Arwen56's Reviews > Il Golem

Il Golem by Gustav Meyrink
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9615245
's review
May 19, 12

bookshelves: romanzi
Read in November, 2011 — I own a copy

Questo romanzo mi ha tenuta impegnata un mese intero e sono riuscita ad arrivare alla fine con fatica. Molta fatica. Tantissima fatica. Una fatica della madonna, considerando che sono solo duecentocinquanta pagine. Non ci ho capito assolutamente niente. Anzi, diciamocela schietta: non ci ho capito un beato cazzo. Non ho la più pallida idea di dove volesse andare a parare l’autore, né se da qualche parte stesse andando o volesse effettivamente andare. Di solito, in questo tipo di evenienza, ho notato che la gente tende a nascondersi dietro a speciosi, nonché triti e ritriti, paragoni kafkiani che, infatti, si sono letteralmente sprecati in questa occasione, anche su aNobii. Con l’aggiunta, poi, di una generica e inafferrabile componente “esoterica”, per cui il senso non andrebbe cercato nella storia in sé, bensì in non meglio specificati e reconditi significati. Quali questi ultimi siano, non è dato sapere, perché nessuno lo dice. Pare ci siano, ma non si possono esprimere. Non per nulla sono “esoterici”, appunto. Per non parlare dell’uso ripetuto dell’aggettivo “onirico”. Ed è risaputo che di fronte all’onirico si arrendono tutti:

“Ma cosa sarebbe questa roba che non la conosco e non so cos’è?”
“E’ una roba onirica.”
“Ah, bè, se è onirica, va bene. Me ne dia tre chili, che un po’ la consumo stasera e il resto la metto in freezer per i prossimi giorni. Anzi, faccia pure tre chili e mezzo. Non si sa mai.”


Federico Fellini, ad esempio, in altro ambito, ci ha fatto fortuna giocando su questo meccanismo. E’ “onirico”, quindi te lo cucchi così com’è. E se non capisci, sono cazzi tuoi. Lo scemo è sempre quello che legge e non comprende, mai quello che scrive e che non è in grado di spiegare chiaramente quello che vuol dire, ovvero di comunicare. Ça va sans dire. Infatti, avete mai sentito parlare di “lettori incompresi”? No, naturalmente no. Ma di “scrittori incompresi” ne son piene le fosse. E’ sempre il lettore che non capisce una mazza. Un lettore deve, necessariamente, rassegnarsi e farsene una ragione: è un cretino per antonomasia. Non c’è niente da fare. Gira e rigira, è sempre colpa sua se non apprezza un libro. Gli scrittori hanno sempre dei pregi e delle ragioni dalla loro parte, i lettori mai. Sono coglioni per default, per così dire.

Ma passiamo ai fatti. Abbiamo, come protagonista, questo signor Athanasius Pernath. E fin qui niente da dire. I conti tornano. Ma poi scopriamo che probabilmente non è il signor Athanasius Pernath, bensì un presunto signor Athanasius Pernath. Già. Perché pare che abbia scambiato il proprio cappello con quello di un’altra persona e, sembrerebbe, ma non si sa con certezza, che stia vivendo la vita dell’altro. E va bene anche questo. E’ comprensibile. Non plausibile, ma ipotizzabile sì.

Poi si cade nel caos totale. Perché il presunto signor Athanasius Pernath comincia sdilinquirsi. El se stremiss (che in dialetto milanese significa “si spaventa”) ogni tre per due. Ha languori e mancamenti che neppure una vergine quindicenne proverebbe, neanche di fronte al talamo nuziale in cui giaccia un ben più attempato e novello marito. Vive esperienze che non si capisce bene se siano reali o mistiche e che lo lasciano sempre e comunque “pieno di orrore”. Athanasius Pernath è sempre, perennemente “pieno di orrore”, esattamente come l’automobilista di Joele Dix è sempre, perennemente “..’zzato come una bestia”. Prima pare essere innamorato perso di Carolina, ma poi salta fuori che è Miriam quella lo attizza di più. Per non parlare della storia di Savioli, Charousek e del figlio di Wassertrum, che vagola per tutto il romanzo senza trovare alcuna collocazione precisa, nonché di uno straccio di motivazione sul perché ci sia stata proposta. E, alla fine, dopo un ennesimo e ingiustificato evento, ossia l’incendio del quartiere ebraico (che poi neanche si sa se è davvero avvenuto), il nostro si ritrova di fronte a un portale che rappresenta un ermafrodito, oltre il quale riesce a intravedere un uomo identico a sé, cui si appoggia la Miriam di cui sopra.

A questo punto mi sono chiesta: cazzo, vuoi vedere che mi sono sciroppata tutto ‘sto guazzabuglio indescrivibile solo per finire di ritrovarmi tra le mani, per la centesima volta, la solita menata della mela divisa in due, ovvero della metà perduta della quale, in teoria, saremmo alla perpetua ricerca? E anche quella del Doppelgänger? Ma porca paletta, c’era proprio bisogno di fare tutta questa confusione per esprimere il concetto?

Nel casino generale, non si comprende assolutamente cosa c’entri il golem, poverino, che, a ben vedere, è l’unica figura davvero sensata cui si accenni, sia pur vagamente, nella storia. Mi sfugge, ma sarà certo colpa della mia stupidità, perché questo romanzo sia stato così intitolato. Il golem, tradizionalmente, un suo sfondo preciso ce l’ha. E’ una specie di superman della religione ebraica. Se ne sta lì nel suo angolino, buono buono, informe materia d’argilla, sino a che qualche rabbino gli ficca in bocca (o gli scrive da qualche parte) la parolina magica che gli dà la vita. Dopo di che, di preferenza, si scatena il putiferio. Qui, invece, il putiferio lo scatena solo il presunto Athanasius Pernath. Che a ben vedere una cosa in comune con il golem ce l’ha: se togli la “a” iniziale del suo nome, da immortale diventa mortale. Magari il golem è lui e, rintronato com’è, neanche se ne è accorto.

Resta il fatto, comunque, che non si riesce a ricavare un significato che sia uno dall’intero ambaradam. O, almeno, io non ci sono riuscita.
Questo romanzo piacerà a chi ama le atmosfere rarefatte, vaghe, fumose, unite a una profonda cupezza degli ambienti e dei sentimenti, nonché a una generale percezione della vita come una specie di “prova” da superare per raggiungere uno stato superiore, per così dire.

Bè, non il mio caso. Per carità, sono la prima a dire che, più trascorrono i giorni, meno illusioni ho e mi faccio sul genere umano, e che è più il tempo ormai che passo a risolvere “grane”, mio malgrado, che non quello che dedico a viverla davvero. Tuttavia, una concezione così profondamente religiosa della vita, qual è quella di Meyrink, non mi appartiene per nulla. Per me, questo è il solo tempo che abbiamo. Non ci sono illuminazioni, paradisi o momenti catartici che ci facciano improvvisamente transitare da uno stato di malessere ad uno di benessere. Ci sono i semplici minuti, i semplici gesti, le semplici cose che viviamo e facciamo ogni giorno. Quelli di cui ci sforziamo di capire il senso. Quelli che cerchiamo di ordinare e organizzare per stare meglio. Operazione che richiede un grande impegno e sforzo e non generiche scalmane da andropausa. Perché, in effetti questo signor Athanasius Pernath, il protagonista del romanzo, mi pare per l’appunto afflitto da questo tipo di problema.

Va detto, per onestà, che alcuni passaggi del romanzo sono scritti benissimo, soprattutto laddove si occupa di cose concrete, come la descrizione di certi ambienti e scorci della città di Praga. Interessanti sono anche alcune considerazioni che trae, chiaramente e apertamente, su certe condizioni che l’uomo si trova a vivere. Il che lascia supporre che Gustav Meyrink avrebbe potuto, lasciando perdere il fascino per l’astruso che evidentemente lo calamita, scrivere delle buone pagine. Ma, ahimè, ha preferito affidarsi all’oscurità della simbologia, piuttosto che al suo potenziale talento di narratore.

Ma, naturalmente, sarà colpa mia che non sono all’altezza di capire. Forse.

PS: se qualcuno vorrà spiegarmi dove sbaglio, gliene sarò infinitamente grata. Come diceva il maestro Alberto Manzi, non è mai troppo tardi. :-)
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Comments (showing 1-7)




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Arwen56 From aNobii: commento di Topkapi (Dec 6, 2011 )

:D Questo sì che significa parlar fuori dai denti!
Credo che leggere il libro non mi darebbe la stessa soddisfazione che ho provato nel leggere il tuo commento... :)


Arwen56 From aNobii: commento di ScaP (Dec 12, 2011 )

La prima parte della tua recensione è da antologia. Perfetta. La sottoscrivo in toto. La seconda parla di un libro che non leggerò mai. Né che avrei mai letto. Rafforza l'idea che anche la curiosità debba comunque essere praticata con criterio. Non è mai troppo tardi adottarne.


message 5: by Arwen56 (last edited Jun 03, 2012 01:26PM) (new) - rated it 1 star

Arwen56 From aNobii: commento di Anina e "gambette di pollo" (Dec 24, 2011)

Proprio ieri sera, a cena da un'amica, parlammo di Meyrink e del Golem.
lei - L'hai letto?
io - Sì, da ragazza, a quell'età leggevo di tutto ...
lei - Sarebbe da rileggere, forse.
Se lo permetti, le faccio leggere il tuo commento. Meglio che rileggere il libro.


Arwen56 From aNobii: commento di msv56 (Dec 29, 2011)

cara compagna di lettura, mi sono "scompisciata" a leggere la tua recensione, non sono completamente d'accordo in questo caso con te ma il tuo stile di scrittura e la tua passione mi affascinano come sempre :-)
a presto...
la mia proposta di leggere insieme La faccia verde è sempre valida...


Arwen56 From aNobii: commento di si.ro (Jan 28, 2012)

ottima recensione!


Arwen56 From aNobii: commento di Yossarian (Feb 12, 2012)

Io l'ho abbandonato dopo circa 80 pagine. Godendo il romanzo di fama "universale" è possibile che non sia facile leggerlo come lo leggevano i mitteleuropei, cabbalistici, pre un sacco di cose...
Un po' come per un praghese dello scorso secolo leggere i Promessi sposi....


Arwen56 From aNobii: commento di zenzerino (Mar 30, 2012)

Grandiosa!
Se cito la fonte, posso usare il passo sul lettore incompreso? E' geniale!!!
:)))


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