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Confesso sin da subito la molteplice inquietudine che questo romanzo mi ha causato e continua a causare. Una vicenda morbosa che mi ha causato disturbo e inquietudine. Un romanzo che, nonostante ciò, gode di un altissimo favore e apprezzamento. Inf...moreConfesso sin da subito la molteplice inquietudine che questo romanzo mi ha causato e continua a causare. Una vicenda morbosa che mi ha causato disturbo e inquietudine. Un romanzo che, nonostante ciò, gode di un altissimo favore e apprezzamento. Infine, l'inquietudine di doverlo recensire negativamente. Nella post-fazione, che l'autore chiama inspiegabilmente (ma anche inevitabilmente) Epilogo, Marias ricorda che il romanzo, attuale forma dominante della produzione letteraria, è in voga ormai da quattro secoli. Perché si continua a scrivere e leggere romanzi, a scrivere e leggere pura finzione, quando il mondo, con la sua storia, e le sei miliardi di vite umane hanno molto di più da offrire? La domanda è interessante, la risposta però mi sembra sbagliata. Cosa c'è di più vuoto e autoreferenziale e vuoto di un romanzo che s'interroga su se stesso? Scrivi un saggio, insomma, non un romanzo! Ecco dunque che viene fuori un romanzo estremamente prolisso, ridondante, pesante, senza inizio né fine, inconcludente, oscenamente morboso, in cui la scrittura viene pervertita per fini che vanno ben oltre la comunicazione letteraria. Il risultato è un romanzo che contraddice se stesso. La contraddizione che mi pare più estrema, è l'assenza totale di introspezione psicologica malgrado una narrazione in prima persona che, nel suo incedere e accanirsi su se stessa sfiora il flusso di coscienza. Narrazione piatta, statica, ripiegata su se stessa, priva di azione e fatta puramente di pensiero. Eppure, del protagonista noi non sappiamo nulla. Conosciamo tutto quello che gli passa per la testa, ma non lo comprendiamo. Presenzia agli eventi come testimone passivo, a volte agisce d'impulso, senza alcuna ragione (porta via con sé il reggiseno della morente Marta, le ruba i natri della segreteria telefonica, poi, più tardi, ne pedina la sorella, le sporca il cappello strofinandolo a terra, pedina l'ex moglie e si intrufola persino a casa sua - tutto questo senza uno straccio di pensiero, di motivazione, il protagonista agisce come se avesse la segatura al posto del cervello). Degli altri personaggi sappiamo ancora meno. Eppure sono tutti ottimamente caratterizzati, nei vezzi, nelle abitudini, nei dialoghi, nelle scelte di vita. Com'è possibile scrivere così tanto e allo stesso tempo non dire nulla? Lo stile è un'altra grave contraddizione. Marias ha una scrittura bellissima, è ineccepibile. Uno stile denso, ricchissimo; sottomesso, però, a una storia chiusa in se stessa risulta alla fine eccessivamente prolisso, gratuito nella sua ostentata e superflua abbondanza e ridondanza. Soprattutto le tantissime citazioni letterarie, la maggior parte, peraltro, nascoste e contraffatte, mentre l'esibita e ricorrente citazione del Riccardo III riesce nell'impresa impossibile di apparire ogni volta fuori luogo, inopportuna. Se è vero che alcuni passi sono di una bellezza indiscutibile, ci sono interi capitoli che meritano di essere strappati via, il sollievo di dover leggere meno pagine ne sarebbe evidente guadagno, al quale la loro presenza nel romanzo non può contrapporre alcunché. Il fallimento più grande, però, mi pare nella precisa volontà (o incapacità?) di trattare temi fondamentali che pure l'idea che apre il romanzo potrebbe generare. L'ingresso improvviso, oscenamente lento, a rallentatore, della morte nella vita di Victor, inspiegabilmente non porta con sé alcuna conseguenza. Nessuna vera riflessione sulla vita e sulla morte, sulla condizione della vita umana: nulla di quanto ci si potrebbe aspettare. Così è anche per gli altri personaggi, non reagiscono. Victor ossessivamente congestiona il proprio cervello, e dunque la pagina, di pensieri casuali, fantastica continuamente a occhi aperti, pensa tra sé e si distrae mentre gli altri parlano. Victor, come gli altri, prende tempo: e ogni volta arriva sempre in ritardo. Questo vale per l'intero romanzo, le cui pagine sono sempre fuori posto. Ogni personaggio, ogni voce, ogni scena e ogni rivelazione arrivano in ritardo. E' questo che fa, Marias: prende tempo, temporeggia, distrae il lettore, lo annoia mortalmente. E quando sembra che finalmente il romanzo stia per iniziare, ti ritrovi all'ultima pagina. Con duecentottanta pagine trascorse che non ti hanno lasciato nulla, assolutamente nulla.(less)
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In uno scenario che vede la fantascienza italiana frammentata, relegata ai margini, sottaciuta, scovare un nuovo romanzo è già una conquista. Trovare romanzi di fantascienza italiana di buona qualità è cosa ancora più preziosa. Così è con Il quadra...moreIn uno scenario che vede la fantascienza italiana frammentata, relegata ai margini, sottaciuta, scovare un nuovo romanzo è già una conquista. Trovare romanzi di fantascienza italiana di buona qualità è cosa ancora più preziosa. Così è con Il quadrato di Blaum, che davvero non ha nulla da invidiare alle menti più visionarie e note della fantascienza anglofona. Con una scrittura fresca, nuova, dal lessico ricco, l'autore riesce a infondere nuova linfa vitale in scenari e filoni visti e rivisti, riuscendo a convincere con un prodotto innovativo, che pone vecchie e nuove domande. Scelta singolare, la mescolanza di due tematiche classiche: la vita nello spazio e la società distopica, postapocalittica. L'annunciato disastro ecologico della Terra ha condotto ad una via di fuga estrema: imprigionare la popolazione mondiale, rea di non esser stata in grado (o, per meglio dire, di non aver avoluto) di cambiare il destino manifesto del pianeta, nella solipsistica prigionia del vuoto dello spazio e in una società distopica, retta dal Matriarcato, gerarchica ed opprimente. Nonostante le esaurienti, ben pesate digressioni e descrizioni, le due tematiche in alcuni punti non risultano perfettamente amalgamate: si ha l'impressione, in certi casi, che il romanzo possa funzionare benissimo con la sola ambientazione nello spazio profondo, ignorando tranquillamente i dettagli del distopico Matriarcato. Il punto di vista, del resto, è affidato a tre reietti, isolati dal resto della società, condannati, come tanti altri, al lavoro di netturbini spaziali. Più delle implicazioni sociali, è il rapporto del singolo individuo con l'assoluto vuoto dell'universo a muovere e scuotere i personaggi; tanto più che la ricerca personale del singolo non abbraccia mai la sovversione dell'ordine esistente, in un'ottica, peraltro, di feroce pessimismo. E' anche vero che il romanzo si distingue per una notevole carica riflessiva, che rielabora vecchie domande e ne pone di nuove, dallo sviluppo ecosostenibile, al rapporto contrastato tra progresso e perdita di umanità; quest'ultima, perfettamente incarnata negli automi a emoglobina, la massa grigia della società sottomessa al Matriarcato.(less)
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Potrà sembrare insolito, ma nel recensire questo romanzo conviene partire dalla fine; anzi, per dirla tutta, dai ringraziamenti dell'autore, perché un posto d'onore è riservato a Robert Heinlein, maestro della fantascienza militare e della space oper...morePotrà sembrare insolito, ma nel recensire questo romanzo conviene partire dalla fine; anzi, per dirla tutta, dai ringraziamenti dell'autore, perché un posto d'onore è riservato a Robert Heinlein, maestro della fantascienza militare e della space opera.
Il riconoscimento è sentito come dovuto da uno scrittore la cui formazione è imbevuta, giustamente, dei grandi classici della fantascienza moderna. Un bagaglio culturale che John Scalzi mostra di portare con orgoglio e di saper rielaborare, proponendo un romanzo che va ben oltre l'omaggio letterario, imponendosi con questo primo romanzo di una fortunata serie - che negli States conta tre seguiti - al punto da ottenere, nel 2010, la presidenza della Science Fiction and Fantasy Writers of America.
Morire per vivere è un romanzo di fantascienza militare che già all'inizio mostra la sua originalità e la sua radicale volontà di innovazione: il protagonista, John Perry, è un settanticinquenne da poco rimasto vedovo. Senza più uno scopo nella vita, decide di abbandonare la monotona sicurezza della vita sulla Terra, con il suo immortale e immutato scenario provinciale, per arruolarsi nelle FDC (Forze di Difesa Coloniale); combatterà gli alieni, in uno scenario alieno, in cambio del miraggio di una nuova giovinezza. L'autore ha già infranto il primo tabù: non è usuale trovare protagonisti così anziani in un romanzo di fantascienza, specialmente in quelli militari.
Se è anche vero che presto John Perry abbandonerà il suo vecchio corpo, indossandone uno nuovo superaccessoriato, confezionato su misura per lui, rimarrà sempre un uomo di settanticinque anni, con addosso il peso delle sue esperienze di vita, le sue necessità e le sue convinzioni, così salde che non perderà mai di vista il senso dell'umanità.
Gli ingredienti principali del romanzo sono molteplici e ben curati. Gli appassionati di fantascienza certamente apprezzeranno le lunghe e dettagliate descrizioni tecniche, la lucida immaginazione che ha portato alla creazione dei corpi modificati, verdi forse proprio per ricordare quanto siano alieni, capolavoro di bioingegneria e nanotecnologia (lo SmartBlood, il sangue artificiale, e il BrainPal, il cervello-computer, sono alcune delle straordinarie invenzioni realisticamente descritte). Così come ben curate sono le scene di azione, quasi da videogioco. La ricchezza del dettaglio talvolta però appesantisce la pagina; se farà impazzire i fanatici del genere, è anche vero risulterà di ostacolo al lettore occasionale.
Lo stile si presenta all'altezza delle esigenze narrative. Quella di Scalzi è una scrittura ben affinata, grazie all'esperienza nel genere (da menzionare la partecipazione dell'autore alla serie Stargate Universe). Molto apprezzabile è l'ironia diffusa lungo il romanzo, molto piacevole, un'ironia matura, che solo un uomo che ha visto tutto, o quasi, nella sua vita, può provare.
Un modesto, ma altrettanto apprezzabile spazio viene lasciato alla definizione della caratterizzazione dei personaggi, con una discreta introspezione psicologica e una certa carica riflessiva. Morire per vivere, a ben vedere, è la storia di quanto sia forte il senso dell'umanità, che resiste persino negli ambienti più ostili, nelle condizioni più estreme. La tematica principale pare dunque proprio il conflitto tra l'umano e il disumano, l'alieno, il diverso. Forse, dietro i compiti di guerra e gli obiettivi militare, si nasconde il compito più difficile: tracciare i confini dell'umanità.(less)
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Questo romanzo è la "cosa" più fantascientifica che mi sia passata tra le mani. Sfiora l'incomprensibile.
Provo a dare una mia umile interpretazione per uscire dal nero notte, attingendo a tre parole chiave del testo.
E' la perfez...
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"E' di nuovo tutto immobile. Sono immerso nel buio freddo, senza vento, morto. E' questa la verità: il buio. E noi siamo l'anomalia. Piccole scintille sfavillanti sulla crosta di questo pianeta che gira, mentre tutt'intorno regna l'oscurità."...
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"Così si incontrarono. Occhi serrati contro un mondo irrilevante."
Nell'America degli anni Quaranta, come oggi, non c'è nulla di più scandaloso dell'attentare al concetto di "normale". Riscrivere le categorie, rivedere i confini, definire l'indefinib...more"Così si incontrarono. Occhi serrati contro un mondo irrilevante."
Nell'America degli anni Quaranta, come oggi, non c'è nulla di più scandaloso dell'attentare al concetto di "normale". Riscrivere le categorie, rivedere i confini, definire l'indefinibile, mettere a norma l'anormale. La grandezza di La statua di sale, più che nella sua trama e nel suo contenuto, sta nell'impatto che la contrastata pubblicazione e l'incredibile successo ha provocato nel mondo. Gore Vidal era perfettamente conscio delle conseguenze, e, mostrando un grandissimo coraggio, vi andò incontro. Con la ben avviata carriera politica, già a vent'anni, avrebbe potuto cambiare il mondo. Con questo libro fece molto di più. La statua di sale è la storia di un amore e di una crescita, di un viaggio, forse una fuga; è, soprattutto, la storia della ricerca normale, universale, dell'amore. Distruggendo per sempre, o quasi, gli stereotipi dell'amore omosessuale, Vidal mette in scena il peregrinare umano di un giovane normale, normalissimo, un giovane come tanti, e che pure sfugge a qualunque definizione. Non c'è posto, per lui, nel mondo di chi lo vuole legato a un matrimonio, a una famiglia; eppure, non trova posto nemmeno nel mondo alternativo, parallelo, degli omosessuali americani, infagottati nei loro costumi di scena. Spinto unicamente dal ricordo di un amore giovanile, l'unico a sembrare valido, possibile, perché spontaneo - l'unico amore vero, voluto, diverso dai matrimoni disinteressati degli eterosessuali e dai rapporti occasionali degli omosessuali - il giovane Jim viaggia dentro e fuori gli Stati Uniti, incontra persone, si innamora, sì, ma sempre di ciò che non può avere, come tutti, in un peregrinare esistenziale che interpreta in maniera diversa quel che sarà la tematica principale della letteratura hipster e della beat generation. Il finale brusco, improvviso, amarissimo, è un ritorno a casa che coincide con l'inizio di un nuovo viaggio. Non è forse questo, la vita?(less)
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3.5/5Il punto della questione: Sedaris è davvero utile alla letteratura contemporanea?Okay, è come chiedersi se Scary Movie sia utile al cinema contemporaneo. No, non è utile, però si presuppone che abbia l'unico scopo di divertir...
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"La vita non è altro che una serie di contraddizioni con cui è necessario imparare a fare i conti".
Il mare di legno, terzo e ultimo pannello della trilogia di Crane's View, pubblicato per la prima volta nel 2000, è davvero un libro spartiacque; o al...more"La vita non è altro che una serie di contraddizioni con cui è necessario imparare a fare i conti".
Il mare di legno, terzo e ultimo pannello della trilogia di Crane's View, pubblicato per la prima volta nel 2000, è davvero un libro spartiacque; o almeno, così apparirà ai lettori di Carroll. Se da un lato questo ultimo episodio rappresenta il culmine dell'escalation surreale che ha invaso la tranquilla e anonima cittadina di Crane's View, dall'altro i lettori attenti di Carroll vi vedranno un salto qualitativo, insieme tematico e silistico, che prepara il terreno, per così dire, ai lavori futuri. Protagonista del romanzo è Francis McCabe, poliziotto ex testa calda e adolescente ribelle della città, già spalla del protagonista del primo romanzo della trilogia e comparsa nel secondo. Dopo aver contribuito alla risoluzione di un misterioso assassinio e dopo esser stato appena sfiorato dal surreale, è tempo che il capo della polizia venga completamente inghiottito. A un livello alto, non inizialmente accessibile, il romanzo si presenta come una resa dei conti interiore del personaggio, costretto ad affrontare il suo passato e il suo stesso futuro, incarnati in tante copie di sé in diverse età della sua vita. Molto curata risulta dunque la psicologia del personaggio, la sua crescita, il suo lento trasformarsi da teenager borderline dedito alla violenza a carismatico e rispettato tutore dell'ordine. Tematiche umane predilette dall'autore, il rapporto conflittuale con il padre e la complicata vita sentimentale, tra un divorzio affrettato e un felicissimo e salvifico secondo matrimonio. Tornando al livello principale della narrazione, la storia è davvero un'eruzione di surreale: Crane's View si trasforma, capitolo dopo capitolo, in un quadro di Dalì. Tutto comincia con il ricorso a un elemento che è già un classico: un animale singolare, che in sé mescola ordinario e straordinario. Murakami ha la sua pecora, Saramago l'elefante, Vikram Chandra una scimmia... e Carroll ha un cane a tre zampe, apparentemente immortale, chiamato Antica Virtute. E' l'incontro con questo cane a dare avvio ai giochi: un piccolo elemento fuori dall'ordinario capace di contaminare tutta la realtà. Davvero notevole, anche per i lettori di vecchia data, la capacità che Carrol dimostra nel mantenere in perfetto equilibrio tantissimi ingredienti diversi: inclusi il viaggio nel tempo, il fantastico religioso e persino gli alieni! I tre ingredienti fondamentali, che difficilmente si trovano insieme nello stesso romanzo, riescono non solo ad armonizzarsi, ma a dar vita a un grande disegno metafisico universale, credibile e coerente (e che, aggiungo, sembra preparare il disegno divino, la zuppa di vetro dei romanzi successivi). Come di consueto, la grande ricchezza di questo romanzo sta nella mescolanza di generi: impostato come un giallo, non rinuncia mai all'analisi psicologica (che, come si è detto, è il vero nucleo del romanzo); grazie al viaggio nel tempo c'è una spruzzata di fantascienza (con la descrizione di tecnologie e società future), gli alieni, scambiati inizialmente per emissari demoniaci e poi divini, fanno da denominatore comune alle diverse rappresentazioni fantastiche; per finire con la maestria tipica dell'autore nel tratteggiare gli strappi surreali al tessuto della realtà, con riflessioni sulla percezione che ricordano un po' Ubik di Dick. Una grande prova, dunque, un romanzo variopinto, conclusione col botto di un'interessante trilogia, tra alti e bassi, e prologo di opere successive, ancora più incredibilmente visionarie.(less)
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