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La porta sull'estate by Robert A. Heinlein
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Jun 30, 2012

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bookshelves: romanzi, lett-americana, usa
Read in January, 1968 — I own a copy

Robert Anson Heinlein è stato definito uno dei padri fondatori della fantascienza moderna assieme a Isaac Asimov e Arthur C. Clarke. Nasce a Butler (Missouri) il 7 Luglio 1907. Si laurea all'accademia navale di Annapolis, nel 1929 ed in quello stesso anno sposa Leslyn MacDonald, da cui in seguito divorzierà. Nei cinque anni successivi presta servizio a bordo di navi della Marina, ma, nel 1934, per gravi motivi di salute è costretto a ritirarsi. Per qualche tempo si dedica agli studi di astronomia, interrotti di nuovo per motivi di salute, e poi alle vendite immobiliari, al campo minerario ed alla politica. Nel 1939, Heinlein si imbatte per caso, sulla rivista “Thrilling Wonder Stories”, nel bando di un concorso letterario: cinquanta dollari per il miglior racconto di fantascienza. Quasi per scherzo, scrive La linea della vita, la sua prima opera letteraria. Non vince il concorso, ma il racconto gli venne subito richiesto da John W. Campbell, direttore di “Astounding Science Fiction”. Campbell comincia ad acquistare regolarmente gli scritti di Heinlein, che osserverà poi scherzosamente: “Da quanto tempo esiste questa pacchia? Perché nessuno me lo aveva detto?”
Tra il 1942 e il 1945 Heinlein lavora come ingegnere al Naval Air Experimental Center di Philadelphia. Nel 1948 sposa in seconde nozze Virginia Gerstenfeld. Nel 1956 vince il premio Hugo per il racconto Stella Doppia. L'anno successivo fa il bis con il romanzo Fanteria dello Spazio. Altri due Hugo gli vengono assegnati nel 1962 (per Straniero in terra straniera) e nel 1967 (La Luna e' una severa maestra). Nel 1969 commenta con Walter Cronkite il primo allunaggio. Muore a ottant'anni, il 9 Maggio 1988 a Carmel, California.

Uno dei pregi riconosciuti ad Heinlein è stato quello di essere riuscito a riversare con naturalezza nei suoi romanzi tutte le sue personali convinzioni ed i suoi valori: l’amore per la disciplina e la vita militare, la sua particolare dualistica visione della politica, il patriottismo, la sua razionale mentalità da ingegnere. Tipico dei romanzi di Heinlein è il rapporto discepolo-mentore. Gran parte delle sue storie sono basate sul confronto/scontro tra due personaggi, uno giovane e ingenuo, l'altro maturo e smaliziato, artificio letterario noto (si pensi a Holmes e Watson), utile per spiegare un punto di vista senza correre il rischio di apparire saccente.

Credo che questo romanzo piacerebbe anche a chi non gradisce particolarmente il genere fantascientifico. Se, infatti, è vero che ci vengono prospettate situazioni che presuppongono uno sviluppo tecnologico non ancora del tutto in nostro possesso, è altrettanto vero che lo stile chiaro e preciso con cui Heinlein ce le presenta le rende del tutto plausibili. I personaggi sono piuttosto ben delineati e la trama scorrevolissima, grazie anche ad una parziale commistione con genere “giallo” che crea parecchia suspense. Il protagonista, infatti, ricorre all’ibernazione per poter sfuggire ad una truffa ordita ai suoi danni dalla propria compagna e dal socio in affari.

Ma, soprattutto, indimenticabile è Pete, il gatto che lo accompagna ovunque e che non si rassegna all’inverno. Voglio riportare qui l’incipit del libro, che ho sempre trovato degno della miglior letteratura:
Un inverno, poco prima della Guerra delle Sei Settimane, io e il mio gatto, Petronio Arbitro, abitavamo in una vecchia casa di campagna nel Connecticut. Credo che quella casa non esista più. Non era lontana dalla zona di Manhattan che andò completamente distrutta, e poi si sa che le vecchie case di legno bruciano come la carta velina. Ma anche se esiste ancora, non credo che serva molto in quanto è priva di impianti igienici, ma a me e a Pete piaceva, sia perchè l'affitto era basso, sia perchè la sala da pranzo, rivolta a nord, era per me un'ottima stanza per disegnare. Unico svantaggio erano le undici porte che si aprivano nella casa. Dodici anzi, se contiamo quella di Pete. A proposito, Pete è sempre Petronio Arbitro. Lo chiamo così per comodità. Io ho sempre fatto in modo, in tutte la case dove siamo andati a vivere, che Pete avesse la sua porta personale. Nel caso specifico si trattava di un'apertura praticata nella porta-finestra di una stanza disabitata, apertura grande abbastanza per lasciare passare Pete con baffi e tutto. Per troppo tempo avevo aperto e chiuso porte ai gatti: da qui la decisione di ricorrere a quello stratagemma. Pete si serviva abitualmente della su porta, tranne quando riusciva a costringermi ad aprirgliene una normale. Una cosa era certa: non si serviva mai della sua porta quando fuori c'era la neve. Fin da quando era un micio tutto pelo e ronron, Pete aveva elaborato una filosofia molto semplice: io dovevo occuparmi della casa, dei viveri e del tempo, lui pensava a tutto il resto. Mi riteneva in particolar modo responsabile delle condizioni atmosferiche. Gli inverni nel Connecticut vanno bene per le cartoline natalizie, e durante l'inverno Pete provava regolarmente a uscire dalla sua porticina, e regolarmente si rifiutava di andare fuori a causa della sgradevole cosa bianca che c'era all'esterno. Allora veniva da me, per pregarmi di aprire una porta normale, convinto che almeno una di esse si aprisse su una bella giornata estiva. Così, tutte le volte io dovevo fare il giro delle undici porte e aprirle in modo che si persuadesse che anche fuori di quelle era inverno. A ogni porta il suo disprezzo per la mia inettitudine aumentava, accresciuto dalla delusione. Usciva, finalmente, ma stava fuori il tempo necessario a far calare la pressione idraulica. Quando tornava, il ghiaccio rappreso intorno alle zampe risuonava sul pavimento di legno, come se calzasse minuscoli zoccoli, e Pete mi lanciava occhiate di fuoco, rifiutandosi di fare le fusa finché non riusciva a leccare via tutto. Dopo di che mi perdonava, fino alla prossima volta. Con tutto questo non rinunciava mai alla sua ricerca di Una Porta che si aprisse sull'Estate.
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08/10/2016 marked as: read

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