Chiara Pagliochini's Reviews > Ti prendo e ti porto via

Ti prendo e ti porto via by Niccolò Ammaniti
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5277704
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Jul 24, 14

bookshelves: contemporanei, letteratura-italiana
Read in May, 2012

« Tu sei come me. Tu non vali niente. Io non ti posso salvare. Non ti voglio salvare. A me non mi ha salvato nessuno. »

La storia di come questo libro è arrivato nelle mie mani è piuttosto carina e, se vorrete concedermi un momentino, ve la racconterò. Innanzitutto questo libro è un regalo di mia sorella dalla Fiera di Torino (alla quale, per Somma Ingiustizia del Fato, lei è andata e io no). Fin qui, a dir la verità, non ci sarebbe niente di carino. La parte carina comincia quando questo libro arriva da Torino a me ed io, la settimana seguente, lo riporto con me a Torino. Non c’è un libro della mia collezione che abbia compiuto un viaggio più circolare di questo, che abbia percorso tanti chilometri in treno, che abbia guardato tanto a lungo fuori da un finestrino. È un libro viaggiatore, un libro avventuriero.
E, se vogliamo, questo spunto può dare avvio a una riflessione più ampia, che non coinvolge soltanto l’oggetto-libro ma il contenuto stesso del romanzo. Perché anche il romanzo parla di un viaggio, anzi, più d’uno, e sono viaggi circolari anche questi.
Fin dal titolo, Ammaniti ci immette nel vivo di una fuga, un rapimento che ha qualcosa di salvifico e che sembra l’unico modo per evadere da una realtà scomoda. La realtà scomoda è quella di Ischiano Scalo, un paesino come ce ne sono tanti dalle mie parti: una grigia zona residenziale, due bar in croce, un supermarket, una pompa di benzina, la superstrada vicino, la campagna e il mare che si perdono a raggiera intorno. Una realtà di gente semplice e abitudinaria, ma nascostamente gretta, meschina, dai bassi appetiti. Una realtà che soffoca le ambizioni di chiunque voglia uscire un po’ fuori dal coro e inventarsi un sogno. Una realtà che premia i mediocri con una manciata di caramelle, per chi la sbronza al circolo Acli, per chi le nigeriane che battono sull’Aurelia. Una realtà da cui, se sei una persona anche solo un tantino differente, è consigliato darsela a gambe.
Se l’è data a gambe Graziano Biglia, che dopo tanti anni da consumato playboy vorrebbe mettere la testa a posto e decide di far ritorno al ‘nido’. Vuole darsela a gambe Pietro Moroni, che fa ancora le scuole medie, ma vorrebbe diventare biologo, e sa che suo padre non lo manderà mai all’università. Vorrebbe battersela anche suo fratello Mimmo, che sogna di arricchirsi confezionando bastoncini Findus in Alaska. Ci si è rifugiata Flora Palmieri, giovane insegnante che, tra tutti i posti al mondo, ha scelto di seppellirsi proprio a Ischiano Scalo, ma si ritrova costretta in una vita senza amore, segnata a dito dagli abitanti del posto come la Lupa del Verga. Un po’ verghiani sono anche i rapporti di forza tra i personaggi, divisi tra aiutanti e oppositori, ma tutti fondamentalmente in lotta l’uno contro l’altro per realizzare, anche a scapito del prossimo, le proprie aspirazioni o per sfogare la violenza che si accumula con l’essersi repressi troppo a lungo.
A partire da queste premesse, Ammaniti confeziona un libro schietto, crudamente realistico, volutamente volgare, impregnato di un umorismo amaro, caricaturale, grottesco. Il linguaggio è semplice, prevalentemente paratattico, ma il ritmo è incalzante, vivace, le pagine si sfogliano da sole.
Qualche difettuccio c’è certamente, qualcosa al lettore moderno suona male, per esempio la presenza massiccia del narratore onnisciente o la caratterizzazione deboluccia dei personaggi, molto tipizzati, picareschi ma poco ‘interiorizzati’. Tuttavia, il godimento del lettore non ne è toccato molto: non c’è da annoiarsi, si fa qualche risata, si gongola nelle parti di pornografia. Insomma, un lecca-lecca. Fino a quando, a trenta pagine dalla fine, Ammaniti decide che « Adesso basta e, via, torniamo a fare i seri e stavolta ti stronchiamo le gambe. » Il lettore si sbalordisce, illividisce, si scandalizza: « Cavolo, Ammaniti, non togliermi il mio lecca-lecca! » Ma Ammaniti ridacchia sornione e orchestra una bella tragi-commedia finale.
Una commedia tragica, ecco la definizione conclusiva. E, invece del lecca-lecca, tanto amaro in bocca da mandar via.
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Reading Progress

05/25/2012 page 175
39.0%
05/26/2012 page 333
74.0% "Niccolò, adesso te lo dico, la tua rozzessa mi attizza."
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