Insegnare italiano (sì, italiano) nelle scuole superiori. Vivere in provincia. Venerare Dante come padre della patria linguistica salvo poi citarlo per l’unica sua colpa: quella di non aver mai nominato Pesaro nella “Commedia” (Paolo e Francesca da Gradara sì; persino Fano, ma non il capoluogo Pesaro!). Dotarsi di una lingua estesa, di un stile a un tempo popolare (addirittura rionale, si direbbe) e colto: quasi un sogno olivettiano anche nell’idioma di un’Italia che si faceva mercato e industria, bancarella e mondo. Presi così, singolarmente, questi elementi potrebbero sembrare parti della biografia dell’autore. Se invece li mettiamo insieme, attorno alla fortuna di un libro ben riuscito, ecco che acquistano tutto il loro senso, prendono dimensione e volume. Suonano. Se poi si volesse prendere in considerazione l’ultimo dei sentieri che questo libro ci apre di fronte, ovvero l’omaggio antico di un figlio (l’autore stesso, in questo caso) a suo padre, ecco che troveremmo non soltanto il più classico dei romanzi di formazione ma anche il grande omaggio alla memoria di chi, sempre, ci precede. Ovvero: vivere un lascito. Perché così ci avverte Teobaldi, alla fine: “il modello narrativo a cui mi sono rifatto è quello di mio padre: Washington (Vasinto) Teobaldi, falegname”.