Camilla P.'s Reviews > L'uomo che ride

L'uomo che ride by Victor Hugo
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May 06, 13

Read in October, 2010

Prima di cominciare a scrivere questo commento, devo farvi una premessa. Victor Hugo è il mio scrittore preferito: provo nei suoi confronti una sorta di adorazione che, almeno secondo chi mi ha sentito parlare di lui, mi fa venire gli occhi luccicanti e il tono di voce adorante. Quindi cercherò di essere il più obbiettiva possibile, ma non prometto nulla.

Mi preme partire mettendo subito in chiaro che non è un libro “facile”. Hugo è figlio del suo tempo e questo si mostra anche nei soliloqui , nelle lunghe descrizioni, negli elenchi che durano pagine e pagine, nella narrazione di eventi che sembrano totalmente slegati dalla trama principale; a chi piacciono svolgimenti più moderni e veloci questo libro, probabilmente, farebbe venire l’orticaria. Però io, quando ho Victor Hugo come guida tra le pagine di un romanzo, amo inoltrarmi in svolte apparentemente separate dal resto della narrazione, immergermi nelle descrizioni e negli elenchi minuziosi e articolati, arrivare alla storia per meravigliose vie traverse e sorprendermi seguendo quel narratore onnisciente di immensa sagacia e pieno di fascino che è questo scrittore.
Perché questo grande autore non inserisce mai niente per caso: anche ciò che sembra più distante dalla trama principale, in realtà, serve ad arricchirla, a prendere alla sprovvista il lettore, avvicinandolo solo a piccoli passi al fulcro della storia. Quando è il narratore a prendere la parola, con un’abilità nell’affabulare e un’erudizione che sono rare da trovare, io come lettrice non mi sono sentita “buttata fuori” dalla storia, anzi: mi è sembrato di avvicinarmi di più al suo nucleo, girandoci attorno, come se Hugo mi fornisse man mano le giuste lenti attraverso cui osservare la sua creatura. La sintassi, poi, non è arzigogolata, né barocca: i periodi sono spesso brevi, chiari e tranchant, creati per perforare, sottili come spilli, l’attenzione del lettore. Il lessico, curatissimo, non è mai oscuro né eccessivamente “intellettuale”, se non in certi frangenti, per esigenza di trama – come quando, ad esempio, Ursus tiene un’arringa filosofica di fronte al suo pubblico, prendendosi gioco delle superstizioni e delle credenze che persino i grandi medici, all’epoca, ritenevano valide.

Ma ora voi vi starete chiedendo chi è Ursus e, fidatevi, non vedo l’ora di rispondervi.
Ursus è uno dei protagonisti di questa storia: è il primo che ci viene presentato, insieme al suo compagno di viaggio, Homo. Compaiono sin dalla prima frase, un incipit che intriga il lettore, legandolo a doppio filo a questo filosofo un po’ erudito un po’ ciarlatano e al suo compagno più umano di molti altri uomini:
Ursus e Homo erano legati da un’amicizia stretta. Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro nature erano ben assortite.
Da questa frase, apparentemente così semplice, comincia a dipanarsi la caratterizzazione di Ursus: un uomo che vuole tenersi lontano dal genere umano, ma non ci riesce; che finge di odiare gli altri, quando in realtà è conscio a tal punto del valore della vita da prodigarsi affinché nessuno la sprechi, affinché nessuno si perda per strada. Burbero, schivo, saggio, appassionato: questo è Ursus. E’ stato bellissimo seguire i suoi monologhi pieni d’ironia ed è stato straziante vederlo sforzarsi per permettere ai suoi protetti di vivere. Credo che Hugo si sia specchiato in lui, in un certo senso: nelle riflessioni che a volte pronuncia ho ritrovato molti accenti e temi cari al narratore onnisciente che ci accompagna tra le pagine.

Tuttavia, anche se Hugo mantiene spesso il punto di vista del narratore su di lui, non è Ursus il vero protagonista della storia. Il vero protagonista è uno degli orfani raccolti dal vagabondo all’inizio della storia: Gwynplaine. Non solo è l’uomo che ride del titolo, ma è anche il personaggio attorno a cui si sviluppa tutta la vicenda e di cui seguiremo personalmente la crescita, i sentimenti più profondi e i turbamenti. Si può dire che il lettore e Ursus si troveranno, in certi punti della narrazione, uno al fianco dell’altro, entrambi protesi ad osservare Gwynplaine, entrambi timorosi e speranzosi allo stesso tempo, terrorizzati da ogni sua caduta, dai momenti in cui perde di vista il vero sé, e galvanizzati da ogni suo gesto di valore, da ogni atto d’onore.
La vita di questo orfano non è semplice: come la maggior parte dei protagonisti di Hugo, è un disadattato che, volente o nolente, viene rigettato e odiato dalla società. Non solo: riceve questo trattamento nonostante sia una figura sostanzialmente buona (anche se non esente da sbagli ed errori di giudizio madornali, così come di cedimenti alle tentazioni – tratti che non fanno altro che accentuare la sua natura fondamentalmente benevola, a conti fatti). Il risultato è tanto tragico e grottesco da suscitare subito pietà ed empatia, insieme ad un forte desiderio di vedergli riconosciuto tutto ciò di bello che il destino gli ha tolto – “bello” che, tra l’altro, assume forme diverse man mano che ci si avvicina alla fine.
L’unica gioia del nostro trovatello è la vita con Ursus, Homo e Dea, l’altra orfana: dal resto del mondo può ricevere solo odio, perché Gwynplaine è deformato in viso e non può essere visto senza provocare un moto di paura e ribrezzo. Il momento in cui viene presentata al lettore questa deformità è uno dei momenti più forti del libro: una climax incredibile che mi ha fatto venire i brividi e mi ha riempita di tensione.

D’altronde, in questo Hugo è un vero maestro: sono diverse le scene che mi hanno totalmente estraniata dal mondo esterno, portandomi nel mezzo di un naufragio terribile, di fronte ad un cadavere impiccato, nelle sontuose stanza di una duchessa, sul palco di Ursus, su un ponte che mantiene, in bilico su di sé, sogni e speranze… Sono descrizioni forti, fisiche, sempre con un occhio di riguardo alla scelta lessicale che più s’adatta alla situazione. Si passa dalla paura, all’orrore, alla sorpresa tale da far ridere il lettore di gioia e sollievo, sino all’incredulità e alla meraviglia.
La stessa forza lirica è presente anche nei dialoghi: spesso sembra di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia che siano dei velocissimi “botta e risposta” (in cui l’autore può mostrare anche la propria ironia; ne è esemplificazione l’interrogatorio fatto a Ursus da tre dottori), sia dei lunghi soliloqui. Attraverso le loro parole, i personaggi spiccano e si sollevano dalla pagina, raggiungendo una realisticità più che notevole.

Ne sono esempio i dialoghi di due personaggi agli antipodi: Josiane e Dea. Apparentemente chiuse nel loro ruolo archetipico, in realtà attraverso le loro parole possiamo delineare personalità molto più sfaccettate, soprattutto per quanto riguarda Josiane – fatto che non stupisce, poiché lei è il “lato oscuro” della femminilità, contorto e articolato, ben diverso dalla purezza abbacinante di Dea, che quasi impedisce di notare le sfumature che attraversano anche il suo animo.
Sono le due facce della bellezza edenica: una rappresenta l’armonia, il completamento, lo spirito che eleva la carne (ma non per questo la ignora), l’altra simboleggia la mutevolezza, il vizio, il sottile turbamento dei desideri sussurrati tra sé e sé.
Entrambe danno il meglio di sé quando interagiscono con Gwynplaine: Dea non sembra mai così innocente come quando parla con lui, così come Josiane può mostrare appieno la propria meschinità solo con il nostro uomo che ride. Il loro dialogo (o forse è meglio dire non-dialogo, visto che quasi non permette a Gwynplaine di parlare) è quasi angosciante, perché si percepisce la sua indole capricciosa, la superficialità testimoniata dalla passione perversa per ciò che è deforme, per il puro piacere di poter godere dell’ossimoro creato dal contrasto tra la sua bella figura e ciò che, invece, è spaventoso a vedersi. La sua passione è bruciante ed effimera e i suoi toni sono talmente ampollosi che il lettore non può fare a meno di sperare che non riesca a catturare il nostro giovane protagonista nella sua rete. L’ho odiata intensamente, penso si sia capito.

Avrei mille altre cose da dire, altri personaggi di cui parlare, altre scene di cui vorrei potervi dire ogni cosa, ogni sensazione che mi hanno procurato; così, però, toglierei a voi il piacere di questa magnifica lettura. Ho cercato per quanto possibile di non addentrarmi troppo nella trama, perché seguirla mentre si sbrogliava e si dipanava nel corso delle pagine è stato magnifico e non volevo privarvi di questa esperienza. Mi permetto solo un ultimo consiglio, se deciderete di leggere questo libro: saltate a piè pari l’introduzione, che svela subito il finale (fortuna che io, ormai, ho preso l’abitudine di leggerle dopo). Tenetevela per quando avrete finito la lettura: insieme al saggio finale di Robert Louis Stevenson (con cui non concordo su alcuni giudizi, ma questa è un’altra storia) vi permetteranno di osservare questa storia secondo angolazioni inaspettate.

Credo sia palese, ma voglio sottolinearlo un’ultima volta: ho amato questo libro, amo Victor Hugo!
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message 1: by Maria (new)

Maria Fantastica recensione, come sempre.
Complimenti a parte anch'io ho riscontrato quest'abitudine di Hugo del "divagare" restando in perfetta attinenza col tema. Ti dirò: alcune volte mi è piaciuto molto, altre volte mi ci sono persa, tutto è risultato troppo pesante. Una questione di gusti suppongo. Ciò non toglie che ha un'impronta decisamente riconoscibile e questo gli attribuisce un enorme valore, a prescindere.


Camilla P. Ti ringrazio :)

Capisco quello che intendi - io, ad esempio, non sono riuscita ad appassionarmi del tutto alla sua descrizione di Parigi in "Notre-Dame de Paris".
Concordo in toto con il tuo ultimo pensiero, Hugo ha uno stile molto personale, a modo suo; solitamente bastano un paio di righe per riconoscerlo e "ritrovarcisi", come quando si ha una sensazione di deja-vù d fronte a un panorama.


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