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Il re pallido by David Foster Wallace
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Dec 09, 11

bookshelves: americani
Read in December, 2011

Heaven is a place where nothing ever happens...cantavano i Talking Heads qualche lustro fa - quando la postmodernità per le masse era un businnes fanciullino - e questo verso potrebbe essere il sottotitolo di questo libro, dove nulla accade, né a Peoria (magnifico nome) né tantomeno nella scrittura congelata e scongelata all'uopo (uopo editoriale) di Foster Wallace. Mentre leggevo mi è tornato in mente un vecchio racconto di Dick dove il meccanismo d'ibernazione di un viaggiatore verso stelle lontane smette di funzionare e il computer di bordo è costretto a dar fondo alla sua frustrazione nell'inventarsi mondi, storie, futuri possibili per impedire allo sfortunato passeggero di smarrire il senno: ogni storia prodotta sembra però alla fine avvitarsi su stessa laciando il passeggero insonne e il lettore interdetto. La lettura del Re pallido sortisce su me identico effetto.
Questo libro è un caledoscopio di frammenti irrisolti, magnifici pezzetti di vetro colorato che brillano da lontano ma opachi e sfuggenti a ogni tentativo di afferarli. C'è tutto Wallace, qui, certo, con i suoi limiti e la sua grandezza, tutti i suoi trucchi linguistici e concettuali resi ancor più lucenti, in alcuni passaggi, da una insolita verve comunicativa. C'è troppo Wallace, verrebbe da dire, in questo scheletro di romanzo, così tanto Wallace da sembrare una rappresentazione iperrealista della sua scrittura. In questo senso il Wallace-Findus è rassicurante e innocuo come una coperta calda o una canzone dei Nirvana venti anni dopo (i nirvana erano rassicuranti anche allora probabilmente, ma in molti stanzini digitali ho scovato l'ingenua relazione Cobain/Wallace, le vie infinite della pop(ulist)culture crea strani compagni di letto).
In questo Wallace da scongelare manca appunto quella freschezza d'intuzioni che la sua scrittura esige, quell'intelligente e multiforme contrappunto che in alcuni scrittori è vitale: manca la contemporaneità. Il confronto continuo con il qui e ora. Wallace è invecchiato precocemente, non per colpa sua: l'arroganza americana del dopo 11 settembre esige toni dimessi, scritture retrodatate, saghe famigliari, lingue piatte e didascaliche frasi esplicative sotto le immagini. In questo suo continuo corpo a corpo con i segni Wallace è vintage come il vitello tonnato.
A latere, nel re pallido si apprezza la vena Morale (Moralista in fondo lo è sempre stato) dello scrittore che viene fuori con maggior vigore tra queste pagine, in mezzo a Peoria e ai letterari rappresentanti della sua forza lavoro, cosa c'è di più simbolicamente Morale in America delle tasse? La noia è salvifica in alcune culture, la noia è un comune patrimonio dell'umanità dalla rivoluzione industriale a oggi, la noia è anche quello stato d'animo che a un lettore poco attrezzato fa saltare senza rimpianto più di un paragrafo qua e là.
Ei fu come sosteneva un noto Moralista padano, Wallace poteva essere e non è stato, accontentiamoci degli uomini schifosi o dello scherzo infinito, che è già tanto per una vita sola e lasciamo che dorma sonni tranquilli. Non son tempi per lui questi.
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