Chiara Pagliochini's Reviews > La lettera scarlatta
La lettera scarlatta
by Nathaniel Hawthorne, Fausto Maria Martini , Tommaso Pisanti
by Nathaniel Hawthorne, Fausto Maria Martini , Tommaso Pisanti
“Siamo a Boston, colonia puritana, non molti anni dopo la sua fondazione. Hester Prynne, arrivata nel Nuovo Mondo prima del marito, ha una figlia fuori del matrimonio e viene condannata per adulterio a portare una A scarlatta ricamata sul petto. Nonostante l’insistenza dei magistrati, la donna rifiuta di rivelare il nome del suo amante e compagno di peccato e comincia a condurre una vita ritirata, additata dall’intera comunità come esempio di scandalo e di perdizione. Alla sua vicenda si intrecciano quelle di altri due personaggi, il marito Roger Prynne, che arriverà a Boston in incognito e farà della vendetta su moglie e amante il suo unico scopo di vita, e il giovane e pio reverendo Arthur Dimmesdale, roso da un terribile senso di colpa. I tre personaggi si sfidano su un terreno insidioso, dove sentimento, sacralità, provvidenza, punizione e rimorso la fanno da padroni e i valori dell’etica puritana regnano sovrani”.
La vicenda non è il crogiuolo di banalità che emerge dalla mia sintesi sommaria. Non credo che il romanzo possa ancora definirsi psicologico: se la cosa dipendesse da me, lo definirei “morale”, perché il suo centro consiste proprio in questo, nell’incastro e nella conciliazione dei vari codici morali che entrano in gioco: dall’orgogliosa sfrontatezza di Hester, indipendente, caparbia, profondamente moderna, alla fragilità del reverendo Dimmesdale. Proprio quest’ultimo appare, a mio parere, il personaggio più significativo della vicenda, tutta costruita - potremmo dire - sulla sfida per la conquista della sua anima, dilaniata da etiche diametralmente opposte, che lo costringono a sforzi fisici e psicologici immani. So che questa recensione sta venendo un pastrocchio, ma la trama del romanzo mi impone di non poter essere più esplicita, il che toglie alla figura di Dimmesdale tutta la sua bellezza.
In conclusione - sì, meglio concludere prima di devastare il tutto - ho trovato La lettera scarlatta insolitamente profetico. Molti potrebbero definirlo arretrato, giacché tutti gli elementi più ostici a noi “moderni” sono presenti: la demonizzazione della donna, le nozioni tanto demodé di Paradiso, Inferno, peccato e redenzione, l’ipocrisia sociale, la condanna del libero amore. Ma in fondo mi pare di sentire che Hawthorne voglia suggerire qualcos’altro, qualcosa di talmente importante che il suo messaggio fa capolino proprio nelle ultime pagine del libro, in cui Hester si interroga se sia possibile costruire una società su nuove basi, una società in cui l’uomo e la donna possano avere pari dignità ed esserne consapevoli. Non sarò io - dice Hester - la testimone di questa nuova corrente di pensiero, io non posso cambiare il mondo, io sono una donna che ha lottato e perso, ma verrà un giorno, verrà un giorno in cui il mondo sarà diverso. Il signor Hawthorne, pieno ottocento, aveva la vista lunga.
La vicenda non è il crogiuolo di banalità che emerge dalla mia sintesi sommaria. Non credo che il romanzo possa ancora definirsi psicologico: se la cosa dipendesse da me, lo definirei “morale”, perché il suo centro consiste proprio in questo, nell’incastro e nella conciliazione dei vari codici morali che entrano in gioco: dall’orgogliosa sfrontatezza di Hester, indipendente, caparbia, profondamente moderna, alla fragilità del reverendo Dimmesdale. Proprio quest’ultimo appare, a mio parere, il personaggio più significativo della vicenda, tutta costruita - potremmo dire - sulla sfida per la conquista della sua anima, dilaniata da etiche diametralmente opposte, che lo costringono a sforzi fisici e psicologici immani. So che questa recensione sta venendo un pastrocchio, ma la trama del romanzo mi impone di non poter essere più esplicita, il che toglie alla figura di Dimmesdale tutta la sua bellezza.
In conclusione - sì, meglio concludere prima di devastare il tutto - ho trovato La lettera scarlatta insolitamente profetico. Molti potrebbero definirlo arretrato, giacché tutti gli elementi più ostici a noi “moderni” sono presenti: la demonizzazione della donna, le nozioni tanto demodé di Paradiso, Inferno, peccato e redenzione, l’ipocrisia sociale, la condanna del libero amore. Ma in fondo mi pare di sentire che Hawthorne voglia suggerire qualcos’altro, qualcosa di talmente importante che il suo messaggio fa capolino proprio nelle ultime pagine del libro, in cui Hester si interroga se sia possibile costruire una società su nuove basi, una società in cui l’uomo e la donna possano avere pari dignità ed esserne consapevoli. Non sarò io - dice Hester - la testimone di questa nuova corrente di pensiero, io non posso cambiare il mondo, io sono una donna che ha lottato e perso, ma verrà un giorno, verrà un giorno in cui il mondo sarà diverso. Il signor Hawthorne, pieno ottocento, aveva la vista lunga.
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