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Der Habsburgische Mythos In Der Modernen Österreichischen Literatur

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German (translation)Original Italian

414 pages, Hardcover

First published January 1, 1963

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About the author

Claudio Magris

195 books247 followers
Claudio Magris was born in Trieste in the year 1939. He graduated from the University of Turin, where he studied German studies, and has been a professor of modern German literature at the University of Trieste since 1978.

His most well known book is Danubio (1986), which is a magnum opus. In this book Magris tracks the course of the Danube from its sources to the sea. The whole trip evolves into a colorful, rich canvas of the multicultural European history.

He's translated the works of Ibsen, Kleist and Schnitzler, among others, and he also published essays about Robert Musil, Jorge Luis Borges, Hermann Hesse and many others.

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Profile Image for Kuszma.
2,898 reviews300 followers
May 19, 2021
Van benne egy szakajtónyi jobbnál jobb író, mégsem nevezném irodalomtörténetnek. Inkább a Habsburg-mítosz kialakulásának krónikája: hogyan történhetett meg, hogy a recsegő-ropogó Monarchia, akit a kortársak tehetetlen, impotens birodalomnak tekintettek, felbomlása után szépiaszínben kezdett tündökölni, Ferenc Józsefre pedig olyan nosztalgiával révedtek vissza, mintha belőle jött volna a napfény, és mellesleg marcipánt izzadt volna a bécsi gyerekek legnagyobb örömére.

description
(Szerettem volna ezt a képet egy olyan gif formájában idetenni, hogy huncutul kikacsint a kedves értékelésolvasóra.)

Az írók ebben a kontextusban a lakmuszpapír feladatát végzik el: érzékeny szenzoraikkal felfogják a kor hangulatát, és irodalmi művekké desztillálják azt. Magrisnak pedig nincs más dolga, mint böcsülettel elolvasni mindent, és kiszűrni belőle, hogyan is formálódott az a bizonyos Habsburg életérzés, és hogyan szépítette meg azt az idő meg a körülmények.

Szerencsés flótás ez a Magris amúgy, mert pazar anyagból szemezgethet. (Mondjuk lehet töprengeni azon, szerencse-e, hogy egy birodalom felbomlását ilyen jó tollú pacákok figyeltek real time-ban, vagy a birodalom felbomlása volt az az élmény, ami megadta a lökést a zsenialitáshoz.) Musil, Joseph Roth, Doderer, stb - jó szemű társaság volt, az bizonyos. Nem voltak vakok a problémákra sem, már a birodalom fennállása idején is eleget elemezték a Monarchia "hősies középszerűségét", érzékelték, hogy a káprázatos falikárpitok alatt erősen vizesedik a fal, rág a penész. Musil például Kákániának becézte szülőföldjét, lassú elmúlását pedig irodalmába építette mint fanyar szépséget és gondolatiságot.

Aztán eljött az 1918-as év, a Birodalom pedig szétesett, akár a homokvár. Halottról meg ugye vagy jót, vagy semmit. Az emlékek amúgy is olyanok, hogy hajlamosak felnagyítani a szépet, így lett a legendás Habsburg körülményességből Rend, a tehetetlenségből pedig Szent Nyugalom. A történelmi helyzet is erősítette ezt, hisz akkoriban Európában az, aki nem volt egészen hülye, érzékelhette a szélsőséges nacionalizmusok előretörését, Hitler (és a többi regionális paprikajancsi) káprázatos felemelkedését. Őket látva emberi a gondolat, hogy bezzeg régen minden jobb volt, mert Ferenc Jóska ebben a kontextusban valóban a béke őrzőjeként hatott, aki a vérszomjas nacionalizmusok ellenében a nemzetek feletti, "európai" eszme mellett tört lándzsát, állama pedig a tolerancia és a sokszínűség mintagazdasága volt. Ami nyilván csak erős megszorításokkal igaz, ha egyáltalán, de meg lehet érteni, mert az elmének kell kapaszkodnia valamibe, és ha nincs mibe, akkor konstruál magának kapaszkodót. Ez az ő túlélési stratégiája.

Magris kötete elképesztően finom olvasmány, lélekkel van megírva, ami szakirodalom esetében ritka kincs. Csak olyasvalaki tud ilyet írni, aki annyira szereti témáját, hogy bírálni is meri. És aki - ezt se felejtsük el - bitang sokat olvas.
Profile Image for Rosenkavalier.
251 reviews115 followers
January 31, 2014
Radetzkymarsch

La mia curiosità per la Mitteleuropa è cominciata verso la metà degli anni ottanta, quando ricevetti in regalo tre libri di Joseph Roth. Da allora, mi sono appassionato a quel mondo, ne ho letto abbastanza, ho subito il fascino di una civiltà che aveva tutte le caratteristiche per piacermi, prima fra tutte una certa disincantata autoironia, l’idea che poche o pochissime cose siano veramente importanti e perciò da prendere sul serio.

Sono arrivato quindi molto tardi al saggio di Magris, grazie al quale ho scoperto di essere vittima di un mito, il mito absburgico per l’appunto. Vittima non inconsapevole, cionondimeno vittima.
Il libro mi ha condotto a ripensare ai molti romanzi e storie lette, alla ricerca di conferme o smentite alle tesi dell’autore e alle sue linee di interpretazione. Non so se potrò o vorrò rileggere tutti quei romanzi, ma sono sicuro che, se lo facessi, mi sarebbe impossibile farlo senza tornare continuamente alle analisi di Magris. Credo che sia il miglior complimento che possa fare a questo saggio.

Sono troppo absburgicamente autoironico (…) per presumere di poter recensire un’autentica bibbia, perciò mi limiterò a ripercorre un paio di idee che mi hanno molto colpito.

Il mito, dunque, dell’Austria Felix: un paese tollerante, colto, moderatamente edonista, senza conflitti irrisolvibili. Un mondo plurinazionale, anzi sovranazionale, fatto di popoli (ai quali erano indirizzati i proclami dell’Imperatore: Ai miei Popoli) e non di nazioni.
Questo mito, per Magris, nasce inizialmente come strumento di mistificazione di due eventi storici fondamentali: nel 1806 gli Absburgo perdono il controllo delle province occidentali (in sostanza, della Germania), rimanendo a capo di un impero largamente mutilato. Successivamente, il fallimento della rivoluzione borghese del 1848 nell’Impero comporta la restaurazione dell’ordine monarchico assolutista e la perpetuazione di una struttura sociale basata, da un lato, sulla gerarchia aristocratica terriera e dall’altro sull’amministrazione burocratica imperialregia. D’altra parte, va riconosciuto che il Quarantotto come moto liberale e nazionale mal si applicava all’Austria, che negava l’esistenza delle nazioni.

Su questo presupposto, Magris identifica un interessante carattere del mito nel rifiuto della storia come scontro e come progresso, ovvero come successione di eventi dominati dal caso (a seconda della concezione di storia che si voglia adottare). In ogni caso, ogni nozione dinamica dell’azione storica viene accantonata. L’incapacità di affrontare le sfide poste dall’era moderna viene trasfigurata in superiore saggezza, evitare i conflitti e lasciarli decantare diviene l’unica politica imperialregia.
Nasce così l’esaltazione della “grandiosa staticità” austriaca (F. Werfel), intesa come fuga dalla modernità e rifugio nel particolarismo, nel racconto sentimentale e intimista, nella satira senza intenti riformatori ma semplicemente descrittiva di uno stato al quale anche gli autori appartengono interamente e dal quale non si sanno distaccare.
Nota Magris che, in quel mondo, i valori prevalenti per un intellettuale sono l’intelligenza e la sensibilità, prevale la dimensione estetica dell’uomo, mentre non hanno ruolo l’azione concreta e la dimensione storico-politica ed etica. Dominano i “geniali superficiali”. Se la storia non esiste, se la politica è solo conservazione, il rifugio nell’intimismo e nel sentimentalismo è l’unica scelta.

Con varie modalità ed intensità, questo mito permea la cultura austriaca (absburgica), da quella popolare a quella raffinata dei grandi autori, operando una sovrapposizione dell’immagine idealizzata dello Stato a una realtà che se ne allontana sempre più, fino alla Grande Guerra, evento traumatico e definitivo che rende impossibile e implausibile ogni sovrapposizione.
Proprio per questo, la fine del K.u.K. libera il mito da qualsiasi necessità contingente e lo restituisce interamente alla sua funzione di strumento di descrizione, a volte elegiaca, a volte malinconica, a volte sarcastica, di un mondo che, almeno in quella forma mitizzata, non era mai esistito ed è sorto come luogo ideale proprio dalle macerie del suo alter ego geografico-politico. E’ il “mondo di ieri” di Stefan Zweig, consapevole testimone non di una nazione storicamente intesa ma di un mondo spirituale, in gran parte frutto del mito.
D’altra parte, non è difficile comprendere la nostalgia che questi uomini provavano per i passati tempi di sicurezza e stabilità nel trauma generato dalla guerra prima, dall’amputazione delle province slave poi, nostalgia sostituita dal terrore all’avvento del nazismo.
In tutto questo, un ruolo peculiare viene interpretato dagli intellettuali ebrei, che rimpiangono la sicurezza loro offerta dall’Impero, ora perduta. Come ha scritto Marino Freschi (nella prefazione di non ricordo quale libro), è un’amara ironia che il nazismo abbia distrutto, con l’ebraismo di lingua tedesca, la sua migliore chance di egemonia culturale, che in gran parte era offerta proprio da quegli artisti e scrittori che preferivano il tedesco alle lingue slave, vedendo nel germanesimo la miglior garanzia per una convivenza sicura con popoli di cui conoscevano bene i rigurgiti antisemiti.

Ma la fine, sostiene Magris, era cominciata molto prima e lo sfortunato Massimiliano l’aveva forse prevista quando scriveva dal Messico che “gli Stati invecchiati si ammalano di ricordi”.
Così, il vecchio Impero muore al ritmo allegro dei valzer, canticchiando i motivi futili e leggeri delle operette, scivolando poco a poco fuori dalla storia, il cui svolgimento poteva essere forse negato ma non impedito.
Da una parte ci sono gli epigoni gaudenti, che hanno deciso di aspettare la fine seduti al caffè, al suono degli Strauss. Dall’altra gli uomini in fuga di Joseph Roth, condannati comunque a tornare al cuore del vortice, la Cripta dei Cappuccini come unico precario rifugio, dei vivi come e forse più dei morti.
In mezzo, gli spaesati e gli scettici, Kakfa e Musil, Trakl e Kraus.
Non penso sia un caso che la pittura di questo periodo comprenda il decorativo Klimt e l’esasperato Schiele.

L’esito di questa affascinante e penetrante analisi demitizzatrice avrebbe potuto lasciarmi tramortito al pensiero della mia stupidità. Appassionarmi a una storia inventata, a un’isola che non c’è mai stata, un paese di Bengodi pieno di kellerine e ufficiali, di onesti funzionari e patetici servitori, di anziani imperatori e sudditi rispettosi, ricco di province esotiche dai nomi evocativi.
Per fortuna Magris mi assolve, già nella prefazione, spiegando che il bisogno di una demitizzazione è sorto anche (o soprattutto) dal bisogno di restituire al mito i suoi caratteri più autentici e profondi, liberandolo dalle troppe sovrastrutture e dalle letture frettolose.
Perché la civiltà che descrive ebbe davvero tante della qualità che i suoi poeti hanno poi cantato e rimpianto. Perseguire un ideale di equilibrio, di bellezza, di profonda umanità e di serenità mentre infuria il disastro non è poi tanto condannabile.
Quindi, mi sento un po’ meglio anch’io, soprattutto al pensiero che anche l’anno prossimo potrò battere le mani a Capodanno, senza eccessivi sensi di colpa. Gott erhalte.

http://www.youtube.com/watch?v=2ORHVr...
Profile Image for Massimiliano.
418 reviews88 followers
November 2, 2021
Forse fin troppo specifico e tecnico, la tesi di laurea di Magris non è una lettura semplice.
Certo, è molto interessante per capire come nasce e dove risiede, all'interno della letteratura, quello che chiamiamo Mito Asburgico.

Una carrellata di autori e titoli dall'inizio dell'ottocento (d'altra parte la prima Apocalisse asburgica è proprio la fine del Sacro Romano Impero) fino alla metà del novecento, molto a valle dei cosiddetti Ultimi Giorni dell'Umanità.

Tra personaggi molto noti (Musil, Roth...) ed altri meno (paradossalmente ho scoperto che Grillparzer, a me sconosciuto, è invece un'istituzione in Austria), ci si trova a leggere una vera propria critica letteraria di quel contesto storico.

Per appassionati.
Profile Image for Silvia.
306 reviews21 followers
December 24, 2024
Apprezzo e ammiro Magris anche quando tratta male i miei scrittori preferiti.
Displaying 1 - 5 of 5 reviews

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