Patrizia O's Reviews > Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata by Jonathan Safran Foer
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Mar 23, 2011

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bookshelves: contemporanei, narrativa-usa
Read from February 17 to 27, 2012

E se dobbiamo batterci per un futuro migliore, non dobbiamo conoscere il nostro passato e riconciliarci con esso?

Quando leggo un libro cerco sempre di trovare il messaggio che vuole comunicare, di capire la tesi che vuole dimostrare: i libri che hanno un messaggio e dimostrano una tesi sono i miei preferiti, soprattutto se posso ricondurre questa tesi a qualche teoria psicologica, meglio ancora se riesco a trovare la dimostrazione di un qualche fondamento clinico.
Nel libro di J. S. Foer tutto questo c’è: c’è un messaggio e c’è una tesi che viene ampiamente sviluppata e dimostrata con dovizia di particolari e di eventi a sostegno della tesi medesima. Ma questo è anche il suo limite (almeno secondo me) perché è tutto troppo esplicito, troppo artificioso. La mia impressione, leggendo il libro, è che l’autore abbia prima sviluppato la sua tesi e poi gli abbia “cucito” addosso una storia che, in certi passaggi, risulta macchinosa.
Qual è questa tesi? I segreti (celati, rimossi, mistificati) del passato trovano sempre il modo di “emergere”, di far sentire il loro peso sulle generazioni successive, anche quando queste non sanno nulla, a livello consapevole, di cosa è accaduto. Il peso del passato oscura la vita presente nelle forme dell’incertezza, dell’angoscia, del senso di perdita soprattutto perché i segreti vengono trasmessi alle future generazioni attraverso l’ansia degli adulti senza alcuna possibilità di trasformare questa ansia in parole, che aiuterebbero a dare un senso alla sofferenza e al senso di mancanza che dolorosamente può diventare la base su cui si edifica la personalità.
Per dimostrare la sua tesi, Jonathan Safran Foer sviluppa il suo romanzo su due piani temporali.
Jonathan (giovane ebreo americano in viaggio in Ucraina per cercare le sue origini) racconta la storia di Trachimbrod (con i toni epici, a volte tragici a volte comici, della saga ebraica) sino alla distruzione avvenuta ad opera dei nazisti. Da questo villaggio, Safran (il nonno di cui Jonathan porta il nome) è fuggito verso gli Stati Uniti, grazie all’aiuto di una donna, Augustine. Jonathan ha saputo di questa vicenda da poco: la nonna gli ha dato una foto del nonno (morto poco tempo dopo essere giunto negli Stati Uniti) in compagnia di una donna di nome Augustine. Jonhatan decide di partire per l’Ucraina alla ricerca di questa donna; non sa bene il perché, ma sa che deve cercarla per capire meglio se stesso e conoscere questo nonno di cui sa solo quello che gli è stato raccontato dalla nonna. Intuisce che c’è qualche doloroso segreto di cui la nonna non riesce a parlargli.
Il secondo romanzo lo scrive Alex (il giovane ucraino che, insieme al nonno, accompagna Jonathan nella sua ricerca) ed è la storia tragicomica del viaggio reale compiuto alla ricerca di ciò che rimane di Trachimbrod, ma che si rivela un viaggio nella storia del suo paese e della sua famiglia. In entrambi i romanzi, il filo conduttore è l’occultamento del passato e la necessità di dire sempre la verità che, per quanto dolorosa, aiuta a rimanere se stessi e ad accettare gli errori commessi, a essere onesti e autentici con i propri figli senza dover rinnegare nulla di sé e della propria storia. Questa affermazione è valida sia che si tratti di persone sia di un’intera nazione. Non è un caso che il viaggio di Jonathan coincide con i festeggiamenti per il primo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, nella celebrazione di un presente che non vuole ammettere le ombre del passato che portano il nome di antisemitismo e collaborazionismo.
La necessità della verità e il rifiuto della menzogna come base su cui costruire la propria vita investe in modo prepotente soprattutto Alex che gradualmente getta la maschera di uomo cinico e superficiale (maschera indossata per assecondare l’immagine che ha di lui il padre) per rivelarsi un ragazzo sensibile che non ha vergogna delle sue ansie e delle sue insicurezze, ma anzi fa leva su quelle per accettare le proprie responsabilità.
Per Alex è un’operazione dolorosa perché la maschera è tenacemente attaccata alla sua pelle e senza di essa si trova indifeso e vulnerabile. Parallelamente, chiede a Jonathan di dare ai personaggi che animano Trachimbrod un lieto fine che essi da soli non riescono a cogliere, anche quando la possibilità di essere felici è a portata di mano e dipende solo dalle loro scelte. Jonathan non accoglie nessuna delle richieste di Alex: non si può tacere la verità, anche se è spietata, non si possono tacere le responsabilità di ciascuno nell’adempimento di quello che a posteriori sembra un ineluttabile destino, ma che a ben vedere è il risultato di scelte e omissioni volontarie.
La differenza temporale si accompagna a una diversità di stile che riflette la personalità dei due autori. Jonathan racconta le vicende di Trachimbrod in maniera tradizionale, almeno per quanto riguardo lo stile. I personaggi e l’intera storia hanno, però, il sapore delle fondazioni mitiche e vi troviamo tutti i “tipi” e i temi delle saghe ebraiche; gli espedienti grafici (intere pagine con punti di sospensione, titoli dei capitoli con un layout curvilineo) imprimono una specifica coloritura emotiva alla narrazione, stratagemmi che poi J. S. Foer riprenderà con maggiore consapevolezza in “Molto forte, incredibilmente vicino”.
Il viaggio alla ricerca di Trachimbrod nell’Ucraina moderna è scritto rispecchiando la scarsa conoscenza che ha Alex della lingua inglese: interi brani sembrano usciti dal traduttore di Google! Sicuramente bisogna riconoscere l’abilità di Foer in questa operazione che fa usare ad Alex parole che, a rigore di vocabolario, sono dei sinonimi del termine corretto ma che, rispetto al contesto, sono sbagliate, imitando il risultato di una traduzione letterale. Bravo anche il traduttore (Massimo Bocchiola) che ha dovuto ricreare lo stesso effetto in italiano. Dal punto di vista stilistico, insomma, una bella trovata ma dal punto di vista del lettore risulta un’operazione che rende difficoltosa e, in certe parti, poco piacevole la lettura. Meno male che, man mano che scrive il romanzo, l’inglese di Alex, grazie anche alle indicazioni di Jonathan, migliora e quindi la lettura diventa più scorrevole. Quindi abbiate fiducia e non vi fate scoraggiare dall’inglese maccheronico di Alex.
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Reading Progress

02/21/2012 page 101
31.0% "Amami perché l’amore non esiste e io ho provato tutto ciò che esiste"
02/27/2012 page 326
100.0% "Cerca di vivere in modo che tu possa sempre dire la verità, ho detto."
05/24/2016 marked as: read

Comments (showing 1-3 of 3) (3 new)

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message 1: by Alan (last edited Mar 20, 2012 12:26AM) (new)

Alan Una critica interessante. La tesi di Foer mi sembra dire, in proverbio inglese, "The sins of the fathers are visited on the sons." E una scusa magnifica: l'incertezza, l'angoscia,etc. Escono tutti da segreti. Magari.
Ma anche della incertezza stessa, della angoscia stessa?
Poi: sono segreti che benificano. Non dire essato che pensate riguardo a tuo vicino. Non?
Ieri stavo leggendo Horazio, Sat I.5, un viaggio ambasciato a Brindisio (Marcus Antonius), attraverso palude pontine, a Campania dove si aggiungono Vergil e Maecenas, dopo a Benevento etc. Due settimana da Roma a Br.


Ginny_1807 Bellissima recensione, complimenti!
A me l'inglese maccheronico di Alex è sembrato la soluzione più originale e riuscita del romanzo, almeno sotto il profilo stilistico.
Alcuni passaggi sono addirittura esilaranti.


Patrizia O Ginny 1807 wrote: "Bellissima recensione, complimenti!
A me l'inglese maccheronico di Alex è sembrato la soluzione più originale e riuscita del romanzo, almeno sotto il profilo stilistico.
Alcuni passaggi sono addiri..."


All'inizio l'ho apprezzato anche io, poi però mi ha stancata.


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