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Storie di Assalti Frontali. Conflitti che producono banditi
Italian
176 pages, Paperback
First published January 1, 1997
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January 7, 2022
Ascoltatrice distratta ma assidua della cricca di Un cannone me lo merito, mastico ancora amaro per averli persi quest'autunno perchè mia madre finiva sotto i ferri. La biografia di Militant-A, al di là del vissuto personale, ha un focus interessante sui centri sociali, soprattutto per chi come me ci è arrivata a 23 anni e spiccioli ed è curiosa di apprendere come erano gestiti, chi ci viveva, quali attività portavano avanti, qual era la loro importanza per i quartieri da uno che, suonando e rappando da più di trent'anni, li ha girati tutti.
Lo stile è vivo, incolto e selvaggio. Lo preferisco quando rimane crudo e razionale, descrive persone, ripercorre episodi e meno quando si fa poesia urbana e rasenta la retorica, il limite tipico delle narrazioni di strada. Ha il pregio però di dire il necessario e non allungare inutilmente il brodo, come succede nel racconto personale e che, com'è ormai noto, mi fa ammattire.
Da un lato riconosco e rinsaldo nel suo racconto lo spirito anticonformista di chi agli schemi, alle consuetudini, alle scelte comode preferisce la lotta politica, i valori di culture alternative e la comunicazione della musica di strada, diretta e sincera. Dall’altro leggere dell’ennesima esperienza controculturale animata da narrazioni, personaggi e gesta esclusivamente maschili mi fa incazzare. C’è qualche sparuta presenza femminile, più writer che rapper, o i soliti grandi amori sfortunati della giovinezza, insieme a qualche timido accenno al movimento femminista interno ai centri sociali, ma è proprio poca roba. Non è che donne decisive e influenti mancassero in quegli ambienti, è che i maschi che li hanno vissuto hanno condiviso le maggiori esperienze con i loro pari, incapaci di vedere altro.
Rimane una lettura preziosa perchè alternativa alle narrazioni della musica mainstream e perchè capace di analisi politica e sociale che solo i gruppi della scena underground e militante sono in grado di portare. Riflettere su cosa abbiano rappresentato i centri sociali in Italia e sulle lotte di cui la loro musica si è fatta espressione, proprio ora che la stagione più vitale sembra volgere al termine, è importante per chi c'era come per chi è arrivato tardi, ma anche per tutti quelli consapevoli che fare musica significhi anche e soprattutto avere qualcosa da dire.
Lo stile è vivo, incolto e selvaggio. Lo preferisco quando rimane crudo e razionale, descrive persone, ripercorre episodi e meno quando si fa poesia urbana e rasenta la retorica, il limite tipico delle narrazioni di strada. Ha il pregio però di dire il necessario e non allungare inutilmente il brodo, come succede nel racconto personale e che, com'è ormai noto, mi fa ammattire.
Da un lato riconosco e rinsaldo nel suo racconto lo spirito anticonformista di chi agli schemi, alle consuetudini, alle scelte comode preferisce la lotta politica, i valori di culture alternative e la comunicazione della musica di strada, diretta e sincera. Dall’altro leggere dell’ennesima esperienza controculturale animata da narrazioni, personaggi e gesta esclusivamente maschili mi fa incazzare. C’è qualche sparuta presenza femminile, più writer che rapper, o i soliti grandi amori sfortunati della giovinezza, insieme a qualche timido accenno al movimento femminista interno ai centri sociali, ma è proprio poca roba. Non è che donne decisive e influenti mancassero in quegli ambienti, è che i maschi che li hanno vissuto hanno condiviso le maggiori esperienze con i loro pari, incapaci di vedere altro.
Rimane una lettura preziosa perchè alternativa alle narrazioni della musica mainstream e perchè capace di analisi politica e sociale che solo i gruppi della scena underground e militante sono in grado di portare. Riflettere su cosa abbiano rappresentato i centri sociali in Italia e sulle lotte di cui la loro musica si è fatta espressione, proprio ora che la stagione più vitale sembra volgere al termine, è importante per chi c'era come per chi è arrivato tardi, ma anche per tutti quelli consapevoli che fare musica significhi anche e soprattutto avere qualcosa da dire.
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