Jacques le fataliste et son maître's Reviews > Gli interessi in comune

Gli interessi in comune by Vanni Santoni
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Nov 14, 10

bookshelves: narrativa, droga, romanzo, generazionale, toscana
Read in January, 1970

Una discesa all’inferno condita di simpatiche banalità, intelligenti sciocchezze fra amici, mitologie di paese ora truci, ora esilaranti¹.
Ben congegnato e con un buon ritmo. La lingua è un italiano decentemente articolato, che guarda al passato, con curiosi innesti di parlata toscana (forse un po’ casuali) e le radici ben salde nel gergo allo stesso tempo tecnico e infantile delle sostanze.

Agghiacciante – e forse l’unico aspetto serio del romanzo, nel senso che chiama in causa il lettore – la quasi-assenza dei “normali”, i “tranquilli” che non fanno né uso né abuso delle sostanze: un mondo di genitori, sorelle maggiori, coinquilini un po’ bambini, stolidi turisti australiani… Silhouette che passano sullo sfondo: i protagonisti quasi non credono nell’esistenza di questi fantasmi («se tutti prendessero atto della vera quantità di droghe in giro…»; «Loriano non aveva più problemi con le sostanze di quanti non ne avessero tutti quanti, in quel bar, in quel paese o in quella generazione»²) oppure negano valore alle loro esistenze di “tranquilli” («gente che ogni venerdì e sabato va nelle discoteche più pesanti, spende una fortuna in bevute e ingressi senza riduzione, prende rimbalzi con le tipe più cessose, e tutto senza neanche la giustificazione della droga»; «ce n’è anche troppa, di gente tranquilla, in giro. Bisognerebbe dare a tutti una svegliata. […] almeno fargli rendere conto di come sono. Di come siamo»).
È dunque messa in scena una contraddizione (i “tranquilli” esistono o no?), figlia complessa di una generazione che coltiva velleità rivoluzionarie e una virulenta ansia di auto-assoluzione. Esemplare al riguardo è il “manifesto” di quella generazione presentato nelle primissime pagine del romanzo, risposta a una domanda che sarà più volte formulata nel prosieguo: un “manifesto” che è al tempo stesso atto di accusa e arringa difensiva.
Insomma: il problema è sentirsi vivi. E per sentirsi vivi si fa di tutto e ci si racconta di tutto. Niente di nuovo (e di più umano) sotto il sole.

Tutto questo per dire… Che la provincia è un deserto, che ovunque è provincia, che la provincia è una condizione interiore ecc. (Anche se a volte un viaggio – in un altro paese, meglio specificare – pare riuscire per un istante ad allargare gli orizzonti: Berlino, per uno dei protagonisti: «la vista della città intorno lo riempie d’un senso di gloria: è come se tutto stesse succedendo lì e in quel momento» – i ragazzi e le ragazze berlinesi sarebbero d’accordo?) Per dire che si cresce, essenzialmente e malgrado tutto; e che tutto si sfalda ma allo stesso tempo tutto resiste.
Forse è più sociologia spicciola che letteratura. Oppure sociologia con una patina di letteratura.
«L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero», opinava Battiato nell’82. Quando poi mancano l’una e l’altra, il popolo è messo davvero male. Soprattutto in provincia.

1. Notevole il personaggio del “Pelle”, violento e aggressivo, di cui si dice: «grazie a Dio, ne esiste soltanto uno […] fossero stati anche solo in due, minimo conquistavano la Toscana a suon di cazzotti!». Un’invenzione degna del vecchio (e miglior) Benni.
2. Giudizi che delineano con chiarezza l’impostazione ideologica del romanzo: le droghe sono una realtà ineludibile e «i proibizionisti sono di due tipi: quelli che non hanno idea di cosa stiano parlando, e quelli che sono d’accordo col sistema che sta dietro all’illegalità delle droghe».

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