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The Subterraneans by Jack Kerouac
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Mar 27, 11

Read in June, 2005

Jack Kerouac . La cosa più difficile adesso è decidere come scriverne. A un paio di giorni dalla lettura de “I sotterranei”, tentare di dare un ordine alle immagini che instancabili si rincorrono nella mente sembra quanto di più inappropriato si possa fare.
Fermarsi a riflettere, razionalizzare, canalizzare le sensazioni, è inappropriato, se si parla di Jack Kerouac. Se si parla dell’uomo che ha scritto “Sulla strada” in tre settimane e “I Sotterranei” in due giorni e tre notti. Due giorni e tre notti a battere a macchina, affidandosi unicamente al flusso dei pensieri, al loro infinito e irrazionale susseguirsi. Con solo la benzedrina a tenerlo sveglio. Logorroico e digressivo, perso nell’urgenza di mettere su carta quella storia. Quei due mesi d’amore. “Amore commosso e nevrotico” – dicono. Amore– dico.
Amore senza revisioni. Perché la ragione può solo censurare.
Riesco a vederlo, lui che scrive fino allo sfinimento (pare abbia in seguito confessato che alla fine era più bianco della carta, dimagrito di 8 chili e, guardandosi nello specchio, si era visto con «un'aria strana»), seguendo le leggi dell’improvvisazione jazz. Un tema centrale e vortici di parole.
Parole che vibrano nella notte parole che si allontanano veloci da te parole di dolore dolore che tenta di sfuggire all’oblio parole che trovano la loro collocazione solo nell’aria parole che si perdono ma poi ritornano sempre ritornano se tu hai – Iiinspiro - fiato.
E allora, come si fa a scrivere con ordine di tutto ciò?
L’ho preso tra le mani di giovedì: copertina gialla che attira i miei occhi, retro che incuriosisce e per alcune espressioni fa sorridere, dichiarazione iniziale che riesce a stregarmi in pochi secondi.
"Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora…"
Il primo pensiero è: anch’io. Ero una volta giovane e aggiornata e lucida e… avrei saputo parlare di questo libro con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora.
Lo ammetto, ci è voluta qualche pagina per abituarmi a lui, alle digressioni e ai trattini come unici respiri, alle “improvvisazioni”, alle frasi scritte in semitrance, a quello scaraventare violentemente i ricordi fuori della mente.
Ma ce ne vorranno di più per disabituarmi a tutto questo.
Perché, quando il dito ha girato meccanicamente la pagina per l’ennesima volta e io mi sono accorta che era l’ultima, non potevo crederci. Perché, mentre scorrevo fra le righe finali, riuscivo a pensare solo: no, non è vero che stai per finire, non è vero che mancano solo quindici righe, non è vero che mancano solo dieci righe, non è vero che ne mancano solo cinque, no, non è vero che queste sono le ultime due. Le ultime due stupende righe. Non è vero. E lo stomaco stretto in un morsa. Senza scampo.
E se non riesco a trovare le parole giuste per convincere il mondo che questo è un libro da leggere è solo perché intanto sto riflettendo sul fatto che dovrò presto decidermi a comprare (e leggere) Burroughs (William) e Ferlinghetti (per vedere se è vero ciò che senza basi penso e cioè che è meglio come editore che come scrittore – ma preferibilmente per essere smentita), è perché mi sto chiedendo dove ho buttato “Jukebox all’idrogeno” di Ginsberg, è perché sto mettendo casa a soqquadro per ritrovarlo, perché sto iniziando a rileggerlo tutto, sì, rileggo Urlo e Kaddish e mentre lo faccio penso a Kerouac e Ginsberg insieme, penso a quegli anni, a loro vagabondi e folli, a loro angeli della desolazione, e ricordo che il titolo di Urlo è stato proposto da Kerouac, vedo Ginsberg scrivere della madre folle, lo vedo piangere mentre scrive, vedo la sua barba infinita e rileggo le parole che lui ha scritto per Jack il Mago nella sua tomba, vedo l’inchiostro scolorito dalle lacrime, vedo Mardou la giovane negra protagonista dei sotterranei, la sua serpentina bellezza, la sua follia, il bop, e poi la lettera che scrive a lui, poesia notturna, poesia tutta, sempre Mardou nuda sulla staccionata, i loro “sogni telepatici”, le teorie di Reich, il Messico, il deserto, il mondo che, il mondo intero che gira intorno al loro letto. Tutto, solo, un sogno pazzo.
"Penserai che non sono un uomo se non impazzisco? "
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