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Intorno ai libri > Politics, YA and Narrative

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message 1: by Livia (new)

Livia (rienafaire) | 999 comments Mod
Qualche giorno fa Foz Meadows ha pubblicato una riflessione molto interessante sullo YA e su come viene recepito oggi:

Here’s a contentious statement: A writer’s personal politics cannot ever be wholly disentangled from what they write. Stories reflect our culture even as they shape it, and as culture is an intrinsically political concept — in the sense of not only shaping and reflecting the politics of the people within it, but actively seeking to comment on how and why this happens — so too is storytelling. At base, fiction is an attempt to answer two different questions with a single answer: nobody can ask what if without first establishing what is. Assumption is as much a part of narrative as invention, and often betrays as much, if not more of the writer than anything they consciously create. Like it or not, our politics — by which I mean, our moral, social and spiritual beliefs about the world as refined through the lens of our individual biases, ignorance, privileges and experience — drive our assumptions; and in fiction, our conscious and unconscious beliefs about what is become the parts of the story we assume the reader already knows — the characters, tropes and logic we assume to be universal, or at least unimportant, and which therefore require neither examination by the audience nor explanation by us. They’re our personal default settings, where personal is the operative word: not everyone will share them, and we forget that at our peril.


Continua: Politics, YA and Narrative

Consiglio a tutti di leggerlo e eventualmente di stamparlo e incorniciarlo, come farò io.

Cosa ne pensate?


message 2: by Chicco (new)

Chicco Padovan | 462 comments Beh... se ho compreso bene quello che dice, mi sembra abbastanza vero.
E non solo per la scrittura.
L'uomo valuta qualsiasi cosa rapportandola a sé.
Uno scrittore che vuole creare un personaggio che sia per lui inconcepibile, lo fa comunque basandosi sul suo bagaglio 'umano'.
Bisogna vedere se in questo ha delle mire per far attecchire nel lettore un messaggio politico.
Eh... sì, ci sono degli scrittori che piegano le storie alle proprie idee. Senza fare nomi.
Per il resto ognuno porta se stesso, come termine di paragone. Anche rimanendo aperto ad altre culture, non potrebbe fare altro.
(magari però non era questo il senso del discorso e non ho capito nulla! XD)


message 3: by Livia (new)

Livia (rienafaire) | 999 comments Mod
Non è solo quello.
Ci sono tanti autori che decidono di far passare un messaggio attraverso il loro libro*. Il problema che evidenzia Foz Meadows è come spesso le intenzioni dell'autore si vadano a scontrare con l'interpretazione. Perché spesso l'autore, nonostante pensi di essere in grado di far passare un messaggio, dà una visione del mondo completamente opposta.

Il caso di Revealing Eden di Victoria Foyt è un esempio eccellente: la Foyt scrive una storia di "razzismo inverso" in cui sono i bianchi a essere discriminati dalle persone di colore (e più basso nella gerarchia sociale, eccetera eccetera). La Foyt vorrebbe far capire, attraverso questa storia, quanto sia sbagliato il razzismo. Ma purtroppo, poiché proviene da una condizione di privilegio (non è stata mai vittima di razzismo) e non ha studiato, finisce per descrivere le persone di colore con gli stereotipi più offensivi, più impiegare la blackface per il marketing del libro. Insomma, lei vorrebbe proporre un messaggio contro il razzismo, ma il suo libro si rivela incredibilmente razzista.

Allo stesso modo, Jackson Pearce pensa che il suo Sisters Red sia un romanzo femminista, quando invece ricorre al victim blaming più a tutta una serie di elementi che rende le sue protagoniste problematiche come modello per delle giovani donne.

Il problema della ricezione della narrativa per ragazzi (infanzia, MG, YA) è che da una parte ci si aspetta che dia solo messaggi positivi, molto evidenti così come molto finti, al limite del didascalico, e che quindi in questi romanzi non possano essere presenti elementi controversi o più "oscuri"; dall'altra, soprattutto per quanto riguarda la narrativa YA commerciale, a una critica ragionata su un certo titolo riguardo problematiche intorno al sessismo, al razzismo, all'ableismo ecc. c'è tutto un grido da parte di autori, editori e ahimé soprattutto lettori che rispondono: "Perché pretendi di leggerci tutte queste cose? E' SOLO UNA STORIA."
Ma non è solo una storia. Appunto, la politica dell'autore non può essere separata dal romanzo, e pensare che le millemila relazioni abusive che si sono viste negli YA paranormal romance (anche da prima di Twilight) debbano essere lasciate stare perché "è solo una storia" dimentica che tutte queste rappresentazioni distorte della realtà (una relazione abusiva è qualcosa da celebrare come il Vero Amore(TM)?) non fanno che perpetrare l'idea che tali rappresentazioni siano accettabili.

Il punto è: se vogliamo che la YA (come qualunque altro genere) sia presa sul serio dobbiamo mettere in discussione i modelli che ci vengono proposti, ed eventualmente contestarli, far sì che la coscienza collettiva intorno al genere (qui chiamando lo YA un genere, di nuovo, perdonatemi) cresca in relazione a problematiche come l'assenza di diversity nel panorama attuale e la continua riproposizione di stereotipi razzisti e sessisti (per dire) che l'autore pensa siano ok. Se no andiamo più indietro che avanti; che la narrativa di questo tipo sia "mindless entertainment" non è più una scusa.

* la questione è strettamente legata all'abilità dell'autore di inserire il messaggio affinché non sia un predicozzo, così come al fatto che l'autore dev'essere un essere pensante e il messaggio dev'essere il suo (più che messaggio, parliamo proprio di visione del mondo - una cosa che chiaramente non può essere separata dall'autore, mai, a prescindere dalle intenzioni), e non quello del suo partito o della sua religione, soprattutto se si tratta di bigottismi vari; è strettamente legata, dicevamo, ma non è il punto del post.


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