Una volta e per sempre
E' raro in letteratura incontrare tanta purezza e onestà, di sguardo e di misura, nel tracciare una prosa che si confronta direttamente con il tema della malattia, della perdita e del lutto. Una madre senza nome ha superato due volte la sfida della malattia, la terza le è fatale. Il figlio, un ragazzo semplice e sensibile, vuole vedere la vita che si conserva nell'esistere, non vuole perdersi nemmeno un istante di questo tempo mortale che sta finendo. Sono i dettagli a dire la dedizione, è la precisione dei contrasti a muovere alla speranza, è la notte del male incurabile a illuminarsi di gesti poetici. Instancabile l'amore e ossessivo il districarsi dalle radici, la ricerca maniacale di una distanza e di una concretezza, la sofferenza originaria e ancestrale che genera contraddizioni e compromessi, lacrime e ricordi, coincidenze e corrispondenze. Il passato è tutto e rivive come in sogno, il futuro non sarà mai o forse alla fine si formerà in qualcosa di diverso, grazie alle relazioni con il padre, la fidanzata, i conoscenti. La separazione dalla persona amata non si può preparare e c'è un'atmosfera narrativa che trova possibilità di significanti incantevoli e frammenti di consolazione ininterrotta persino ai margini del reale, nell'agonia, nell'impotenza e nel dramma. Tragedia dalla quale ricominciare per conservare ciò che ci tiene in vita, così prezioso e duraturo. Così un discorso imperfetto intesse una trama tra la legge biologica e il fluire del quotidiano, tradendo le abitudini in un tempo sospeso e irraggiungibile. Si aprono abissi e parentesi nel testimoniare buio la conclusione, assoluta e viscerale, inavvicinabile e ostinata, disperazione che non concede perdono, crudeltà che non conosce pietà. Davvero un esordio potente nel rievocare la forza della vita e del presente, la necessità di scindersi e, per non perdere, salvarsi.
Mi sentii un funerale, nella testa,/e i dolenti avanti e indietro/andavano, andavano, finché parve/che il senso si sfondasse/e quando furono tutti seduti,/una funzione, come un tamburo/batteva, batteva, finché pensai che la mia mente si assordasse/e poi li udii sollevare una scatola/e scricchiolare attraverso l'anima/con quegli stessi stivali di piombo, sempre,/poi lo spazio cominciò a rimbombare,/come se i cieli fossero una sola campana/e l'essere, un unico orecchio, e io, e il silenzio, una razza sconosciuta/naufraghi, soli, qui. E. Dickinson