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La verità dell'alligatore by Massimo Carlotto
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Nov 02, 11

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bookshelves: crime, fiction, italian, mistery, northeast
Read in September, 2011


Ex musicista, ex carcerato-vittima-di-errore-giudiziario, bevitore compulsivo di Calvados, Alligatore ha quella cert'"aria di lutto che contraddistingue i cuori spezzati" (p. 232) e ascolta solo blues. La sua zona è la ricca bigotta e ipocrita Padova, gli anni son quelli immediatamente successivi a Tangentopoli -1993/94-, con qualche irriducibile compagno ancora rinchiuso nelle patrie galere.

Da un lato la Padova "per bene" e perbenista: professionisti e industriali senza scrupoli dediti a pratiche improbabili e/o associati in Ordini elitari; rampolli, deboscio. I sadomasi locali paiono un gruppo scout, a paragone.
Dall'altro la Padova "per male" dove si spalleggiano, o fronteggiano, malavitosi professionisti e soggetti marginali per motivi politici/ideali o per pura e semplice impossibilità ad integrarsi e adattarsi (la vicenda dello sfigatissimo "colpevole ideale" Magagnin riecheggia quasi perfettamente, sin dalla data del delitto del '76, l'odissea di Carlotto). Marginali e perdenti. "Tipi come me e come te li chiamano pregiudicati. Siamo i rifiuti della società. Ci possono fare a pezzi. Come e quando vogliono." (Rossini ad Alligatore, p. 66).

Alligatore ha mantenuto qualche residua ingenuità "da extraparlamentare anni '70" (p. 226), ma non si schiera: sceglie di essere un investigatore -senza licenza- perché il ruolo gli permette di "non stare con nessuna delle due parti" (p. 242), non è (più) fatto "per i grandi ideali, e probabilmente nemmeno per quelli piccoli" (p.233) e, al dunque, quando il gioco si fa duro, rifiuta di fare la sua parte. Non sembra peregrino ipotizzare che anche i dialoghi sulla liquidazione dei fratelli C. possano essere ispirati alle giovanili esperienze del Carlotto. Parecchio imbranato e un bel po' vigliacchetto dunque questo Alligatore: e non perché antieroe o alieno ai "ferri", ma perché le castagne dal fuoco, alla fin fine, gliele deve togliere tutte lo zio Ben, uno che invece si sporca le mani (e pure le scarpe di camoscio, ahilui) e che proprio per questo diventa quasi il vero protagonista.

Padova "per bene" e "per male" a confronto, dunque. E classismo (questo sì molto anni '70, tranchant): se sei povero e fragile pagherai sempre al posto dei rampolli di buona famiglia, e ti fotteranno sempre, e sempre alla grande. E tutto "il sistema" (avvocature, psichiatria, medicina legale) collaborerà affinché così sia: "la giustizia è un meccanismo che stritola i perdenti. E voi siete nati perdenti" (avv. S., p. 224).
Trattative? "Le trattative funzionano solo all'interno dello stesso ambiente" (Ben, p. 216), dunque non c'è speranza.

Carlotto minuzioso e preciso: che sia una perizia ematologica, un locale padovano o un incartamento processuale, fornisce descrizioni dettagliate. Riferimenti musicali (blues) e cinematografici "blockbuster" a gogò. Riesce ad acchiappare quasi subito il lettore: tre stellette e mezzo, e mi riprometto di continuare.
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