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Come pietre nel fiume by Ursula Hegi
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Nov 19, 11

Read in October, 2011

Sul come la recensionista sbarazzina si lasci andare a rivelazioni autobiografiche che vanno ben oltre i suoi dati anagrafici

Quando andai a Trieste per l'Università, non so se per la legge degli opposti, o per la tendenza bislacca della vita a scherzare coi pardossi, mi ritrovai a frequentare assiduamente due bellezze indigene.
La Betta e La Claudia erano due valchirie alte 1,80 ciascuna, bionde, fascinose, giunoniche e con proporzioni da manuale.
Il primo anno eravamo inseparabili. Ma ovviamente c'era anche il rovescio della medaglia. Io esistevo solo per loro. Tutti gli altri non mi vedevano.
Per quanto anch'io vantassi delle proporzioni canoniche, e guardassi il mondo con due occhi da cerbiatta, come solo le ventenni sanno fare, dal basso del mio 1,63, quando stavo con loro, diventavo magicamente invisibile. Non c'era verso di spiccare manco grazie alla mia pelle ambrata, che faceva da contrasto alle loro pelli seducenti, ma chiare come il calcestruzzo.
Così quando accadeva che qualche ragazzo si fermasse a parlare con noi, la conversazione rimaneva sempre ad altezza sventole (nel senso letterale della parola).
L'asterisco nero coi capelli arruffati, in mezzo ai due punti luminosi passava in secondo piano, anzi.. al pian terreno.
All'epoca risolsi il problema frequentando di meno le stangone, e mettendomi col fratello della Betta; che sfiorava gli 1,90 e faceva collezione di fatine in miniatura, e che probabilmente mi aveva notato per associazione di idee.

Allora di certo, non l'avrei saputo cogliere, ma adesso potrei dire che quell'invisibilità coatta aveva un po' il sapore della frustrazione, a cui non facevo troppo caso, perché mitigato dalla leggerezza di una matricola universitaria, che ha toute la vie devant soi per rifarsi.

Trudi, la protagonista del libro, non avrebbe potuto gestire la cosa con la mia stessa noncurante faciloneria. Prché lei invisibile ci è nata.
E la coattività della sua frustrazione non dipende dal non volerne uscire, ma dal nanismo. Che in quanto malformazione genetica, non lo puoi togliere e chiudere nel terrazzino come fosse lo stendino dei panni.
Se i libri potessero essere concepiti come capi double-face, Come pietre nel fiume sarebbe la parte calda e vellutata de Il tamburo di latta. Laddove nel secondo trionfa il lucido cinismo, nel primo impera la potenza dell'umanità.
E così Trudi, soffre, si dispera, lotta e alla fine trova il modo per sopravvivere alla cattiveria della gente e alla guerra. Un modo tutto suo sicurmente, ma molto più duraturo e profondo, di quello che poterebbe escogitare chi si appoggia al comfort di un corpo normale.

Insomma: il nanismo è come il grasso.
Va saputo portare.
E Trudi lo porta in modo impareggiabile.
Una grande lezione in un piccolissimo corpo.
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