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Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini by Serena Dandini
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Jun 03, 14

bookshelves: made-in-italy
Read in September, 2011

Mai avrei pensato di spendere tante parole per un libro che parla di fiori

Perché non fraintendiate, chiariamo subito un paio di cosette.

Punto primo: a me le piante piacciono.
Punto secondo: non so però, se ho il pollice verde, verde Veronese, o verde raccolta differenziata.
Punto terzo: è tutta colpa di mia mamma.

Ripartiamo dal punto primo.
I vegetali in generale mi piacciono, anche fosse solo per una questione estetica. Questo però non fa di me un’appassionata. Non ho né un vivaista, né un fioraio di fiducia. E non ho neanche la mia zappetta personale.
In vita mia, ho avuto diverse piantine, alcune regalate, altre comprate.
Ma (e qua saltiamo direttamente al punto terzo), non ho mai potuto verificare le mie doti “giardiniere”, perché ogni vegetale sia passato per casa mia, dopo cinque minuti è diventato proprietà privata di mia mamma. Anche le poche volte che ha cercato di trattenersi limitandosi a dare consigli, non c’è stato niente da fare. In capo a mezza giornata, il giovane virgulto è diventato per osmosi una sua creatura, oggetto di cure e apprensioni, nonché versatile conversatore di non so cosa con mia madre.

A mio disdoro, c’è da aggiungere che io non mi sono mai impegnata troppo a imporre la mia collaborazione all’educazione del “pargolo” di turno. Così, un po’ per pigrizia, un po’ per menefreghismo indotto, a tutt’oggi, non so se sarei in grado di tenere un balcone come Dio comanda.

Quel che è certo, è che quando mi immagino nel futuro, spesso e volentieri ricorre l’immagine di una Noce Moscata affascinante, abbronzata e languida, nel giardino di una villetta unifamiliare, a leggere su un divano-conchiglia in vimini, immersa in un tripudio di fiori sani e multicolori.

Così, vista la mia propensione all’ozio bucolico, quando ho capito di cosa trattava questo libro, ho incominciato a leggerlo con un certo entusiasmo. E a fine libro, ho definitivamente concluso che da grande farò la giardiniera, in alternativa alla professione di promettente avvocato, che però ancora non ho -.-‘

Ma passiamo a illustrare brevemente, ciò che da giardiniera in potenza, e non in fieri, mi ha colpito di più.

IL FORMATO: Ah, il formato dà veramente grandi soddisfazioni. E’ un libro, formato grande, corposo, con le pagine spesse e semilucide. Sa tanto di manuale d’architettura d’interni. Uno di quei tomi, che sembrano pensati per essere non solo letti, ma sfoggiati nella prima fila della libreria.

- Le illustrazioni, compresa quella in copertina, sono ovviamente a tema floreale, un collage di stili che se a colpo d’occhio, può sembrare un tentativo naif mal riuscito, a ben guardare, regala freschezza e originalità a ogni capitolo.

IL CONTENUTO: in qualità di ammirata e rispettosa osservatrice dei balconi e giardini altrui, ma sicuramente non un’esperta, non sarei potuta rimanere affascinata, se questo libro si fosse rivelato un vero e proprio manuale di giardinaggio. Potrei invece definirlo come una chiacchierata del tutto informale con la Dandini sui suoi ricordi, aneddoti, consigli, piccoli e grandi scoperte fatte sul campo. Cose raccontate con tale semplicità, che quando per dovere di cronaca, snocciola i nomi latini delle piante, non ti viene voglia di chiudere la chiacchierata con una scusa improbabile, ma anzi, se si potesse, di incitarla a continuare.
E così, durante quest’amena passeggiata nel viale dei ricordi ed esperienze Dandiniane, non ho scoperto cose che voi umani bla bla bla, ma piccole visioni, e prospettive angolari che da sola non avrei potuto cogliere.

Ad esempio:

-partendo dall’ovvia considerazione che prima di progettare un giardino, bisognerebbe avere la pazienza di osservarlo per un po’ di tempo, in modo da evitare di metterci a dimora fiori a casaccio, mi sono resa conto, con una certa soddisfazione, che chi ha la passione per la fotografia, e quindi ha una naturale predisposizione alla composizione estetica (o almeno dovrebbe), partirebbe indubbiamente avvantaggiato.

Perché “Le qualità di un giardiniere sono la capacità di osservazione, la pazienza e l’estro di concepire un giardino come un piatto”. (Pag. 68)

-che in Italia esiste questo posto, che naturalmente adesso smanio dalla voglia di andare a vedere.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giardino...

Si chiama Ninfa, e non è né un parco, né un orto botanico, ma è un vero e proprio paesino fantasma adibito a giardino, dove la natura viene assecondata, e dove sono le rovine medioevali a far capolino tra i fiori, e non il contrario.

-che zappettare e seminare, oltre a ricondurci a un intimo tête à tête con la Terra che di questi tempi non fa mai male, oltre a ricordarci che cosa vuol dire prendersi cura di qualcosa obbedendo alle leggi della Natura, che ormai contempliamo solo sullo sfondo del nostro desktop, ci permette di riconciliarci col mondo e consente di poterci definire degli ottimisti a tutto tondo.

Ottimismo. Ecco cosa rimane di questo libro, una volta chiuso. Anche perché astutamente, la Dandini, in zona Cesarini, oltre a fare i dovuti ringraziamenti, si rivolge in particolare alla famiglia De André-Ghezzi, e ci allega la foto di un paio di paginette autografe di Fabrizio, in cui si può spiare il progetto schizzato a penna del suo giardino. Bella mossa.

Ho chiuso il libro con gli occhi lucidi e la voglia di comprare partite chilometriche di fiori.

Unica pecca: la canzone della Pizzi che faceva “Grazie dei fiori, tra tutti quanti li ho riconosciuti” non fa per me, almeno nel senso letterale del “riconoscere”. Considerando che per decenni, ho chiamato le ortensie “quelle palle coi fiorellini tutti attaccati”, e i tulipani “quei fiori che stanno sempre nelle cartoline Olandesi”, se la Dandini, avesse messo qualche foto esplicativa dei fiori citati, lo avrei gradito. Pazienza. Google ringrazia. :)

Un piccolo tributo ecochic, a ciò che calpestiamo tutti i giorni, ma che non guardiamo mai.
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