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Dead Tech. A Guide to the Archaeology of Tomorrow
DEAD TECH is more than a book on industrial archaeology. The decay of our industrial monuments is both beautiful and sad. Hamm captures the decline of our mechanized age as he documents wartime gun emplacements, steam locomotives, collapsing piers, decommissioned aircraft carriers, abandoned coal and steel plants, and the grim piles of nuclear power plants. Dead Tech documents the deconstruction of the hubristic monuments of war and capitalism that surround us.
- GenresNonfiction
132 pages, Paperback
First published September 12, 1983
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Community Reviews
Displaying 1 - 2 of 2 reviews
December 7, 2012
ARCHEOLOGIA DEL FUTURO

Ho un debole per l’archeologia industriale, mi piace vederla e attraversarla – trovo che renda affascinante anche architetture così così, raggiunto l’orlo dello sfacelo e la tacita rovina acquistano un rilievo che va oltre le intenzioni iniziali.
Così, quando trentuno anni fa, in una vetrina di University Av. ho visto questo libro fresco di pubblicazione mi ci sono fiondato e con $14.95, un’inezia per un libro fotografico paragonato ai prezzi nazionali, me lo sono portato a casa.

Le foto non sono tutte mozzafiato. La stampa lascia a desiderare, però dedicare una pagina a ciascuna foto è un optional molto gradito. Il testo d’accompagnamento è trascurabile.

Ma i soggetti m’incantano e incatenano.
Si comincia con le rovine di guerra, e siamo dalle nostre parti: la linea Maginot, i bunker, il forte di Verdun, la difesa sull’Atlantico e viene automatico pensare che è normale, sono cose distrutte dalla guerra e che risalgono a un’epoca che sembra remota, mentre invece è solo dietro l’angolo.

Si prosegue con trionfi di ruggine, metallo, tubi, ruote, lamiere divelte, turbine, ciminiere, carcasse penzolanti, binari in disuso, il magnifico molo del vecchio porto sulla West Side Manhattan (e sull’onda dell’emozione scatenata da queste foto, io mi esercitavo a fotografare banchine e moli molto più a ovest, sull’oceano Pacifico), il bianco e nero sempre magico si alterna al colore, e sul mare si può passare da New York a Brighton e di nuovo in Normandia, piramidi di auto demolite pressate una sull’altra a comporre un nuovo tipo di minerale con striature di colori diversi, strade abbandonate, cimiteri di aeroplani, fusoliere scarnificate, luoghi ormai inutilizzati dove è iniziata l’avventura spaziale (Cape Canaveral), cattedrali di cemento generatore di erbacce, e, immancabili, le rovine dello stato atomico, del sogno dell’energia per tutti e per sempre (Three Mile Island).


Ho un debole per l’archeologia industriale, mi piace vederla e attraversarla – trovo che renda affascinante anche architetture così così, raggiunto l’orlo dello sfacelo e la tacita rovina acquistano un rilievo che va oltre le intenzioni iniziali.
Così, quando trentuno anni fa, in una vetrina di University Av. ho visto questo libro fresco di pubblicazione mi ci sono fiondato e con $14.95, un’inezia per un libro fotografico paragonato ai prezzi nazionali, me lo sono portato a casa.

Le foto non sono tutte mozzafiato. La stampa lascia a desiderare, però dedicare una pagina a ciascuna foto è un optional molto gradito. Il testo d’accompagnamento è trascurabile.

Ma i soggetti m’incantano e incatenano.
Si comincia con le rovine di guerra, e siamo dalle nostre parti: la linea Maginot, i bunker, il forte di Verdun, la difesa sull’Atlantico e viene automatico pensare che è normale, sono cose distrutte dalla guerra e che risalgono a un’epoca che sembra remota, mentre invece è solo dietro l’angolo.

Si prosegue con trionfi di ruggine, metallo, tubi, ruote, lamiere divelte, turbine, ciminiere, carcasse penzolanti, binari in disuso, il magnifico molo del vecchio porto sulla West Side Manhattan (e sull’onda dell’emozione scatenata da queste foto, io mi esercitavo a fotografare banchine e moli molto più a ovest, sull’oceano Pacifico), il bianco e nero sempre magico si alterna al colore, e sul mare si può passare da New York a Brighton e di nuovo in Normandia, piramidi di auto demolite pressate una sull’altra a comporre un nuovo tipo di minerale con striature di colori diversi, strade abbandonate, cimiteri di aeroplani, fusoliere scarnificate, luoghi ormai inutilizzati dove è iniziata l’avventura spaziale (Cape Canaveral), cattedrali di cemento generatore di erbacce, e, immancabili, le rovine dello stato atomico, del sogno dell’energia per tutti e per sempre (Three Mile Island).

December 27, 2007
I love decaying machinery in photographs and in writing.
Displaying 1 - 2 of 2 reviews



