Chiara Pagliochini's Reviews > La tempesta

La tempesta by William Shakespeare

by
5277704
's review
Mar 04, 12

bookshelves: classici-inglesi, teatro
Read in March, 2012

“Non avere paura: l’isola è piena di rumori, di suoni, di dolci arie che danno gioia e non malinconia.”

Quando nessuno guarda, io e zio Billy cerchiamo di stabilire se ci piacciamo o meno. Lui ha questo sguardo un po’ sornione, da puttana di classe, che a me irrita da morire. E non c’è mai una volta che non gli tiri una cuscinata. Tuttavia, poi, sappiamo come far pace e se proprio proprio non ci adoriamo (non ancora), se non altro riusciamo a impostare una discussione costruttiva senza sbranarci. E questo è il primo passo verso una relazione più matura.

Ora, “La tempesta”. “La tempesta” ha tirato fuori il peggio di me. Sbuffi a non finire e gomiti schiacciati sotto il peso della testa, smorfie da immortalare e profusione di battutine. Ma poi zio Billy ha parlato: Guarda che sei un’ignorantona, guarda che non tieni in nessun conto il sottotesto! Torna da me quando ti sarai fatta una cultura!
E sapete, zio Billy ha sempre ragione. Ha sempre dannatamente ragione.
Perché “La tempesta” non merita affatto gli sbuffi che ci ho versato sopra (se osservate attentamente la copertina, noterete gli aloni di fiato lasciati dai miei sospironi). No, “La tempesta” è un testo molto, molto intelligente, molto, molto complesso. È un testo il cui sottotesto, a parer mio, è quasi migliore del testo.
Della Tempesta son state date tante interpretazioni. Il protagonista, Prospero, è allo stesso tempo un duca spodestato, un mago, un uomo del Rinascimento, un filosofo, un padre autoritario, un padre che ama sua figlia tanto teneramente da rasentare l’incesto, un padrone affettuoso, uno schiavista senza scrupoli, un dominatore, un vendicatore, un uomo roso dalla rabbia, un conciliatore, un uomo di teatro. Prospero è così complesso che solo definire la sua natura ci prenderebbe quaranta pagine di recensione. E questo ovviamente non è nelle nostre intenzioni.
Gli studi post-coloniali hanno voluto leggere nella Tempesta uno dei primi testi sull’imperialismo, sullo scontro di civiltà. Prospero, l’uomo bianco, il prototipo del colonizzatore, approda su un’isola (quasi) disabitata, dove tenta di ricreare una società occidentale, una società utopica, perfetta, che unisca uno stato di ragione allo stato di natura. Ma ogni isola, lo sappiamo, non è mai realmente disabitata. Non è disabitata l’isola su cui fa naufragio Robinson Crusoe. E non erano disabitate le coste americane, quando spagnoli e inglesi e francesi posero piede sul quel terreno vergine per dichiararlo proprio. Fecero carte e piantarono bandiere e raccolsero granturco, come se tutto fosse loro dovuto, come se quel mondo fosse davvero vuoto come un banchetto bello predisposto. Perché l’uomo bianco è spesso cieco all’altro uomo, quell’uomo deforme o difforme, la cui pelle è più scura o più marroncina, l’uomo mezzo svestito che grida in una lingua incomprensibile. Quell’uomo, per l’uomo bianco, non è un suo simile, ma quasi un’attrazione turistica, un gingillo da esibire a Corte una volta tornati in Europa, un soggetto su cui raccontare orribili storie di perversione e cannibalismo. E Caliban (Cannibal?) è proprio questo agli occhi di Prospero. Caliban, abitante originale dell’isola e suo legale possessore, è la creatura che l’uomo bianco non riconosce e non vede, la creatura maligna, disprezzata, da sottomettere.
Approdato sull’isola, Prospero ha provato ad “educare” Calibano, ci ha provato, non si può dire che non ci abbia provato. Ma questi indigeni… come sono restii, come sono cattivi dentro e perversi. E Calibano, che pure ci ha provato a diventare un Venerdì, ha preferito tornare al suo stato di natura.
Nei dissapori tra schiavo e padrone non è forse ininfluente una questione di natura sessuale. Prospero, l’uomo bianco, ha infatti una bianca figlia, Miranda, giovane, carina e molto innocente. E Calibano, con la sua forza materica, con la sua virilità bruta, non ha tardato ad accorgersi di quanto Miranda fosse giovane, carina e innocente. Così, dopo che per tanti anni l’ha pensata solo come una compagna di giochi, adesso la vede come compagna di altri giochi, più adatti all’età di entrambi. E forse Miranda, la pura, la bianca, si sente oscuramente attratta dalla forza sensuale del nostro indigeno bruto. È il tabù del rapporto donna bianca-indiano che si ripete e si consolida, è il timore di un delitto di razza che Prospero deve impedire venga perpetrato.

Ora, tutto questo come si inserisce nell’immagine della Tempesta per come la conosciamo? Quel testo allegro, meta-teatrale, tutto canti e salti e Ariel e buffonerie… in che modo può essere anche questo? Può essere tutto questo e molto altro ancora, perché zio Billy è così arci-letto che ogni mattina qualcuno nel vasto modo si sveglia e decide di darne un’altra interpretazione. E questo, secondo me, è il motivo per cui Shakespeare è davvero eterno: continuamente studiato, contestato, sviscerato, continuamente beffardo con quel sorriso da puttana, sornione, come a dire, Te l’ho fatta, te l’ho fatta, che dopo cinquecento anni voi state ancora pensando a me.

Una nota di apprezzamento per l’edizione Oscar Mondadori. Sebbene la traduzione non mi abbia particolarmente entusiasmata, il volume contiene un commento di Giorgio Strehler che vale la pena di possedere. Secondo me è quasi più bello del testo originale, ma questo non diciamolo a zio Billy.

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Reading Progress

10/17/2011 page 54
31.0%
10/23/2011 page 137
78.0% "We are such stuff as dreams are made on; and our little life is rounded with a sleep."
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