Tancredi's Reviews > Il ciclo di vita degli oggetti software

Il ciclo di vita degli oggetti software by Ted Chiang
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4894181
's review
Mar 23, 12

bookshelves: strano-forte, statunitensi, sci-fi
Read from March 16 to 23, 2012

Se non conoscessi Ted Chiang, direi che questo è un non-romanzo scritto da cani, e che il suo autore non ha la minima idea di cosa significhi raccontare una storia.
Eppure, Ted Chiang è uno scrittorone che si è subito conquistato un larghissimo favore con appena una dozzina di racconti, che gli hanno fruttato più premi di uno scrittore seriale con all'attivo cinquanta romanzi (premi Locus, Hugo e Nebula come se piovesse).
Il problema di questo romanzo è che, a ben vedere, è una tesi. Non un romanzo a tesi, ma proprio una tesi. Le sue centotrenta pagine conoscono l'annullamento totale della narrazione: una successione meccanica, piatta, freddissima, automatica, di frasi, con una probabilmente voluta, pure esibita, ridondanza di pochi avverbi temporali. Chiang fa scorrere il tempo unicamente a colpi di 'successivamente', 'sei mesi più tardi' e 'un anno dopo'. L'ambientazione spazio-temporale è praticamente inesistente, così come le descrizioni. Si ha la stessa sensazione di fredda claustrofobia che suscita la visione di un codice HTML. Il senso di immobilità è tremendo, è asfissiante. Tutto avviene nei dintorni dello schermo di un computer, dentro e fuori la realtà virtuale di un erede di Second Life. I personaggi umani sono ancor meno delle caricature: a loro confronto i fastidiosi tamagotchi parlanti sembrano individui formati di tutto rispetto.
Ripeto: uno sprovveduto potrebbe pensare che Chiang non sia assolutamente capace di scrivere. Non è così: bisogna saper scrivere benissimo per smettere di farlo, parafrasando un po' Picasso. Lo stile asciutto serve al suo scopo, si adatta perfettamente alla storia che si vuole "raccontare": il ciclo di vita degli oggetti software, appunto, la nascita e l'evoluzione dei digienti, acronimo, suppongo, di digitali senzienti, ossia delle creature virtuali del tutto autonome, capaci di crescere, apprendere, evolversi. Nell'immaginare il destino di queste creature, delle corporation che si avvicendano, nell'affrontare le inevitabili questioni di definizione dell'umano, Ted Chiang risulta visionario e incredibilmente realistico, concreto, al punto da permettersi il lusso di ridurre la narrazione all'osso.
Malgrado ciò, non convince. L'ambientazione virtuale a la Second Life risulta vecchia: Greg Egan a metà anni Novanta era parso molto più convincente, al quale peraltro Chiang ha ammesso di ispirarsi. Scorgo anche echi di Charles Stross, specialmente nell'idea già utilizzata delle incarnazioni virtuali delle corporazioni.
Da consigliare, dunque? Sì, ma solo agli addetti ai lavori. Soprattutto se sono rimasti senza letture nuove.
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