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Il mulino dei dodici corvi by Otfried Preußler
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Nov 28, 10

Read in February, 2010 — I own a copy, read count: 1

** spoiler alert ** Krabat ha quattordici anni e gira per la Sassonia come mendicante. Finchè non comincia a fare un sogno strano: undici corvi accovacciati su una stanga, e una voce roca che lo chiamava invitandolo ad andare al Mulino di Schwarzkollm.
Il ragazzo alla fine cede e asseconda la voce, trovando il mulino e venendo reclutato dal misterioso mugnaio come apprendista.

Il luogo è molto strano. Ci sono altri undici garzoni, dodici con lui, che spesso si comportano in maniera strana. Il mugnaio poi, che si fa chiamare Maestro, è ancora più strano del mulino, dei garzoni o delle strane magie che vi succedono.
Magie, si. Perchè il mulino è in realtà una scuola di magia nera, e ogni venerdì il Maestro accoglie nello studio i suoi apprendisti, li trasforma in corvi e gli insegna la formula di un incantesimo.
E benchè solitamente sia severo ed esigente, non si arrabbia se qualcuno non impara gli incantesimi… In questa scuola nessuno è obbligato a imparare. Quello che leggo dal Koraktor è a tuo vantaggio; se non lo impari, andrà solo a tuo svantaggio.

Inizialmente, a parte l’atmosfera cupa e le notti di novilunio, il tutto pare quasi lieto, gioioso.
Un anno al mulino vale tre anni di vita normale, e Krobat cresce rapidamente. Di fisico e anche di mente.
Diviene rapidamente il più dotato degli apprendisti del Maestro, ma impara a conoscere anche i pericoli insiti nella vita al mulino.

Una volta che si entra, non si può uscire. Solo il Maestro decide chi e quando può andarsene, e c’è un solo modo per andarsene. Un modo tragico e definitivo.
Le ombre del Meastro e del misterioso uomo che compare nelle notti di novilunio per far mettere in funzione la macina morta si fanno sempre più lunghe, la consapevolezza di Krabat si acuisce e tra lutti e dolori scopre un modo per sconfiggere il maestro e coronare il suo sogno, andarsene con la bella Kantorka del villaggio. Un modo rischioso e pericolosissimo, ma arrivati a questo punto non ci sono ormai alternative.

Tutto molto scontato, certo, ma del resto più che un romanzo -come viene descritto con tanto di sottolineatura nella copertina- è una fiaba. Una fiaba che parla del giovane Krabat, di come cresce allettato dalla magia nera, di come i garzoni malgrado tutto riescano a rimanere quasi tutti buoni e ragazzi come tutti gli altri. E poi la svolta, la conoscenza sempre maggiore di cosa significa la scuola di magia nera, il destino che incombe come una pesante cappa sul ragazzo. L’amore insensato e fortissimo che nasce dal semplice suono della voce della Kantorka, e che si forgia nel mondo dei sogni così che quando i due si incontreranno si conosceranno già alla perfezione. E ovviamente la sfida finale, i giovani spinti dall’amore e dal desiderio di vendicare gli amici contro il vecchio maestro malvagio e ambizioso.
Un maestro che però mostra anche il lato umano, rappresentato dal suo rievocare in un paio di occasioni il proprio passato di apprendista, fino ad arrivare alla morte del suo caro amico.

Il libro è strutturato in tre sezioni, che descrivono i tre anni di apprendistato di Krabat al mulino. Ogni sezione è composta da capitoli non molto lunghi, dei piccoli racconti di eventi che accadono al mulino durante l’anno.
Le psicologie di molti personaggi sono più che altro abbozzate e stereotipate, quelle un po’ più delineate sono alla fin fine prevedibili.

Ma la storia è piacevole e scorrevole, e spesso il personaggio del Maestro se ne infischia degli stereotipi e dà scossoni alla storia.
Basta non aspettarsi molto più di una favola.
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