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Un viaggio d’inverno by Peter Handke
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Giustizia per la realtà, più che giustizia per la Serbia, mi pare lo spazio che Handke tenta di circoscrivere con questo suo piccolo testo. Non nel senso che nell’orrore jugoslavo una diversa attribuzione delle responsabilità e delle colpe sia incontestabile, sia una “realtà” mistificata – bensì con l’intenzione di rendere giustizia a una realtà che i giudizi, le generalizzazioni, l’esigenza – spesso in buona fede; altre volte, a suo dire, no – di semplificare per comprendere e agire maltrattano, cancellano.
È il grande flusso di notizie che debordano dai giornali e dalla televisione che Handke sottopone a critica, stigmatizzandone la potenza deformante: il modo in cui la realtà viene distorta dalle inquadrature, dai fermo-immagine, da titoli e sottotitoli, dai nuovi epiteti formulari, dai ritmi e dalle proporzioni con cui le notizie sono rilasciate ecc.
«Nulla contro alcuni giornalisti – più che rivelatori – scopritori sul luogo (o meglio ancora: implicati nel luogo e negli uomini del luogo), viva questi diversi esploratori sul campo! Parecchio invece contro le bande di mestatori a distanza che confondono la loro professione di scrittori con quella di un giudice o addirittura col ruolo di un demagogo, e pestando attraverso gli anni sempre nello stesso mortaio di parole e di immagini, dal palco su cui pontificano all’estero sono, a modo loro, mastini di guerra altrettanto feroci di quelli sul campo di battaglia» (p. 75).
L’occhio puntato sul “luogo”, la realtà da scoprire, nelle sue minime articolazioni: «villaggi fittamente concatenati, formati da fattorie dalla pianta sempre complessa, per così dire piccoli villaggi all’interno del grande villaggio» (p. 40); «e le orde di corvi sempre più fitte sull’asfalto in genere deserto, a proposito dei quali il mio compagno di viaggio disse poi com’è strano che tra i corvi ci sia ogni volta mescolata una gazza – proprio quando volevo attirare la sua attenzione appunto su questo» (p. 66). La realtà si rivela dietro apparenze semplificanti: è il particolare che rompe l’uniformità. È necessario porsi in ascolto per coglierlo, al fine di percepire la varietà, di penetrare all’interno di ciò che è complesso: nel villaggio, altri villaggi; la gazza in mezzo ai corvi.
L’obiettivo è dissolvere le incrostazioni di pregiudizi, strappare le etichette, bloccare le conclusioni naturali – che “naturali” non sono, ma frutto di condizionamenti o di un immaginario vecchio di secoli: «poi figure d’uomini incuranti delle intemperie, con addosso specie di uniformi, dappertutto sulle strade di confine, nelle locande di confine, e senza volerlo noi, anche Zarko che ci aveva di nuovo raggiunto dopo la notte presso la sua occasionale famiglia, vedevamo in loro naturalmente (?) dei killer paramilitari, basta guardare quegli occhi, “esperti di uccisioni”» (pp. 59-60); «la guardia di confine con il suo sguardo da tiratore – o non era piuttosto una tristezza come inguaribile, anche inavvicinabile?» (p. 61).
L’operazione di disvelamento non dovrebbe curarsi neppure di simbolismi venerabili, gloriosi: «durante il viaggio alla volta di Porodin attraversammo finalmente il molto, il fin troppo cantato fiume Morava, certo costretto in un ruolo di simbolo e forzato in un alveo emblematico anche a causa dei turchi e delle guerre balcaniche, adesso però semplicemente e autunnalmente povero d’acqua, i sassi affioranti; accanto al ponte stradale, la vecchia carrareccia per carri e pedoni, semisprofondata» (p. 43). La rivelazione si fa però a sua volta “emblematica”, una realtà denudata da segni intenzionali o antichi e quasi naturali; e tuttavia carica di segni ugualmente eloquenti: povertà della Serbia, ma prima ancora nudità, semplicità – quindi verità. L’operazione è delicata, perché comporta la manipolazione di quegli stessi simboli, di quelle immagini significative che la propaganda usa; ma che sono anche gli strumenti dello scrittore – e il linguaggio umano.
L’intento che anima lo svelamento non è “collezionistico”, né risente del fascino esercitato da una realtà pura, intatta, non raggiunta dai nostri sfaceli. L’intento è al contrario umanistico: la ricomposizione di un tessuto comune a partire dall’alfabeto delle percezioni e dei sentimenti. Ecco come Handke descrive l’operazione che compie: «proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordare collettivo, quella seconda infanzia comune. “In un punto del ponte c’è stata per anni un’asse traballante”. – “Sì, te ne sei accorto anche tu?” “In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi”. – “Sì, te ne sei accorto anche tu?” Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: “Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini” (l’arte della deviazione; l’arte come la deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)» (pp. 82-83). (Forse il fallimento è garanzia della buona intenzione, dell’essersi mossi sul retto cammino, di non aver piegato la realtà allo scopo? La prosa di Handke, articolata e sfuggente, con il suo centro che si sposta sempre là dove non ci si aspetta, traduce, mi pare, il desiderio di sfuggire ai paragrafi serrati e “naturali” dei sermoni e delle orazioni giornalistiche che hanno ridotto i serbi – un intero popolo! – a una collezione di cliché; ma è anche, temo, inefficace, inascoltabile nella concitazione, quando è necessario decidere – quando i cliché e i pregiudizi rendono tutto più facile.)
Il discorso dell’autore si spinge anche sul piano ideologico: la scelta secessionista, la divisione diventano frammentazione, indebolimento, delimitazione apparente di un orticello in cui ad altri sarà facile penetrare. La questione non è soltanto culturale (identità contro multiculturalismo ecc.), ma anche economica: «sentii la cassetta del suo transistor, una musica orientale, quasi già araba, a volume piuttosto basso, come quella che una volta qui aveva risuonato insieme a mille altre melodie e nel frattempo era stata per così dire bandita dallo spazio aereo; […] e sebbene grazie al suono i dintorni sembrassero adesso aprirsi ed estendersi di nuovo, fino al meridione più estremo, già subito greco, questo senso di continente (vigoroso in contrasto con quello “di oceano”) svanì quasi subito, e nell’aria vibrò soltanto un dolore da arto mancante, violento, per certo non semplicemente personale» (p. 69): è la chiusura dei grandi orizzonti, dei grandi progetti – il confezionamento di piccoli Stati folklorici, che potranno vendersi bene. Ecco che alla televisione di Stato si ammira il «presidente sloveno, un tempo un funzionario capace e orgoglioso?, che però adesso offre il suo paese agli stranieri con l’atteggiamento di un cameriere, quasi di un lacchè, come se volesse adeguarsi alla lettera a quella dichiarazione di un imprenditore e committente tedesco secondo la quale gli sloveni non sarebbero questo o quest’altro, bensì “una diligente e laboriosa popolazione alpina”» (p. 67).
La riemersione del particolare che va perso nelle generalizzazioni, nello sguardo rapace che vuole cogliere il senso in vista dell’azione, suggerisce anche una vita più vera, un’esistenza che è stata costretta a farsi ascetica e divenuta in tal modo più profonda, densa, piena: «[della Serbia] mi è rimasta l’immagine di una realtà quotidiana, se paragonata alla nostra, più acuita e quasi già cristallina. A causa dello stato di guerra? No, piuttosto a causa di un intero, grande popolo che sa di essere pubblicamente messo al bando in tutta Europa e lo vive come qualcosa di assurdamente ingiusto, e adesso vuole mostrare al mondo, anche se questo non ne vuol prendere atto in alcun modo, che la realtà è abbastanza diversa, non solo sulle strade, ma anche in disparte» (p. 70).
In conclusione, è intenso e acuto il rimpianto che Handke esprime – ma al tempo stesso un augurio rivolto ai suoi lettori: «e di fronte alla Drina pensavo, e penso ora anche qui alla scrivania: con le guerre in Iugoslavia la mia generazione non ha perso l’opportunità di diventare adulta? Adulta non come i membri così numerosi, pieni di sé, bell’e pronti, incasellati, dalle opinioni malleabili, in qualche modo internazionali e insieme talmente gretti della generazione dei padri e degli zii, ma adulta, come? Più o meno così: decisa eppure aperta, o permeabile, o per dirla con Goethe: “duttile”, e per motto forse i versi dello stesso maestro tedesco-universale “Come un Bambino/Invincibile”, con la variante Come un bambino/Vincibile. E con questo modo di essere adulti, pensavo io, figlio di un tedesco, uscire dalla storia di questo secolo, da questa catena di sventure, uscire verso un’altra storia» (p. 81).

La riflessione di Handke prosegue nell’ Appendice estiva a un viaggio d’inverno .
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