Jacques le fataliste et son maître's Reviews > Le stelle fredde

Le stelle fredde by Guido Piovene
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4535892
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Oct 16, 2011

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bookshelves: letteratura-italiana, narrativa

Un catalogo di difficoltà comunicative: sordità, allucinazioni, fraintendimenti, menzogne… Un protagonista svuotato, senza intenzioni e in fuga dalla vita — non perché qualcuno o qualcosa muovendo da quegli spazi lo insidî (ché anzi la sua era una vita di successo), bensì per ritrarsi come da un’insensatezza, tornando addirittura nella vecchia casa, in campagna, dal padre, dove lo attendono le reticenze di quest’ultimo e, deciso a vendicarsi, l’uomo al quale ha portato via la compagna.
Quando la morte violenta dell’antico rivale costringe il protagonista, sospettato, a fuggire una seconda volta — non perché lo si voglia catturare, ma solo perché gli sono venute a noia le domande — la vicenda svolta verso il metafisico, il fantastico, infine il sovrannaturale — e si fa meno interessante, direi, con un Dostoevskij redivivo che racconta le proprie deludenti esperienze nell’oltretomba: un regno di ombre pudiche e incerte — a suo modo una prospettiva che dovrebbe raccogliere la simpatia del protagonista ma il cui racconto ben presto lo annoia; tanto che si accoglie — pardon: ho accolto con sollievo la scomparsa dell’ingombrante scrittore. Il romanzo si estingue nelle procedure di spersonalizzazione — queste sì interessanti — ideate dal protagonista nel tentativo, credo, di riagganciarsi alla realtà.
«Mi occorreva parlare, ma con una lingua diversa e ascoltatori diversi che nel passato. Nella mia carriera trascorsa la mia specialità erano i brevi aforismi pubblicitari: ne avevo derivato una piega mentale che mi portava a modellare i miei pensieri in quello stampo. Avevo allora l’abitudine di farmi preparare un mazzetto di schede (c’era nelle schede l’idea di una diligenza e di una precisione eccitanti) per passare dall’una all’altra la massima perfezionata, dal primo abbozzo ridondante alla forma definitiva. Immaginai di applicare lo stesso metodo per il mio nuovo scopo, ma non avevo carta. […] L’essere uscito subito dalla mia camera in cerca di fogli di carta […] mi aveva suggerito una serie di schede, forse più facile delle altre, su cui mi proponevo di farmi la mano. Era un censimento e una descrizione completa dei mobili e degli oggetti mancanti per le vendite di mio padre, ma indipendentemente l’uno dall’altro, una scheda ciascuno. […] Qualcosa cominciò a mutare nel mio catalogo. Gli oggetti, anche rimanendo tutti autonomi e pari, diventavano popolati. Ognuno conteneva una storia, fatti e persone, un evento della mia vita o delle vite altrui; anzi, se esaminati a lungo, contenevano tutto e tutti, benché in diversa prospettiva. Le stesse cose qui apparivano di faccia e in primo piano, lì in secondo piano e di sbieco, e altrove baluginavano appena in una lontananza incerta. Questa memoria degli oggetti non li portava però mai fuori del loro colore e della loro forma e non diminuiva l’autorità della loro presenza. Si fondeva con gli elementi della loro composizione, ne faceva una parte della morfologia del mondo.»
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