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Spirit Gate by Kate Elliott
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4582860
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Nov 28, 10

bookshelves: fantasy, in-inglese
Read in October, 2009 — I own a copy, read count: 1

** spoiler alert ** Di solito parlo di un libro appena lo finisco di leggere -o meglio il giorno dopo, visto che il più delle volte leggo di notte- ma per ovvi motivi che si possono racchiudere sotto l’etichetta “Lucca Comics” non ho ancora avuto modo di parlare di questo libro finito proprio la sera prima del primo giorno di fiera.
Rimedio subito.

Intanto comincio col dire che questo è il primo volume della trilogia Crossroads, comunque ha abbastanza senso anche preso singolarmente.

Uno dei punti di forza del libro è senza dubbio la complessa e intrigante ambientazione.
Abbiamo the Hundred, una terra divisa in più zone sottoposte all’autorità di diverse persone. Ci sono i Lord che governano dei territori, quindi, villaggi e paesini… e sopra a tutti questi ci sono i magistrati, i reeve. Questi reeve vengono scelti da aquile giganti cui si legano per la vita, e rappresentano la giustizia in tutto Hundred. Sono una sorta di servizio di vigilanza, pattugliano i cieli e intervengano in caso di problemi. Nessuno li mette in discussione, sono giusti e imparziali.
Hundred sembra poi protetto dagli dèi -come recitano le leggende- visto che è protetto dal mare e da un’impervia catena montuosa oltre la quale si estende il deserto, ottime garanzie di sicurezza da attacchi esterni.
Oltre il deserto ci sono un paio di imperi bellicosi e avanzati (culturalmente, militarmente), uno dei quali ricorda quasi l’impero Romano per i suoi soldati.
Inoltre c’è la magia. Che compare inizialmente sotto forma di mito, il mito secondo il quale gli Dèi avevano deciso di proteggere Hunderd anche dai pericoli interni creando i Reeve per controllare un po’ tutti e sopratutto creando i Guardiani, creature immortali e potentissime dotate di cavalli alati che amministrassero la giustizia in tutto il territorio.
Ma da tempo dei Guardiani non si hanno notizie, e ormai sono considerati leggende, superstizioni. Favole.
Molto interessante anche l’aspetto culturale di Hundred: ci sono nove divinità, e tutti gli abitanti devono prestare un anno di servizio sotto una divinità, la scelta della quale spetta a dei saggi che valutano il carattere dell’individuo trovando il suo posto ideale. Sia questo sotto il Thunderer dei guerrieri o il Merciless One che si attornia di prostitute -qui viste come sacerdotesse che elargiscono l’atto divino ricevendo nei templi- e di assassini scelti.
E’ consentita la schiavitù per debiti ma solo per un certo lasso temporale, terminato il quale il debito si considera estinto. Ovviamente i mercanti hanno trovato il cavillo alla legge sacra scritta sulla pietra, e finiti gli anni di schiavitù subentrano i debiti contratti in quegli anni per il vitto, l’alloggio e le spese varie… in pratica una schiavitù a vita, a meno di individui particolarmente astuti.

Lo so, la parte delle aquile che come i draghi di Paolini o della Novik si scelgono il compagno umano fa storcere il naso a prescindere. E mi aveva lasciato perplesso, infatti, finchè non viene spiegato il motivo di questo legame. Che rende effettivamente il tutto plausibile e ben accettabile.

L’altro punto di forza è l’atmosfera che si respira.
Gli eventi precipitano a una velocità disarmante. Prima seguiamo le vicende di due giovani reeve, due amanti, alle prese con un gruppo di potenziali schiavi fuggiti. Scopriamo che i Guardiani sono morti, che c’è chi trama nell’ombra per sconvolgere l’ordine di Hundred.
Salto temporale, e l’ordine è stato sconvolto: rivolte in moltissimi territori, villaggi bruciati, una diffidenza crescente verso i reeve stessi. Intanto oltre il deserto un comandante Qin scopre di essere stato venduto per ragioni di stato al suo fratellastro che lo vuole morto, e per evitare questo destino attraversa il deserto assieme ai suoi soldati e alla moglie da poco sposata. Il viaggio li porterà in Hundred assieme a una carovana di mercanti, incontreranno il reeve Joss -ossessionato dai rimorsi e dal fantasma dell’amata defunta da tempo- e lotteranno contro l’oscurità che minaccia di inglobare l’intero territorio.
E in tutto questo, c’è sempre la sensazione di essere in un pochi contro tutti: il nemico è immensamente più numeroso e forte, i nostri hanno una conoscienza solo parziale di ciò che sta accadendo, la corruzione dilaga ovunque ed è difficile capire di chi fidarsi senza essere traditi.
Una tipica atmosfera di quelle che fanno quasi provare rabbia per l’impotenza dei protagonisti travolti dalle vicende.

I personaggi non sono nè particolarmente caratterizzati nè però trattati con sufficienza… senza infamia nè lode, ecco. Un po’ meglio i personaggi deboli: la bella Mai, moglie del capitano dei Qin e dotata di abilità mercantili; Shai, zio di Mai partito alla ricerca dei resti del fratello che era andato via come soldato e non aveva mai fatto ritorno; Kesh, giovane schiavo che cerca di riscattare il proprio debito e di liberare anche la sorella venduta dagli zii a un tempio del Merciless One.
Chi invece subisce una caratterizzazione a mio avviso peggiore sono proprio gli eroi: Joss, il reeve che fa da filo conduttore a tutto il libro; Anji, il capitano Qin che per sopravvivere fugge in una terra straniera cercando di trovarvi un posto per sè e per i suoi uomini; Bei, un’eletta del Merciless One.

Di sicuro positiva è la parte relativa alla coerenza: c’è un motivo se tutti si capiscono quando parlano, c’è un motivo se le varie religioni sembrano quasi simili… c’è un motivo per tutto. E questo mi piace.
L’unica cosa immotivata sembrano i sentimenti vagamente contro la schiavitù di Mai, lì temo che l’autrice si sia fatta prendere un po’ troppo la mano.

Di negativo c’è un punto grosso, ahimè, come una casa.
L’azione comincia tardi. Molto tardi. Troppo tardi.
Una parte enorme del libro è dedicata a Joss che vede gli eventi precipitare, al viaggio con la carovana al termine del quale scopre che le cose stanno peggiorando ancora di più… e dall’altra parte del deserto troviamo Mai, il suo incontro con Anji, la loro lenta partenza, la lenta scoperta del dover fuggire via e in fretta.
Almeno metà del libro è spiegazione di dove siamo, chi sono i protagonisti, cosa sta succedendo. Solo dopo tutti si incontrano e comincia l’azione vera e propria.
Non dico che non ci dovrebbe essere quella parte, non voglio certo un libro pura azione… ma se seguiamo bene o male tre trame e solo dopo la metà le tre trame cominciano ad avere un senso; e se una trama porta via moltissimo spazio portandoci dall’altra parte del deserto ad assistere per molti capitoli al “perchè arrivano duecento soldati Qin in Hundred?”, l’attenzione vola via.
Probabilmente sarà dovuto alla contemporaneità dell’attesa per l’azione e di un qualcosa nello stile che allunga eccessivamente i tempi, non so… però quel che è certo è che a volte ho avuto la tentazione di lasciar perdere.

Non l’ho fatto, e quando l’azione è cominciata il ritmo è stato abbastanza buono (anche se i salti continui da un pov all’altro alla lunga risultano stressanti, sopratutto se si riferiscono a situazioni già viste con altri personaggi e che quindi riviviamo… la cosa peggiore è seguire la battaglia dalla terrazza della torre dove si trova Mai. Non si capisce niente, come in effetti non capisce niente la ragazza… giusto che dal suo pov non si capisca, giusto cercare di creare suspance, ma l’effetto finale è più che altro irritante.

In definitiva, una buona ambientazione e buone premesse per la trilogia nel suo complesso, ma mezzo libro a tratti mi ha quasi addormentato. E mi spiace, ma mantenere l’attenzione del lettore è uno dei doveri principali del libro (poi vengono la storia buona, l’ambientazione, l’atmosfera, la coerenza, i personaggi.. ma tutto questo scompare se il lettore sbadiglia e si addormenta sul libro, o se lo mette sul comodino e lo lascia lì chiuso per settimane. Se il libro uno non ha voglia di leggerlo, non godrà nemmeno della bontà della storia, della bellezza dell’ambientazione, dell’atmosfera, dei personaggi.)
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