave che ci distingue dalle altre specie. Così, dopo sedici anni, il principe del new journalism è tornato alla saggistica con Il regno della parola (Giunti) per dimostrare che il papà della grammatica generativa e quello dell’evoluzionismo sono, nel migliore dei casi, dei sopravvalutati.

Perché, tra tutti i temi possibili, ha deciso di occuparsi proprio di questo?
«Avevo sempre pensato che l’evoluzione fosse un argomento piuttosto noioso, sin quando non ho riletto La bestia umana di Zola, il cui realismo resta uno dei più grandi contributi alla letteratura. Dalle spiegazioni darwiniane restava fuori proprio il linguaggio, a mio modo di vedere la facoltà più decisiva che ci differenzia dagli animali. Più leggevo più mi convincevo che l’idea che si tratti di un nostro tratto naturale e congenito fosse un mito come tanti, però propagandato da scienziati».

Resta una sfida spericolata. D’altronde dalle auto personalizzate degli anni ‘60 (La baby aerodinamica kolor karamella) al sesso tra matricole nel 2012 (Io sono Charlotte Simmons) sembra che le piaccia mettersi scomodo. Perché?
«Perché resto essenzialmente un giornalista e mi piacciono le cose nuove o non ancora spiegate bene. Era vero per le custom cars nel Nevada ma anche per gli astronauti di La stoffa giusta. Che non erano stati scelti in quanto piloti più bravi di tutti, ma per altre caratteristiche straordinarie, come la capacità di sopportare sforzi prolungati, soprattutto psicologici. Resistenza che trovava nutrimento e motivazione nel fatto che la società era pronta a glorificarli».

Eccolo lo status, uno dei quattro ingredienti del nuovo giornalismo (assieme alla costruzione scena per scena, al dialogo dettagliato e all’uso del narratore onnisciente) come lo concettualizzò nel ‘73. Perché, tra tutti gli indicatori sociali, è così cruciale per lei?
«Ci sono tante diverse teorie su cosa sia importante nella vita e, alla fine, penso che qualsiasi teoria sia migliore di non averne affatto. Io mi sono fatto l’idea che lo status sia la singola motivazione più importante per gli esseri umani. Daniel Everett, l’antropologo che sbugiarda la teoria della ricorsività di Chomsky (per cui ogni lingua umana sarebbe contrassegnata dalla capacità di introdurre frasi subordinate all’interno di altre, praticamente all’infinito), era un ex missionario e, nel sistema valoriale di intellettuali come il linguista del Mit niente godeva di una considerazione più bassa».


message 12: by Chomsky (last edited May 16, 2018 11:33AM) (new)

Chomsky (nchomsky) | 109 comments E qui racconta la cena che fece nascere il termine per cui è diventato celebre:

È uno dei più importanti scrittori viventi. Forse il più grande "scrittore francese" contemporaneo, tanto la sua opera è impregnata di quelle di Zola e Balzac. Il progetto dell'autore delle
Illusioni perdute era di identificare le "specie sociali" dell'epoca, «scrivere la storia dimenticata da tanti storici, quella dei costumi». E nello stesso modo Tom Wolfe, inventore del New Journalism, è l'etnologo delle tribù postmoderne: gli astronauti ( La stoffa giusta, 1979), i golden boys di Wall Street ( Il falò delle vanità, 1987), gli studenti decadenti delle grandi università ( Io sono Charlotte Simmons, 2004)… Vestirsi di bianco, come fa sempre, è un diversivo. Un modo per distrarre l'attenzione e non dover parlare troppo della propria arte o di se stesso. Alla psicologia e alle spiegazioni testuali Wolfe ha sempre preferito i fatti e le lunghe descrizioni, ma, a 86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento. Il fenomeno Harvey Weinstein — con le sue conseguenze — potrebbe essere, secondo lui, «la più grande farsa del Ventunesimo secolo».

In uno dei suoi libri, "Radical Chic", lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze.

L'elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l'organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per "polizia cittadina" — è nato dall'idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle "classi dominanti", l'idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro "predominio sociale" e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo "predominio" e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai "bifolchi" e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall'aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all'ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l'emergere di quella che oggi chiameremmo la "gauche caviar" o il "progressismo da limousine", vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l'arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell'Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l'aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

Che considerazioni le ispirano l'affare Weinstein e la polemica #MeToo?

«Nessuno si prende la briga di definire correttamente cosa si intende per aggressione sessuale. È una categoria estremamente sommaria che va dal tentato stupro alla semplice attrazione, e da questa confusione nascono tutti gli eccessi. Sono diviso tra lo spavento, come cittadino, e il divertimento, come romanziere, per questa meravigliosa commedia umana. Se continua di questo passo, questa storia può diventare la più grossa farsa del Ventunesimo secolo. Sulla stampa, ancora adesso sul New York Post e sul New York Times, ci sono articoli in prima pagina con titoli a caratteri cubitali.

Oggi qualsiasi uomo dedichi qualsiasi sorta di attenzioni a qualsiasi donna, per esempio sul posto di lavoro, diventa un "predatore". Da quando è scoppiato il caso Weinstein, sento dappertutto uomini che dicono alle giovani donne che frequentano "non dovrei farmi vedere con te in questo o quel posto", "lavoriamo nella stessa impresa e sono in una posizione più alta della tua, farebbe una pessima impressione". Ormai gli uomini si preoccupano perché trovano attraenti certe donne. Improvvisamente ci ritroviamo in opposizione con le leggi naturali dell'attrazione che ora bisognerebbe ignorare.

Nessuno parla di quelle donne, tuttavia numerose, che provano un piacere concreto e considerevole a incontrare sul posto di lavoro un collega che trovano attraente. Un uomo che altrimenti non avrebbero avuto occasione di incontrare. Penso che il mondo non sia cambiato così tanto da mettersi a proclamare che oggi all'improvviso le donne non vogliono più suscitare l'attenzione degli uomini. In realtà non è cambiato niente, eccetto il fatto che le donne dispongono di un potente strumento di intimidazione che prima non avevano.

Adesso possono rimettere al loro posto gli uomini le cui attenzioni sono troppo estreme o che esse giudicano troppo volgari, possono eliminare un rivale sul piano professionale o magari vendicarsi di un amante "troppo mascalzone". Per accusare qualcuno di aggressione sessuale sembra che ormai basti la parola di una donna e alcuni stanno già chiedendo un rovesciamento dell'onere della prova e che sia l'uomo sospettato a dover provare la propria innocenza».

Lei è l'inventore del New Journalism, un giornalismo che nella forma si avvicina alla letteratura ma che si fonda anche sul dettaglio delle ricerche e la precisione dei fatti riportati. L'era del digitale e dell'immediatezza ha spazzato via questo modo di fare informazione?

«A quel tempo, bastava scendere in strada e fare delle domande alla gente. Utilizzavo quella che chiamo la tecnica del marziano. Arrivavo e dicevo: "Sembra interessante quello che state facendo! Io vengo da Marte e non so niente: che cos'è?". Oggi certi giornalisti non escono mai dall'ufficio. Scrivono gli articoli navigando in internet. Ma non c'è alternativa: bisogna uscire!

Quando dei giovani scrittori o giornalisti mi chiedono un consiglio, cosa che capita raramente, io rispondo sempre: "Esci!"».


message 13: by Catoblepa (new)

Catoblepa (Protomoderno) | 3942 comments Mod
ferrigno wrote: "Premesso che faccio evidentemente parte del gruppo dei caproni per aver dato del radical chic ad amici che sembravano cumulare tutte le sticchierie possibili tipo:

-rifiuto assoluto di possedere u..."


Più o meno quello, ma non pensavo ne esistessero ancora molti (beata ingenuità, la mia) e che ormai si limitassero al veganesimo estremo.
Non è comunque quella l'accezione che viene più comunemente usata oggi, quantomeno sui social network (luogo dove le tendenze linguistiche prendono piede più facilmente): basti leggere i molti post di Salvini in cui il termine viene usato sovente e per indicare indiscriminatamente chiunque ritenga indegno e violento il suo linguaggio indegno e violento. Una sorta di sinonimo di buonista, altra parola contenitore che una volta serviva per descrivere Jovanotti e che invece oggi sembra indicare chiunque non voglia pestare a sangue gli extracomunitari.


message 14: by ferrigno (new)

ferrigno | 1598 comments Mod
quindi predilezione per le cause esotiche assieme a mancanza di empatia per la classe operaia. chiaro ed efficace. in wish list immediatamente :-)


message 15: by Sarag22 (new)

Sarag22 | 248 comments Tittirossa wrote: "io purtroppo ho iniziato con Charlotte e li mi sono fermata"

E' davvero così male, Titti?


message 16: by Tittirossa (new)

Tittirossa | 2129 comments Sarag22 wrote: "Tittirossa wrote: "io purtroppo ho iniziato con Charlotte e li mi sono fermata"

E' davvero così male, Titti?"


l'ho letto nel lontano 2006, e questo è il mio commento di allora
https://www.goodreads.com/review/show...

si legge bene, a parte una continua sensazione di fastidio.

Il falò delle vanità però sembra più promettente, anche se la lettura della biografia di Capote e dei loro continui battibecchi su chi fosse più cool non mi ha ben predisposto ....


message 17: by minty (new)

minty (minty_2017) | 752 comments Confesso che conoscevo Tom Wolfe solo (o quasi) per questo articolo/risposta di Michele Serra:

http://ricerca.repubblica.it/repubbli...

(risposta alla stessa intervista riportata da Chomsky? Boh, confesso di non aver controllato).

Ho visto anche il film "Il falò delle vanità", ai tempi, e neppure mi dispiacque (il cinema di De Palma mi disturba di rado).
Ma qui si ferma la mia conoscenza di Wolfe (a parte che, da foto, mi dà un'idea di antipatia non da poco).
Tra l'altro è più o meno da sempre che confondo "Il falò delle vanità" con "La fiera delle vanità". Solo che di Thackeray mi ricordo, di Wolfe, colpevolmente, quasi mai ^^;


message 18: by piperitapitta (new)

piperitapitta (lapitta) | 3254 comments Mod
Dall'articolo del Post si arriva a quello originale di Wolfe.

http://nymag.com/news/features/46170/


message 19: by Sarag22 (new)

Sarag22 | 248 comments Tittirossa wrote: "Sarag22 wrote: "Tittirossa wrote: "io purtroppo ho iniziato con Charlotte e li mi sono fermata"

E' davvero così male, Titti?"

l'ho letto nel lontano 2006, e questo è il mio commento di allora
htt..."


Direi che è davvero così male! Ma la tua recensione è brillante.
Peccato perchè penso che fosse un autore di grandissimo talento.


message 20: by minty (new)

minty (minty_2017) | 752 comments Pare che Tom Wolfe sia comparso anche in qualche fumetto :)

http://www.fumettologica.it/2018/05/t...


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