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Čevengur by Andrei Platonov
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Raccontare di "Čevengur" non è affatto semplice, basti pensare che anche il solo voler catalogare quest'opera risulterebbe piuttosto problematico. Che cos'è esattamente "Čevengur"? Un romanzo d'avventura? Un'opera utopica? O forse distopica? La rappresentazione di un estremismo, quello del comunismo in terra sovietica, prossimo a venire o temuto nel suo arrivo? Cinquecento pagine dall'inizio di "Čevengur" si ha solo la sensazione di avere fra le mani un piccolo capolavoro solitario della letteratura russa, uno di quelli non catalogabili, frutto di un secolo di splendida letteratura e anticipatore di un periodo ancora in divenire.

Siamo intorno al 1926: Dostoevskij, Tolstoj e prima ancora Puškin, Lermontov e Gogol' hanno già posto le basi della grande letteratura russa. Dall'altra Charms, Dovlatov, Erofeev sono ancora al di là da venire con la loro carica ironica, a tratti dissacrante, ma sempre aderente alla difficile situazione sociale in terra sovietica. È in questo preciso momento storico che Platonov si presenta sulle scene: osteggiato in vita dalla censura ("Čevengur" stesso verrà pubblicato durante il disgelo, nel 1972, a vent'anni dalla scomparsa dell'autore), rappresenta il giusto anello di congiunzione fra la letteratura impegnata del periodo precedente e quella più "irriverente" del successivo. Echi di Dostoevskij e del grande realismo di Tolstoj sono vivi in Platonov, ma lo è anche il Gogol' allegorico dell'ultimo periodo (quello de "Le anime morte" per intenderci). Eppure, in questo realismo e in questa voglia di raccontare un determinato periodo storico, si annida già il voler mostrare una società complessa come quella russa sotto forma di caricatura, esagerandone i tratti ed esasperandone le conseguenze, esattamente ciò che a partire da metà '900 sempre più autori sovietici inizieranno a fare.

Dunque, che cos'è "Čevengur"? "Čevengur" è un grande "what if..." che parte dalla situazione sociale e politica del periodo e cerca di immaginarsi cosa sarebbe potuto essere (o cosa ancora potrebbe avvenire) se. Il grande "se" di Platonov è uno, semplicissimo: cosa succederebbe se il comunismo più rigoroso venisse non solo applicato, ma perseguito da tutti gli abitanti di una cittadina? Da qui parte la nuova fondazione di Čevengur, località immaginaria in mezzo alla steppa in cui il comunismo viene da un giorno all'altro imposto a tutti i suoi abitanti. Gli stessi abitanti che, tacciati immediatamente di far parte della borghesia, vengono in blocco trascinati fuori dalla cittadina, lasciandola di colpo priva di qualsiasi cittadino, comitato esecutore escluso. Come rimediare dunque? Ma andando a cercare i proletari dei dintorni, gli ultimi come Platonov ama definirli, e portarli a Čevengur, "dove il comunismo è un fatto compiuto". Qui una società composta da gente che non ha mai avuto un tetto sopra la testa cerca lentamente di ricomporsi, con il chiaro intento di perseguire gli ideali di un comunismo estremizzato in cui nessuno lavora ("basta il calore del sole per procurarci il necessario per vivere: le piante cresceranno da sé e noi ci nutriremo con esse") e nessuno possiede alcunché, in cui le giornate sono passate completamente a poltrire o a girovagare per il villaggio spoglio, in cui solo nei "sabati socialisti" è permesso metter mano agli strumenti da lavoro, in cui ogni viaggiatore proveniente dalla steppa viene visto come un possibile nemico del comunismo e quindi attentamente vagliato.

È una situazione che appare assurda fin dalle prime battute, ed è proprio su questa assurdità che il romanzo di Platonov si dileggia per tutto il tempo: "Čevengur" è una grande rappresentazione dell'assurdo, la caricatura di una società di cui anche gli abitanti della cittadina immaginaria vedono gli enormi limiti, ma che perseguono tenacemente anche a costo della propria vita. Le azioni di questi ultimi sono sconclusionate, apparentemente prive di ogni logica: case e giardini vengono immediatamente trascinati a braccia al centro della città in modo che tutti gli abitanti vivano giornalmente a stretto contatto, gli animali vengono tolti dai più ricchi per darli ai più poveri (nonostante il fatto che nessuno fra quei poveri avrà di che accudire le povere bestie), il lavoro viene accuratamente evitato (ma accettato e consigliato se si tratta di farlo per un compagno in difficoltà, con il risultato che dopo alcune settimane tutti saranno impegnati a lavorare), la morte viene ufficialmente debellata (e nel momento in cui qualcuno, incredibilmente, muore viene data la colpa al poco comunismo nell'aria), la solitudine amorosa viene curata andando a cercare le mogli fra le proletarie più povere delle città vicine (ma una volta portate a Čevengur si preferisce tenerle come madri e sorelle, perché nessuno di quei poveri proletari di Čevengur ha mai avuto in vita sua una donna da chiamare madre o sorella, e come tali le preferiscono). Il "comunismo", quasi fosse una persona reale, viene più volte atteso a Čevengur e più volte viene dimostrata la sua incontestabile presenza, una presenza confermata dal fatto che "l'autunno è un autunno decisamente più caldo dei precedenti", o che la popolazione riesce a vivere anche senza arare un campo (ma sfruttando le scorte della borghesia cacciata, quello sì): ogni buon avvenimento è merito del comunismo, ogni cattivo è dovuto a un comunismo ancora non del tutto giunto a Čevengur.

Ma Platonov non si ferma qui: il suo romanzo è costellato, come ogni buon romanzo russo, da personaggi caratteristici e tanto umani da rimanere facilmente nella memoria del lettore, e mai come in questo libro vediamo l'alternarsi di figure tanto differenti e, naturalmente, strambe come la vicenda raccontata. Basterebbe parlare di Kopenkin, comandante bolscevico che vive in sella a un cavallo di nome Forza Proletaria e che passa la sua vita nel ricordo della compagna Rosa Luxemburg, amandola di un amore che si divide fra quello fraterno del comunismo, quello di devozione verso la sua figura politica e quello romantico verso una donna così bella strappata alla vita ancora giovane. Ma ognuno dei protagonisti (sono tanti, almeno sette o otto quelli principali) risulta unico e pieno di sfaccettature, e anche lo stesso credo verso il comunismo è differente: c'è chi in Čevengur vede il vero compiersi del comunismo e chi invece ne dubita, chi ne vede solo una fase iniziale e chi invece un progetto oramai in via di conclusione (e cerca dunque di imporsi come proprietario di tutto, mandando in fumo proprio quel comunismo che ha perseguito in vita).

"Čevengur" è un romanzo a tratti satirico e irriverente, che suscita quel riso sottile che è un riso non di divertimento ma quasi di compatimento verso le vicende raccontate, lo stesso che autori come Erofeev, Dovlatov e in parte Charms esalteranno alcuni decenni dopo. Ma è anche un libro con tante immagini poetiche — si parla molto di amicizia e di amore fra le pagine di "Čevengur", sentimenti che vengono visti in tutte le loro varianti, da quelle più aride e imposte a quelle tanto delicate in cui c'è solo il pensiero dell'altro —, immagini che rendono malinconica una storia che ai suoi protagonisti risulta dai toni completamente differenti rispetto a quelli a cui il lettore è indotto. È una grande allegoria, sì, ma non c'è niente di più potente di un'allegoria non vuota come questa di Platonov, un'allegoria che, non si stenta a credere, sarebbe potuta essere la rappresentazione di una vicenda reale e solo un po' incredibile, piuttosto che la fantasia di uno scrittore.


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Bonus track (per chi ha ancora la pazienza di leggere queste righe)

Questa che riporto è una delle tantissime pagine in cui l'ironia di Platonov viene completamente allo scoperto. Siamo all'inizio della fondazione di Čevengur: Cepurnyj, appartenente al comitato costituente, sogna ad occhi aperti che Lenin venga a conoscenza di questa città costituita interamente sul comunismo. Da queste righe traspare una malinconica incredibile, in cui sogno e realtà si fondono insieme, mostrandoci proprio ciò a cui nel finale della mia recensione ho accennato:

"Probabilmente già tutto il mondo, tutta la forza elementare borghese sapeva che a Čevengur era apparso il comunismo, e ora più che mai il pericolo circostante era vicino. [...] Una sola cosa tranquillizzava ed eccitava Cepurnyj: c'era un lontano luogo segreto, nelle vicinanze di Mosca o sul rialto del Valdaj, chiamato Cremlino, dove Lenin, seduto sotto una lampada, pensava, non dormiva e scriveva. Che cosa stava scrivendo laggiù, in quell'istante? Eppure Čevengur c'era già, e per Lenin era giunta l'ora di smettere di scrivere, di unirsi nuovamente al proletariato e vivere. [...] [Cepurnyj] sapeva che in quel momento Lenin stava pensando a Čevengur e ai suoi bolscevichi, anche se non conosceva i cognomi di quei compagni. Lenin, probabilmente, stava scrivendo una lettera a Cepurnyj, affinché non dormisse, salvaguardasse il comunismo a Čevengur e attirasse a sé il sentimento e la vita di tutta la base popolare senza nome; affinché Cepurnyj non avesse paura di nulla, poiché il lungo tempo della storia era finito, e la povertà e il dolore si erano a tal punto moltiplicati che, oltre a loro, non era rimasto nulla; affinché Cepurnyj con tutti i compagni attendesse lui, Lenin, ospite nel suo comunismo, per abbracciare a Čevengur tutti i martiri della terra e porre fine al movimento dell'infelicità nella vita. E quindi Lenin avrebbe mandato un saluto e ordinato al comunismo di consolidarsi a Čevengur per sempre."

[Andrej Platonov, Čevengur, Einaudi, 2015, pp.322-323]
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Reading Progress

May 26, 2015 – Shelved
May 26, 2015 – Shelved as: to-read
December 25, 2015 – Started Reading
December 25, 2015 – Shelved as: owned
December 25, 2015 – Shelved as: russa
December 30, 2015 – Finished Reading

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