Patrizia has
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8806162810
| 9788806162818
| 4.15
| 27
| 2007
| 2007
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None
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1
| May 16, 2013
| May 19, 2013
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May 16, 2013
| Hardcover
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8804488107
| 9788804488101
| 4.17
| 6,036
| 1965
| Dec 01, 1993
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None
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0
| May 14, 2013
| not set
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May 14, 2013
| Paperback
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3.31
| 13
| Feb 01, 2013
| Feb 01, 2013
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None
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| none
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1
| May 04, 2013
| May 14, 2013
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May 04, 2013
| Paperback
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9788895166261
| 5.00
| 1
| 2011
| 2012
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Una piacevolissima sorpresa.
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1
| not set
| May 23, 2013
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Apr 27, 2013
| Paperback
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9788890493621
| 3.00
| 2
| 2012
| 2012
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Matteo Furst, trentenne precario, si trasferisce a Roma da un piccolo paese sulle sponde del Volturno, per lasciarsi alle spalle una famiglia difficil...more
Matteo Furst, trentenne precario, si trasferisce a Roma da un piccolo paese sulle sponde del Volturno, per lasciarsi alle spalle una famiglia difficile ed evitare la morte per noia nel suo verde nulla molisano; così Matteo si ritrova a lavorare sui pullman della Solidarietà, in cui trovano riparo la notte i senzatetto della città. E’ l’inverno dell’emergenza freddo, annata 2007-2008 e sui pullman si incrociano le vite di barboni alcolizzati, stranieri in cerca di una vita migliore, italiani senza lavoro, ragazzini fuggiti da guerre che abbiamo dimenticato. Gli operatori sociali dei pullman si muovono tra fetori di vomito, denti marci e alcol di scarsa qualità distribuendo coperte, tè e biscotti per alleviare il disagio degli utenti. La precarietà è il filo conduttore dell’intero romanzo che si dipana non soltanto attraverso le vite dei disperati e degli emarginati che dormono sui pullman, ma tocca anche gli operatori sociali con i loro contratti a progetto, i pagamenti irregolari e l’affitto da pagare; paradossalmente i frequentatori dei pullman sella solidarietà si mostrano più forti di Matteo nell’affrontare le difficoltà della loro vita e nel trovare una via d’uscita. Matteo, invece, deve combattere contro i fantasmi del passato che, in alcuni casi, si esprimono attraverso la Voce di Dio, una barbona che riesce a dare forma e contenuto alle paure di Matteo. Un maledetto freddo cane è un romanzo scorrevole che si legge con facilità . Le descrizioni hanno la nitidezza di un’inquadratura cinematografica e i personaggi che si muovono nelle varie scene hanno una forza tale da balzare fuori dalla cornice in cui l’autore li ha inseriti. I personaggi che più mi sono piaciuti sono i comprimari che quasi sempre riescono a rubare la scena a Matteo, il quale invece appare ripiegato su se stesso in una ripetizione di comportamenti (ubriacarsi, farsi ammazzare di botte, inseguire fantasmi) che alla fine rischiano di annoiare. Più vario, invece, è il materiale con cui sono costruiti i personaggi minori: Sofia (la bella moldava di cui si invaghisce Matteo), Marian e Mohammed (immigrati con cui Matteo divide l’appartamento), Tonino, Massimo, Bellezza, Yussef, Pietro (alcuni degli emarginati che frequentano i pullman della Solidarietà). Non si fatica a immaginarli reali, magari raggomitolati nella sala d’aspetto della Stazione Ostiense oppure a spacciare o prostituirsi in uno qualsiasi degli angoli di Roma, approfittando del buio e dell’indifferenza di chi passa diritto senza provare la minima curiosità verso ciò che lo circonda. Queste figure spiccano contro uno sfondo delineato con la medesima vivacità dei personaggi che in esso si muovono: gli odori sgradevoli che fanno da sottofondo all’intera vicenda (dalla puzza che aleggia sul pullman all’onnipresente olezzo di cipolla fritta che accompagna i risvegli di Matteo), il freddo umido che penetra sin dentro le ossa dei barboni e degli operatori, la sporcizia che la magnificenza di Roma non riesce a nascondere. L’intero romanzo sembra dire che la precarietà è una condizione generale (non solo i barboni che usufruiscono dei pullman della Solidarietà ma anche gli operatori) poiché non riguarda solo le condizioni materiali ma anche l’atteggiamento che si ha nei confronti della vita. Matteo è il più precario di tutti perché non riesce a trovare un equilibrio tra passato e presente, tra le vicissitudini della sua famiglia di origine e i suoi timori di non riuscire a delineare un percorso di vita originale, rompendo quello che gli appare come un destino ineluttabile di povertà a cui non può, o non vuole, sottrarsi. Ma la precarietà, sembra dirci Luca Palumbo, è anche opportunità perché rappresenta la possibilità dell’imprevisto e della novità. Il finale, a mio parere, è la parte più debole dell’intero romanzo (e la ragione principale della valutazione di tre stellette): frettoloso e buonista, non si capisce come riesca Matteo a superare le difficoltà che lo bloccano e lo spingono ad agire in maniera autodistruttiva. E’ come se tra l'ultimo e il penultimo capitolo, l’autore si fosse dimenticato di inserirne altri, forse i più interessanti perché avrebbero aiutato Matteo ad assumere un carattere più delineato che avrebbe rimesso in secondo piano gli altri personaggi i quali, invece, gli rubano la scena ogni volta che compaiono. (less) | Notes are private!
| none
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1
| not set
| Apr 20, 2013
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Apr 13, 2013
| Paperback
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0721488692
| 4.00
| 2
| Jan 01, 2001
| 2001
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| none
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1
| Apr 2013
| Apr 2013
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Apr 01, 2013
| Hardcover
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4.00
| 5
| 1963
| Nov 08, 1964
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None
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1
| Mar 10, 2013
| Mar 22, 2013
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Mar 10, 2013
| Mass Market Paperback
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8895166272
| 9788895166278
| 3.00
| 2
| Nov 2012
| Nov 2012
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Petru leggeva molto e diceva che erano le parole a cambiare il mondo, le nostre parole, a costruirlo diverso, per il resto tutto rimaneva uguale. L’...more Petru leggeva molto e diceva che erano le parole a cambiare il mondo, le nostre parole, a costruirlo diverso, per il resto tutto rimaneva uguale. L’illusione del cambiamento era una cosa che apparteneva solamente a noialtri, la natura non si curava di queste cose.” Un uomo fa il bilancio della sua vita: l’infanzia con la nonna e la sorella in un piccolo paese della Sardegna; l’adolescenza inquieta e la voglia di fuga; l’università al di là di quel mare di vetro che unisce e separa al tempo stesso; l’incontro con Lucia, la donna della sua vita e la madre dei suoi figli; l’impegno politico con la sinistra militante. Una vita normale fatta di routine, di affetti, di battaglie sociali, di progetti per il futuro, se non fosse che Tiu (questo il nome del protagonista) fa parte dell’anonima sequestri e ha al suo attivo almeno tre rapimenti, i cui ricordi si innestano agli altri episodi, lieti e tragici, della sua vita di bambino, studente, compagno e padre. Un bilancio dunque amaro soprattutto per l’incapacità di sottrarsi a quella vita da criminale che per Tiu rappresentava la fuga dal destino già tracciato per i giovani sardi dell’entroterra; un richiamo forte come la voce della sua terra che neanche l’amore per Lucia riesce a sovrastare sino a quando non si troverà di fronte a una scelta difficile. Il principale pregio di “Mare di Vetro” è la scrittura (evocativa, ricercata, attenta ai particolari): l’intera narrazione ha un colore cupo che riveste senza soluzione di continuità i paesaggi (siano essi naturali o urbani) e gli stati d’animo della voce narrante, al punto che diventa impossibile fare una distinzione tra gli elementi esterni al protagonista e quelli più intimi, espressione della sua vita sofferta. La trama è appena accennata: nel ripercorrere l’intera vicenda per sintetizzarne i contenuti, io stessa non sono del tutto certa di aver colto lo svolgersi degli eventi così come l’autore lo ha inteso; il lettore deve riuscire a ricostruire il succedersi degli eventi attraverso i vari flashback che non seguono un ordine cronologico, ma mischiano passato e futuro in un groviglio di emozioni e sensazioni. L’assenza di una trama lineare e sviluppata non rende agevole la lettura (soprattutto per i due terzi del libro) e richiede attenzione ai particolari, perché è da questi che si può ricostruire l’intera vicenda di Tiu: chi è stato e chi è nel momento in cui ripercorre la sua vita avendo se stesso come unico interlocutore. In altri termini, Mare di vetro è un libro breve ma che non può essere letto in fretta e in poco tempo. La scelta dell’autore è di presentarci Tiu come un uomo con le sue luci e ombre, anche se l’umanità di cui lo riveste (l’amore per Lucia e i figli, l’impegno politico, la nostalgia per la sua terra, il desiderio di leggerezza che lo accompagna per tutta la vita) fanno passare in secondo piano i crimini commessi e non viene raccontato il percorso che porta l’adolescente insofferente a trovare l’unica via di fuga nei sequestri di persona. Questa scelta risulta coerente con la cornice in cui si inserisce la vicenda: un uomo che ripercorre per se stesso la sua vita per farne un bilancio; date queste premesse, è logico che la narrazione proceda in modo discontinuo e con un taglio che metta in luce gli eventi più rilevanti in quello specifico momento della sua vita, mentre relega sullo sfondo altre situazioni che risultano meno pregnanti. Per me però questo è il limite principale del romanzo: la trama troppo concisa che costringe il lettore a riempire i vuoti con delle inferenze personali. Lo stile acquista un carattere narrativo più tradizionale nell'ultima parte, quella che io ho trovato più riuscita (probabilmente perché più in sintonia con le mie preferenze di lettrice) che mi ha riconciliato con Tiu e con la sua storia, quella e che mi ha fatto pensare con dispiacere che ero giunta all'ultima pagina. (less) | Notes are private!
| none
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1
| not set
| Mar 10, 2013
|
Mar 04, 2013
| Paperback
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0717283534
| 9780717283538
| 4.45
| 4,067
| Jan 01, 1994
| Jan 01, 1994
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| Notes are private!
| none
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1
| not set
| Feb 20, 2013
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Feb 18, 2013
| Hardcover
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1595829415
| 9781595829412
| 4.22
| 1,161
| Oct 09, 2012
| Oct 09, 2012
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1
| Feb 11, 2013
| Feb 22, 2013
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Feb 11, 2013
| Paperback
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1595828753
| 9781595828750
| 4.32
| 2,690
| Jun 12, 2012
| May 30, 2012
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Due stellette in meno della parte 1 perchè per due terzi del libro i personaggi sono trasformati in macchiette, poi recupera nel finale. La parte più...more Due stellette in meno della parte 1 perchè per due terzi del libro i personaggi sono trasformati in macchiette, poi recupera nel finale. La parte più bella (soprattutto nei disegni) è quella che riguarda Zuko e suo padre Ozai. Il tema è sempre lo stesso: è più facile vincere una guerra che costruire la pace perchè nessuno vuole rinunciare a qualcosa per costruire un mondo diverso in cui l'equilibrio e l'armonia non vengano dalla separazione ma dalla fusione delle diversità. (less) | Notes are private!
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1
| Feb 05, 2013
| Feb 11, 2013
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Feb 05, 2013
| Paperback
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1770560130
| 9781770560130
| 4.07
| 115
| Apr 14, 2009
| Apr 14, 2005
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Una persona sola non può cambiare il mondo....more Una persona sola non può cambiare il mondo. Cosa accadrebbe se, invece di limitarci a registrare meccanicamente la maggior parte delle notizie che ascoltiamo o leggiamo, magari distrattamente tra un boccone e un altro, riflettessimo costantemente sulla portata e sugli effetti che hanno sulle nostre vite o su quelle delle persone a cui vogliamo bene? Come ci sentiremmo se non riuscissimo a trovare conforto nell’illusoria affermazione che andrà tutto bene, che quello che abbiamo ascoltato volgerà per il meglio quasi magicamente? Ebbene, questo è proprio quello che accade a Phineas Walsh, nove anni e assiduo telespettatore dei programmi di Green Channel, un canale tematico che trasmette documentari sullo stato di salute del pianeta terra e degli animali che lo popolano. Phin è, quindi, un esperto di desertificazione, di animali a rischio di estinzione, di consumo responsabile, di buchi nell’ozono e di scioglimento dei ghiacci. La sua conoscenza dei rischi di disastro ambientale è esacerbata da una sensibilità fuori dal comune che porta Phin a interrogarsi (ma anche a interrogare gli altri) sul perché gli uomini continuino a distruggere l’ambiente in cui vivono e senza il quale sono condannati alla morte. La situazione è per di più peggiorata da altre questioni: la separazione dei genitori, la lontananza del padre giornalista, la morte del nonno, alcuni episodi di bullismo di cui è vittima, l’incapacità degli adulti di prendere sul serio le sue preoccupazioni liquidandole come esagerazioni di bambino dall’immaginazione troppo vivace. La sensazione di essere impotente di fronte agli eventi che accadono intorno a lui, crea in Phin uno stato di ansia costante che alimenta le sue preoccupazioni in un circolo vizioso difficile da spezzare. La decisione della maestra di tenere in classe, chiusa in un terrario, una raganella di White è la goccia che fa traboccare il vaso: Phin sente che è giusto liberare Cuddles (questo il nome della raganella) per riportarlo nel suo ambiente naturale (l’Australia) e, aiutato dal suo amico Bird, passa all’azione. Il personaggio di Phin è un ibrido tra Oskar di “Molto forte, incredibilmente vicino” (J. S. Foer) e Marcus di “Un ragazzo” (N. Hornby). Tutti e tre sono ragazzini di nove anni, con una sensibilità notevole e una saggezza non comune che li rende diversi da tutti i loro coetanei e, per questa ragione, diventano spesso vittime di compagni prepotenti o francamente violenti. Phin trasferisce le incongruenze della realtà che lo circonda nelle vicende di Reull, un pianeta abitato dai Gorachs, esseri insensibili che manipolano i loro stessi simili e usano gli animali per la loro vanità, nonostante questi siano indispensabili per la loro stessa sopravvivenza. Le parti del libro dedicate ai Gorachs sono, secondo me, le più interessanti e originali; rappresentano per Phin l’unico modo per intervenire su una realtà che non lo soddisfa. In comune con Oskar, Phin ha la capacità di interrogarsi sulla realtà, ponendo domande scomode che la maggior parte delle persone preferisce ignorare; come Oskar, anche Phin ha una nonna a cui rivolgersi quando le sue ansie rompono gli argini e tracimano rischiando di sconvolgere l’equilibrio faticosamente raggiunto. Con Marcus condivide, oltre alla sensibilità, una madre depressa e poco empatica: la separazione dal marito e la morte del padre sono il principale ostacolo all’ascolto, autentico, del figlio. Tutti i personaggi appaiono cristallizzati e non c’è una reale evoluzione dei loro pensieri. Il personaggio di Phin non è riuscito a coinvolgermi del tutto nel lento dipanarsi dei suoi pensieri che, pur essendo ben scritti (l’autrice conosce il meccanismo ed è brava a riprodurlo con le parole), diventano dopo un po’ monotoni: non c’è una grande struttura nella trama ma un lungo elenco dei disastri ambientali che vengono sciorinati nel corso di uno dei tanti litigi tra Phin e la madre oppure dettagliati a beneficio dello psicoterapeuta che ha in carico Phin o ancora descritti all’esasperata (e anche poco simpatica) Mrs. Wardman, la maestra. Gli adulti, ad eccezione della nonna di Phin, sono insensibili e centrati su se stessi: a nessuno, psicoterapeuta incluso (per inciso, uno dei personaggi più odiosi del libro), viene in mente di chiedersi cosa c’è sotto la preoccupazione di un ragazzino di nove anni che non riesce a dormire a causa della distruzione dell’ecosistema dell’orangutan. La mia sensazione è che l’autrice abbia volutamente estremizzato creando una dicotomia quasi manichea: da un lato l’estrema sensibilità verso la natura, la creatività e l’incapacità di trasformare queste potenzialità in azione, dall’altro la normalizzazione, il rispetto delle convenzioni sociali senza alcun senso critico, la scarsa empatia (intesa come capacità di assumere punti di vista diversi dal proprio), il desiderio di risolvere i problemi semplicemente ignorandoli. Il risultato a me è sembrato artificioso, soprattutto perché verso la fine vi è un’accelerazione improvvisa e il dipanamento della matassa non ha lo stesso spazio dedicato alla descrizione della situazione problematica. Semplicemente a un certo punto gli eventi prendono altre direzioni ma i meccanismi che hanno contribuito a creare il cambiamento sono solo accennati ma non svolti nei dettagli come invece accade per quelli che sono la causa del malessere di Phin. (view spoiler)[L’elemento principale che innesca un cambiamento nella vicenda è la rinnovata capacità di ascoltare della madre di Phin che, di fronte a una delle tante reazioni del figlio (Phin butta nella spazzatura tutti i cosmetici e i cibi confezionati che non riportano chiaramente nell’etichetta la loro provenienza ecosostenibile), decide di ascoltarlo e di porsi, finalmente, alcune domande: la separazione dei genitori influisce negativamente sull’equilibrio psichico del figlio? La morte del nonno ha un peso in tutta la vicenda? Da qui tutta la storia inizia a volgere, direi a correre a perdifiato, verso il lieto fine: Phin, sua madre e Bird (il migliore amico) cominciano attivamente a impegnarsi in attività di salvaguardia dell’ambiente e, come conseguenza, Phin smette di sentirsi impotente rendendosi conto che non deve aspettare di diventare adulto per agire poiché sin da subito può cercare di rendersi utile; inoltre acquista fiducia in se stesso e decide anche di parlare sinceramente con il padre della difficoltà che gli provoca il loro rapproto a distanza, fatto di email e rare telefonate. Un altro fattore di cambiamento è il nome che la nonna dà all’ansia di Phin: si tratta di “ecoansia”, uno stato di preoccupazione ossessiva verso l'ambiente, un disturbo scaturito dai vari stravolgimenti del nostro pianeta che (almeno secondo alcuni psicologi americani) interessa un numero crescente di persone. Sapere che quello di cui soffre ha un nome, aiuta Phin a non sentirsi più isolato ma parte di un gruppo di persone che condividono le sue stesse preoccupazioni: si rende conto che se i singoli si uniscono possono fare molto di più che da soli. Questa intuizione lo aiuta anche ad attuare la giusta strategia verso il compagno bullo che lo maltratta. (hide spoiler)] L’autrice stessa, nella postfazione, scrive che la gestazione del personaggio di Phin è stata lunga e che, a un certo punto, ha capito che doveva arrivare alla fine della storia; secondo me questa decisione “a freddo si riflette sulla conclusione frettolosa. In conclusione, Amphibian è un libro che pone interessanti spunti di riflessione sul modo in cui gli esseri umani si pongono nei confronti della salvaguardia dell’ambiente e se ne potrebbe ricavare la sceneggiatura per uno di quei film che è piacevole guardare perché sin dall’inizio si capisce come andranno a finire. (less) | Notes are private!
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1
| Jan 30, 2013
| Feb 07, 2013
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Jan 30, 2013
| ebook
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1595828117
| 9781595828118
| 4.19
| 8,562
| Jan 25, 2012
| Jan 25, 2012
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Sono una fan sfegata del cartone della Nickelodeon.; mi piacciono le storie di Luen Gene Yang e quindi i due elementi insieme sono da cinque stelle! Il...more Sono una fan sfegata del cartone della Nickelodeon.; mi piacciono le storie di Luen Gene Yang e quindi i due elementi insieme sono da cinque stelle! Il signore del fuoco Ozai è stato sconfitto, e al suo posto governa Zuko che insieme a Aang ha contribuito a riportare la pace tra le quattro nazioni. Ma, ed è un "ma" grande come una casa, realizzare la pace e mantenerla è più difficile che vincere la guerra. Bisogna ristabilire l'equilibrio e distruggere tutte le colonie che la Nazione del Fuoco ha fondato nel territorio della Nazione della Terra nel corso dei precedenti cento anni di dominazione. E' giusto, sostengono sia l'Avatar Aang sia il re della Terra, e Zuko aderisce con entusiasmo, ma poi si rende conto che in quelle colonie abitano persone che hanno lì le loro case, il loro lavoro e le loro radici. Bisogna distruggere tutto quello che hanno costruito in nome dell'Armonia? Si, sostiene l'Avatar Aang, ma Katara ha forse intuito che esiste un'altra via. Non sarà così semplice trovare un accordo che soddisfi tutte le parti in campo e, per di più, c'è la spada di Damocle della promessa terribile che Aang ha fatto a Zuko. Cosa farà Zuko? Cederà sotto il pesa della responsabilità come gli ha predetto suo padre Ozai? Per saperlo bisognerà leggere la seconda parte!(less) | Notes are private!
| none
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1
| Jan 30, 2013
| Feb 05, 2013
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Jan 23, 2013
| Paperback
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8852204938
| 9788852204937
| 2.00
| 1
| 2006
| 2006
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Il cartone l'ho trovato abbastanza insulso: troppo simile a Madagascar (senza averne lo humour). Il doppiaggio di Samson (il leone-padre) fatta da Ric...more
Il cartone l'ho trovato abbastanza insulso: troppo simile a Madagascar (senza averne lo humour). Il doppiaggio di Samson (il leone-padre) fatta da Ricky Tognazzi è proprio brutto. Il libro, invece, risulta migliore del cartone. A mia figlia, che non tiene in considerazione tutte le mie elucubrazioni, piace.(less)
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1
| not set
| Jan 21, 2013
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Jan 23, 2013
| Hardcover
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8807016370
| 9788807016370
| 3.97
| 471,626
| 1969
| Jun 2003
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“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l'altoparlante. “Nessuna domanda?” Billy si passò la lingua sulle labbra, pensò un momento, e infine chiese...more “Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l'altoparlante. “Nessuna domanda?” Billy si passò la lingua sulle labbra, pensò un momento, e infine chiese: “Perché io?”. “Questa è proprio una domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché "lei"? Perché "noi" allora? Perché "qualsiasi cosa"? Perché questo momento semplicemente "è". Non ha mai visto degli insetti nell'ambra?” Chi è Bill Pilgrim? Vonnegut nel suo libro da diverse risposte, o almeno io ne ho trovate due. La prima, quella letterale, è che Bill Pilgram è un uomo fortunato perché ha scoperto di poter viaggiare nel tempo. (view spoiler)[Sostiene infatti di essere stato rapito dagli extraterrestri di Trafalmador all’età di 42 anni e, grazie a loro, di aver conosciuto la vera natura del tempo: gli istanti non si succedono uno dietro l’altro perdendosi per sempre, ma sono cristallizzati ed eterni. La conseguenza di questa scoperta è la possibilità di viaggiare nel tempo, spostandosi da un istante a un altro, con al consapevoelzza che le cose brutte accadono e sempre accadranno perché non è possibile impedirle, ma lo stesso vale per i momenti belli. Dunque per evitare una situazione sgradevole basta spostarsi nel tempo. Bill è diventato bravissimo: può sopportare la guerra e la prigionia proprio perché di tanto in tanto si allontana per tornare alla sua infanzia o per rivivere la sua luna di miele oppure torna a Trafalmador dove l’attende la bellissima Montana Wildhack (anche lei rapita dai trafalmadoriani e “donata” a Bill per fargli compagnia durante la sua permanenza sul pianeta); ogni tanto Bill passa dalla padella alla brace e si ritrova in momenti poco felici della propria vita, ad esempio la sua morte o quella della moglie o il ricovero in un ospedale per veterani a causa della difficoltà di re-inseririsi nella società al suo ritorno dalla guerra. Ma così va la vita. (hide spoiler)] Questa prima risposta però a me non convince: mi rendo conto che l’interpretazione cui sono giunta è strettamente connessa con la mia formazione universitaria e quindi c’è anche una certa rigidità nel cercare sistematicamente tutte le conferme alla mia seconda ipotesi (ignorando o scartando quei dati che magari la mettono in crisi.) (view spoiler)[Secondo me i racconti di Bill Pilgrim sono solo delle allucinazioni consolatorie a cui egli ricorre per rendere gestibili situazioni emotivamente stressanti. Questa interpretazione per me è stata chiara sin dall’inizio e, considerando i vari racconti come dei deliri, non ho avuto difficoltà a seguire Bill nei vari viaggi nel tempo che, guarda caso, si verificano ogni volta Bill si trova in una situazione che mette a serio rischio il suo equilibrio mentale. Bill, del resto, è solo un bambino che si trova in guerra. Cosa fanno i bambini piccoli per appianare le incongruenze e affrontare le difficoltà? Spesso aggiustano le situazioni sgradevoli dando loro un senso magico, chiamando in causa esseri fatati che possono dare un senso a ciò che sembra non averne. Quando iniziano i deliri di Bill? Secondo me quando viene ricoverato nell’ospedale dei veterani per shock postraumatico da stress: riesce a tollerare la prospettiva di vivere con una donna che non ama perché viaggiando nel tempo scopre che non sarà poi così male e, comunque, può sempre tornare su Trafalmadore dove l’aspetta Montana con il loro bambino. La soluzione di Bill (e il suggerimento di Vonnegut) è di concentrarsi sui momenti belli della vita e di ritornare ad essi con la mente. Anche alcuni elementi del racconto mi fanno propendere per l’ipotesi del delirio: ad esempio il dialogo tra Bill e la guardia che lo accoglie al campo di concentramento è uguale a quello tra Bill e i trafalmadoriani che lo rapiscono per portarlo su Trafalmadore. (hide spoiler)] Sa,” disse “noi, qui, la guerra abbiamo dovuto immaginarcela, e io immaginavo che a farla fossero uomini abbastanza anziani come noi. Avevamo dimenticato che a fare le guerre sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rase, è stato uno shock. 'Dio mio, Dio mio,' mi sono detto “questa è la crociata dei bambini.“ Forse è il caso che metta termine ai miei di deliri. Sicuramente Mattatoio n. 5 non è un romanzo di fantascienza: nel capitolo introduttivo, Vonnegut ce lo dice chiaramente. E’ un romanzo sulla guerra, su cosa significa combattere, uccidere e vedere quotidianamente delle atrocità e su quanto sia difficile dimenticare tutto per tornare alla banalità della vita. Vonnegut lo sapeva e ci ha messo più di vent’anni per trovare una forma adeguata per comunicare la sua esperienza di soldato e lo ha fatto proprio durante un’altra guerra insensata: la guerra del Vietnam. E’ anche un romanzo ottimista: non è possibile impedire all’uomo di distruggersi, “Così va la vita”, ma possiamo rendere migliore la nostra vita se riusciamo a valorizzare i momenti belli. “Noi sappiamo come finisce l'universo...” disse la guida “e la Terra non ha nulla a che vedere in questo, salvo che vien spazzata via anche lei.” “Come... come finisce l'universo?” disse Billy. “Lo facciamo saltar per aria, sperimentando nuovi combustibili per i nostri dischi volanti. Un pilota collaudatore tralfamadoriano preme un bottone d'avvio, e l'intero universo scompare.” Così va la vita. “Se voi sapete tutto questo,” disse Billy “non avete modo di prevenirlo? Non potete impedire al pilota di premere il bottone?” “Lui l'ha "sempre" premuto, e lo premerà "sempre". Noi glielo lasciamo "sempre" premere, e glielo lasceremo "sempre". Il momento è "strutturato" in quel modo.” “Così...” disse Billy andando a tastoni “immagino che anche l'idea di impedire la guerra sulla Terra sia stupida.” “Naturalmente.” “Ma voi vivete in pace, su questo pianeta.” “Oggi sì. Altri giorni abbiamo guerre terribili come voi non ne avete mai viste o lette. Non possiamo farci niente, e così ci limitiamo a non guardarle. Le ignoriamo. Passiamo l'eternità guardando alcuni momenti gradevoli... come oggi allo zoo. Non è un momento piacevole?” “Sì.” “C'è una cosa che i terrestri potrebbero imparare a fare, se si sforzassero davvero: ignorare i periodi brutti, e concentrarsi su quelli belli.” “Um” disse Billy Pilgrim. (less) | Notes are private!
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1
| Jan 20, 2013
| Jan 30, 2013
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Jan 20, 2013
| Paperback
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889064625X
| 9788890646256
| 2.67
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| Jun 11, 2012
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Eupatro, re dell’Ovest, allontana dal suo regno il figlio Euno quando questi è ancora un bambino di cinque anni a causa di una profezia che lo individ...more
Eupatro, re dell’Ovest, allontana dal suo regno il figlio Euno quando questi è ancora un bambino di cinque anni a causa di una profezia che lo individua come colui che sconfiggerà l’esercito del padre. Diciotto anni dopo, nuovi avvenimenti portano Sosigene il mago a ritenere che solo Euno potrà salvare la Federazione delle Città Millenarie dalle mire espansionistiche di Deucalione sovrano di Petreia, città ai confini del Regno dell’Ovest. La ricerca di Euno è affidata a Manfredi, cacciatore di taglie che ha un passato di lottatore a servizio del centauro Chirone. In cambio dei suoi servigi, Sosigene gli promette di liberarlo dalla maledizione che gli scagliò anni prima (view spoiler)[e che ogni notte lo costringe a lottare, nei suoi sogni ma a rischio della vita, contro un dormiente (cioè uno spirito che infesta i sogni e le menti degli uomini) di nome Minosse (hide spoiler)]. Manfredi non sarà da solo nella sua ricerca di Euno, poiché a lui si uniranno il loquace Duccio, i gemelli Filocolo e Filostrato con le loro ingombranti personalità, il piccolo uomo (o micrandro) Cino che nasconde un terribile segreto, il criceto Palla, la mezzamaga Eco e la guerriera Tamiri. La compagnia dovrà affrontare nel suo lungo viaggio molti disagi e pericoli rappresentati sia da malfattori comuni sia dal mago Sinone in grado di mutare il proprio aspetto rendendosi irriconoscibile. La radice del rubino è il primo di due romanzi che hanno come oggetto la ricerca del principe Euno; la vicenda raccontata in questo primo romanzo ha un carattere introduttivo e solo una parte molto trascurabile riguarda direttamente la ricerca di Euno. L’autrice privilegia la parte descrittiva e ci prende per mano per farci conoscere i personaggi, l’ambiente naturale in cui si muovono, gli abitanti (uomini e non) dei Regni, la storia e le leggende di tale mondo fantastico. Tale parte è sicuramente la più meritevole ma, allo stesso tempo, è la principale causa di una scrittura lenta che lascia poco spazio alla tensione narrativa: forse un maggiore bilanciamento tra le parti (meno introduzione e maggiore spazio al focus dell’intera vicenda) mi avrebbe aiutato a mantenere alta l’attenzione, che invece è oscillata per tutta la lettura tra alti e bassi, sempre in attesa che accadesse qualcosa (e il “colpo di scena” finale non può soddisfare quest’aspettativa). Al termine del romanzo uno dei personaggi intuisce che sotto quegli eventi apparentemente casuali c’è forse una trama più sottile che lega tutti i fili in un disegno talmente complesso che, al momento, è difficile intravederne i contorni. Io, da lettrice, avrei voluto che questa intuizione fosse maggiormente articolata per non lasciarmi la sensazione di aver letto semplicemente una storia gradevole di un gruppo variegato (anzi di una “compagnia” ) di soggetti che compie un viaggio avventuroso in un mondo per me del tutto sconosciuto all’inizio, che diventa poi una geografia familiare una volta giunta alla parola “fine” , anzi “arrivederci” con il seguito nel Labirinto d’ambra (secondo volume della trilogia). I personaggi incontrati e i luoghi descritti sono molti: si rischia di perdersi e, in alcuni casi, di chiedersi il ruolo di certe vicende nell’economia del romanzo. L’autrice, previdente, ha inserito un elenco dei personaggi e un glossario (peccato che non ci fosse anche una mappa dei territori: confesso che mi sarebbe piaciuto avere un supporto visivo per seguire l’itinerario di Manfredi). Gli elementi maggiormente originali del romanzo io li ho individuati nel tentativo di dare una veste differente a personaggi che da sempre fanno parte dell’universo fantasy, cioè i maghi e i piccoli uomini mentre, a mio parere, l’obiettivo di far nascere un filone di fantasy che non sia debitore dei classici di lingua inglese non è raggiunto. Nella post-fazione l’editore inquadra La radice del rubino nel filone “Med-fantasy” (dove “Med” sta per “Mediterraneo”) poiché i nomi di luoghi e personaggi derivano da un bagaglio culturale più vicino all'autore , ma l’intreccio invece risulta molto vicino ai romanzi, classici e contemporanei, che hanno segnato una pietra miliare nella storia del genere Fantasy (mi riferisco, ad esempio, a Il Signore degli anelli). Voglio precisare che non lo trovo grave: un libro può essere interessante e appassionante anche se non sviluppa alcun genere, ma si inserisce in un filone ampiamente sfruttato purché riesca ad avere una sua propria specificità (cosa che non accade con questo libro). La presenza di episodi che non si integrano con la vicenda principale (e che sembrano messi lì per riempire le pagine), il finale "non finale" (un libro, anche se parte di una saga, deve avere un suo nucleo narrativo che inizia e finisce con alcuni elementi che rimandano ai libri successivi), un titolo che non ha collegamento con l'intera vicenda narrata, personaggi che in alcune situazioni non hanno comportamenti coerenti con il loro carattere sono il motivo per cui ho dato due stellette. (less) | Notes are private!
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| Jan 11, 2013
| Jan 29, 2013
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Jan 11, 2013
| Paperback
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8806170627
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| 1977
| Nov 15, 2004
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Né cattolici né muratori. Buon Dio, che cos'è successo?
I quattro figli di Maria e Nicholas Molise si trovano a dover gestire l’ennesima crisi famili...more Né cattolici né muratori. Buon Dio, che cos'è successo? I quattro figli di Maria e Nicholas Molise si trovano a dover gestire l’ennesima crisi familiare: la loro madre, stanca di dover sopportare da cinquantun anni il caratteraccio e i tradimenti del marito, vuole il divorzio. Henry, il maggiore dei fratelli, rassicura Mario sostenendo che è una delle solite sceneggiate dei genitori: la madre, fervente cattolica, non divorzierà mai. La probabilità, anche se remota, però esiste e, se dovesse accadere, gli altri fratelli spingeranno Nick a trasferirsi a casa di Henry, scrittore di successo che vive, con la moglie, in una grande casa a pochi metri dalla spiaggia di Redondo Beach. Per non incorrere in questo malaugurato evento, Henry prende l’aereo e torna a casa nella piccola cittadina di Sant’Elmo con l’intento di appianare la lite tra i genitori e poi ripartire la sera stessa. Ma i suoi piani vengono scombinati dall’abilità dei genitori di manipolarlo, facendo sorgere in Henry un prepotente senso di colpa per non voler esaudire l’unico desiderio che può rendere felice il padre. E così Henry si trova coinvolto in quello che sembra il canto del cigno del vecchio Nick Molise, abile muratore e membro fedele della confraternita dell’uva. Capriccioso, rumoroso, profittatore della pazienza altrui, quasi sempre sbronzo, a San Elmo poteva starsene a briglia sciolta, e la sera la gente lo sentiva caracollare verso casa lungo le strade deserte, producendosi in pessime versioni di ’O sole mio. Nella tranquillità dei loro letti, i concittadini dicevano: «Ecco qua il vecchio Nick», e sorridevano, perché Nick era ormai parte delle loro vite. Le diatribe familiari, i rancori tra fratelli, la disillusione dell’età matura, il conflitto mai sopito con i genitori ormai anziani sono alcuni dei temi di questo bel libro di John Fante che, a ragione, è considerato il capolavoro dell’età matura dello scrittore italo-americano. I temi non sono proprio una novità e non solo nella letteratura perché ogni figlio si trova a fare i conti con i sentimenti ambivalenti di Henry Molise (alter ego di John Fante ormai vecchio, malato e alle soglie della morte). I genitori invecchiano diventando in parte lo specchio futuro di quei figli che, ormai adulti, sono chiamati a prendersene cura. Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio. Nick Molise non è stato proprio un modello di virtù e tutti i figli hanno risentito del suo egoismo e della sua incapacità relazionarsi con i membri della famiglia. Henry e i fratelli non hanno avuto un’infanzia serena, e ciascuno a modo proprio ha dovuto prendere le distanze da quei genitori che avevano indicato loro un’unica strada senza alcuna possibilità di deviazione: cattolici e muratori. Come spesso accade nelle famiglie troppo soffocanti, quelle che cercano di tracciare passo per passo la vita futura dei figli, nessuno dei giovani maschi Molise ha realizzato il destino loro prescritto. Stella, in quanto femmina, non aveva goduto di grande considerazione da parte del padre, che invece aveva cercato tenacemente di far diventare muratori i tre maschi (Henry, Mario e Virgil), boicottando, per il suo fine egoistico, le loro aspirazioni. Solo Henry riesce a sfuggire all’influenza dei genitori e lo fa grazie a un aiuto inaspettato: Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovič Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere. L’atteggiamento critico, ma allo stesso tempo tollerante, verso entrambi i genitori è ciò che distingue Henry dai suoi fratelli ed è il segno che è ormai un uomo adulto che può stigmatizzarne i difetti senza negare a se stesso l’affetto profondo che lo lega al padre e alla madre. Può anche riconoscere in se stesso alcuni dei difetti dei genitori, poiché sono parte del suo modo di essere. Una volta sceso a patti con l’ambivalenza del legame con i genitori, Henry Molise/John Fante può riconoscere anche i loro meriti: l’abilità della madre nel tenere unita tutta la famiglia, manipolandone gli umori attraverso i suoi deliziosi piatti, e il talento del padre che ama il suo lavoro più di qualunque altra cosa (o persona) al mondo. Il tono leggero (nonostante la drammaticità dei temi trattati), l’ironia che trapela da ogni pagina rende simpatici i membri della famiglia Molise, che, a ben vedere, vengono descritti in tutta la loro miseria umana. Non si salva nessuno. I fratelli sono immaturi e pavidi, incapaci di allontanarsi dal solco tracciato per tentare altre strade, incapaci di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, vivono alimentando il rancore verso i genitori, unica giustificazione per i loro fallimenti. Lo stesso Henry è impietoso verso se stesso: è consapevole di avere, a volte, piegato la sua arte alle ragioni del dio denaro, sa di non avere una grande personalità e di attrarre la simpatia altrui attraverso le lacrime, che non si vergogna di utilizzare per raggiungere i suoi fini. Avevo un mio talento per i pianti. Mi aveva procurato svariati riconoscimenti nel corso della vita, e anche qualche fastidio. Quando le tue debolezze sono la tua forza, che fai? piangi. Dal momento che il pianto semina sconcerto, la gente non sa come prenderla; sono lì che magari si aspettano un’esplosione di violenza e d’un tratto tutto svanisce in una pozza di lacrime. Piansi alla prima comunione. Le mie lacrime ebbero ragione di Harriet e così alla fine lei mi sposò. Senza lacrime non avrei mai potuto sedurre una donna; con le lacrime non mi andò mai buca. Era una cosa che devastava il cuore delle donne alle quali non andavo a genio e che, in seguito, avrebbero voluto uccidermi perché le avevo fatte soccombere. Piangevo persino mentre scrivevo cose melanconiche. E più invecchiavo, più piangevo. Al pari di Nick Molise (alter ego di suo padre, morto da più di cinquant’anni e che rivive solo grazie alle parole scarabocchiate dal figlio), John Fante era affetto da una grave forma di diabete che gli aveva causato la cecità e l’amputazione delle gambe, ma che non gli impedì di lasciarci questo racconto ironico e commovente. (less) | Notes are private!
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| Jan 06, 2013
| Jan 11, 2013
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Jan 06, 2013
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9788817057424
| 4.22
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| 1991
| May 2012
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Dec 27, 2012
| Paperback
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8806184504
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| 4.21
| 33,930
| Feb 28, 1985
| Sep 2006
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La recensione o i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice...more La recensione o i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c'è sempre stata. Prima che nascesse l'uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente. Anno 1833, Tennessee. Durante una pioggia di stelle cadenti una donna muore e un bambino nasce. Né della donna né del bambino conosceremo mai il nome. La prima “aveva incubato nel ventre proprio la creatura che l'avrebbe uccisa. Il padre non pronuncia mai il nome della donna, il ragazzo non lo conosce”; allo stesso modo nessuno pronuncia mai il nome di quel bambino, che per tutto il romanzo sarà the kid, il ragazzo. Ormai quattordicenne, il ragazzo lascia la casa e il padre alcolizzato per diventare un vagabondo in un vasto territorio desertico i cui confini sono appena stati ridefiniti dalla guerra messicano-statunitense (combattuta tra il 1846 ed il 1848 che costò al Messico metà del suo territorio, con durevole rancore agli Stati Uniti.) Il ragazzo, dopo aver dato prova di ingenuità unendosi agli irregolari del capitano White, viene arrestato in Messico. Riacquista la libertà grazie al capitano Glanton (personaggio realmente esistito) e al giudice Holden, i quali sono a capo di una banda che, su commissione dei governatori messicani, uccide gli indiani (e tutto quello che incontra), li scalpano e portano il loro macabro bottino al committente che li paga in base al numero degli scalpi. I massacri (non solo di indiani ma anche di messicani e americani, insomma di tutti coloro che possono arricchire il bottino di scalpi) si susseguono sino a quando il gruppo si impadronisce di un traghetto sul fiume Gila, vicino a Yuma, per taglieggiare i viaggiatori. Attaccati dagli indiani Yuma (una tribù che aveva convissuto pacificamente con i bianchi sino a quando Glanton e il giudice non avevano cercato di massacrarli), pochi riescono a sopravvivere e tra questi il ragazzo che, dopo una estenuante marcia nel deserto, si ritrova a vagare nuovamente lungo la frontiera tra Messico e Texas, sino a quando a Fort Griffin, ormai quasi trentenne, il suo destino si incrocia nuovamente con quello del giudice Holden. “Meridiano di sangue” è considerato un libro fondamentale della letteratura statunitense contemporanea: basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che è oggetto di tesi di dottorato, di corsi universitari e di saggi di approfondimento. Una recensione diventa quindi impegnativa se non si conoscono, nemmeno per sommi capi, alcuni aspetti della storia e della cultura statunitense: leggendolo, infatti, ho avuto la sensazione che si tratta di un libro che vuole parlare soprattutto agli americani per metterli di fronte alla loro storia (quella non esaltante fatta di massacri ed espropriazioni) e che certe sfumature non le avrei proprio potuto cogliere, e questo mi dispiace perché a me piace sempre contestualizzare. Dunque, il primo consiglio a chi voglia affrontare la lettura di questo (per me) capolavoro è di mettere in conto qualche ricerca su Wikipedia (e sul web in generale) per approfondire (o, come nel mio caso, conoscere ex novo) la guerra contro il Messico e la dottrina del "Destino manifesto" (Manifest Destiny), che mi sembra ancora predominante in una certa politica estera degli USA (è la mia opinione, magari sbaglio: cercherò di saperne di più e nel frattempo siate comprensivi). Il secondo consiglio è quello di dedicare alla lettura di questo libro più tempo di quello che solitamente impiegate. Più tempo e più qualità del tempo. Mi spiego meglio. Non fate come me l’errore di iniziare la lettura in un treno affollato, dovendo costantemente dedicare un occhio ai tre adorabili (per me) pestiferi (per tutti gli altri viaggiatori) marmocchi che sono a voi affidati mentre gli altri genitori si dedicano ad attività più rilassanti (accidenti a loro che si sono accaparrati i posti lontano dai tre pargoli). E non perseverate nell’errore cercando di continuare a leggere in una camera d’albergo in cui la televisione è (quasi) sempre sintonizzata sui Fantagenitori (i genitori capiranno la mia disperazione). Per fortuna (per me ovviamente), l’incipit è così bello che non mi ha fatto desistere dalla lettura, ma mi ha spinto ad alzarmi prima di tutti gli altri per poter leggere in solitudine e scivolare, ombra tra le altre, accanto ai cacciatori di scalpi, agli indiani, ai messicani e a tutti gli altri esseri che si muovono sullo sfondo di una natura magnifica, grandiosa e implacabile. Terza indicazione è di assumerne piccole dosi giornaliere (max 1 capitolo al giorno): in caso contrario rischiate di avere crisi di rigetto verso il linguaggio ricercato (ma affascinante), l’assenza di punteggiatura che introduce il discorso diretto, la cruda descrizione dei massacri, delle scalpature, delle cancrene, della condizione costante di sporcizia e indigenza in cui vivono tutti i protagonisti e della violenza (insensata?) che si ritrova in ogni pagina. Una lettura lenta, invece, consente di apprezzare ogni singola parola (mai una fuori posto), di sviscerare la visione del mondo del giudice Holden e di entrare nel mondo feroce del West. Il quarto suggerimento riguarda lo stato d’animo con cui vi accosterete al libro e alla capacità di essere realmente empatici (cioè di far proprio il punto di vista di tutti i protagonisti guardando il mondo con i loro occhi) non per giustificarli o assolverli (impossibile) ma per assumere i loro riferimenti culturali e i loro valori cercando di dare un senso alle loro azioni e, in definitiva, dare un significato personale a quello che McCarthy vuole comunicare. Un aspetto da considerare è proprio che questo romanzo consente a ciascuno di giungere a conclusioni personali: McCarthy ha una sua visione e la comunica sia attraverso le descrizioni della natura sia attraverso i dialoghi/monologhi tra il giudice Holden e gli altri personaggi, ma poi ogni lettore può decidere quanto riconoscere di quello che legge nella natura dell’uomo. McCarthy non vuole convincere nessuno: presenta i “fatti” (siano questi efferati massacri o disquisizioni intorno alla natura umana) nella loro brutalità mettendo in guardia il lettore che essi possono risultargli indigesti ma che non può ignorarli. La storia umana è ricca di massacri, violenze, genocidi e pensare che ormai tutto questo sia alle nostre spalle è solo una pia illusione (e a me vengono in mente immagini legate a parole come Guantanamo, Rwanda, Olocausto, Palestina, Hiroshima, Dresda, 11 settembre) anzi (questo è il “personale”, e quindi del tutto arbitrario, messaggio che mi lascia McCarthy) bisogna vigilare su noi stessi perché non ci lasciamo affascinare dalla semplicità della violenza e dell’annullamento dell’altro. Altra categoria da abbandonare è quella che differenzia gli uomini in buoni e cattivi. Non esistono buoni e non ci sono cattivi: l’uomo mette in atto la sua natura, uccide perché può farlo, perché è quello che gli viene spontaneo. Seguono la loro natura e, per questo, sono liberi: emblematica mi sembra la figura dell’idiota, un ragazzo con un grave handicap cognitivo che, pur avendo l’opportunità di avere una casa e una famiglia, fugge via per poter rimanere un idiota libero di girare nudo e fissare il fuoco perdendosi nelle scintille che si disperdono nella notte fredda e buia. Il quinto avvertimento è di abituarsi, per quasi tutto il libro, a fare un’inversione figura/sfondo. I protagonisti umani in alcune situazioni diventano comparse, che mai esprimono i loro sentimenti, che non manifestano alcun interesse verso l’altro. Eppure a me tutta la narrazione è sembrata ricca di risonanze emotive che, e questo è il punto, non sono veicolate dalle parole e dagli stati d’animo degli uomini ma dalle descrizioni dei paesaggi naturali. Anche gli animali assumono un ruolo nell’economia affettiva del romanzo: gli unici esseri verso cui i protagonisti (ad eccezione di Holden che non fa mai nulla di spontaneo e disinteressato) manifestano tenerezza sono gli animali. In particolare, Glanton manifesta un forte attaccamento verso i cavalli e i cani, mentre non esita a uccidere chiunque (indiano e meno) abbia uno scalpo che può fargli fruttare del denaro. Il sesto e ultimo consiglio, ovviamente, è di leggere il libro, di farlo come preferite (in fretta, in lingua originale o nella traduzione, odiando McCarthy e il giudice Holden, lamentandovi dello stile epico e grandioso) ma di leggerlo.(less) | Notes are private!
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| Dec 27, 2012
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Dec 27, 2012
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| 1998
| Oct 24, 2006
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| Dec 10, 2012
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| Nov 26, 2012
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9788863696561
| unknown
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La storia narrata in Merkavah si articola su due piani temporali: il primo (siamo nel medioevo) indaga le ragioni vere che spinsero Papa Innocenzo III...more
La storia narrata in Merkavah si articola su due piani temporali: il primo (siamo nel medioevo) indaga le ragioni vere che spinsero Papa Innocenzo III a dirottare la Quarta Crociata (originariamente diretta a Gerusalemme) verso Costantinopoli. In base alla ricostruzione di Versari, il Papa intendeva recuperare una preziosa reliquia custodita proprio a Costantinopoli, nella chiesa di S. Maria di Blacherne. La reliquia doveva essere tenuta nascosta perché svelava un segreto in grado di minacciare l’intera Chiesa cattolica e quindi una volta giunta in Italia dopo alterne vicende, venne custodita (a insaputa dei fedeli e della Chiesa ufficiale) nel Duomo di Orvieto, sotto stretta sorveglianza di un gruppo segreto, l’Ordo Custodum. A questo punto gli eventi passati si intrecciano con quelli presenti; Elena, nella sua attività di restauro del Duomo di Orvieto, scopre, in una cavità sotto il pavimento, dei resti umani e chiede a Marzio, un suo amico (“con privilegi” per usare un’espressione americana) anatomopatologo, di raggiungerla da Pisa per darle la sua opinione. Da questo momento iniziano a succedere dei fatti strani: Marzio ed Elena capiscono di essere sorvegliati e di dover fare molta attenzione se vogliono svelare il mistero del Duomo di Orvieto senza rimetterci la vita. Attorno ai due protagonisti ruotano altri personaggi: un misterioso uomo soprannominato “Il Giardiniere”, Piero e Carla (coinvolti loro malgrado nel segreto custodito dall’Ordo Custodum), Giannina (un’anziana affittacamere che, inconsapevolmente, metterà Marzio ed Elena sulla giusta strada), padre Riccardo (parroco del Duomo). Merkavah di Daniele Versari si inserisce nel filone dei thriller esoterici, di cui l’antesignano per eccellenza è “Il Codice da Vinci” (Dan Brown, 2003): di conseguenza tutti i libri di questo genere scritti dopo devono aggiungere elementi originali allo schema di Dan Brown per differenziarsene e non essere delle semplici variazioni sul tema. A differenza del suo cugino più famoso, la storia narrata in Merkavah si articola su due piani temporali: il Medioevo della quarta crociata e l’Italia dei giorni nostri, ma a parte questo stratagemma narrativo tutti gli altri clichè del thriller esoterico sono presenti. Nel libro di Daniele Versari, come da schema appunto, c’è un gruppo (l’Ordo Custodum) che, in seno alla Chiesa, protegge ad ogni costo un segreto riguardante la vita di Gesù (un segreto talmente importante da non poter essere rivelato senza mettere in crisi i Principi della religione cristiana così come ce li hanno insegnati); c’è un codice segreto da decifrare per svelare il segreto; ci sono due intrepidi e preparati studiosi (Elena, archeologa, e Marzio, anatomopatologo) che, per caso, si trovano coinvolti nelle attività dell’Ordo Custodum e, a rischio della loro vita, riescono a svelare il mistero custodito da millenni; ci sono elementi fattuali (in questo caso di carattere storico, medico, esegetico) a supporto della verità svelata dai due protagonisti; c’è la storia d’amore e di sesso tra i due personaggi principali. La parte della vicenda ambientata nel medioevo è quella che io ho preferito: ho trovato i personaggi (Innocenzo III, Pietro Capuano, il doge Enrico Dandolo) più realistici e la trama (almeno sino a quando Giovanni D’Alagno arriva a Costantinopoli) più plausibile. L’incipit nel Kashmir del 97 d.c. mi è piaciuto molto e, anche in questo caso, i personaggi di Issa e Adarsh mi sono sembrati ben caratterizzati. Rispetto alla seconda linea narrativa (cioè quella ambientata ai giorni nostri) ho notato che nelle parti di ricostruzione degli antecedenti storici c’è un maggiore equilibrio tra descrizione dei dettagli e caratterizzazione dei personaggi (attraverso l’azione e il dialogo). Mi è piaciuta anche la descrizione della morte di Giovanni d’Alagno, anticipata nel suo sogno ricorrente. Ho apprezzato meno lo svolgimento della vicenda ai giorni nostri. I personaggi, tutti, mi sono apparsi piatti e poco realistici. Marzio ed Elena vengono presentati come dei ricercatori ma poi, nei fatti, agiscono con la prontezza di agenti segreti abituati a prendere decisioni con grande rapidità in situazioni ad alto rischio. (view spoiler)[Esempi: Elena intuisce, senza il minimo indizio che la metta sulla giusta strada, che in camera sua ci sono dei microfoni: ma essendo la prima volta che si trova in una situazione simile (e a quel punto della vicenda non è neanche chiaro cosa stia accadendo) come fa ad avere l’intuizione giusta? E mi sembra poco probabile che abbia la prontezza di registrare segretamente la conversazione tra lei e Marzio per poi trarre in inganno la persona che le sorveglia. Mentre assistono alla riunione segreta dell’Ordo Custodum (in una situazione di grande pericolo per loro) Elena ha la prontezza di tirare fuori il taccuino per prendere appunti e Marzio fa le riprese con il suo telefono. (hide spoiler)] Anche in altre situazioni, non sono chiare le motivazioni che portano i personaggi ad agire in un determinato modo. (view spoiler)[Esempi: Piero (e poi Carla) che racconta delle vicende personali a perfetti sconosciuti che si presentano alla loro porta senza garanzie sulle loro reali intenzioni. Fratello Giacomo che apparentemente senza sapere nulla su Giovanni d’Alagno sceglie di fidarsi di lui e gli racconta la verità sulla reliquia conservata nella chiesa di S. Maria di Blacherne. Aveva fatto delle indagini sul frate? Aveva dei complici sulla nave? Non si sa. Giovanni d’Alagno che decide di aiutare Fratello Giacomo senza che un tale grave comportamento venga adeguatamente motivato: la spiegazione data per me non è convincente poiché Giovanni non sa nulla di Giacomo e quindi mi chiedo su che base decida di fidarsi e di tradire il suo superiore. (hide spoiler)] Il personaggio del “Giardiniere” non è ben integrato con la trama nel suo complesso: conoscere tanti particolari sulla sua vita non è rilevante per lo svolgimento della vicenda. La sua storia ricorda troppo “Nikita” di Luc Besson ma senza però che il personaggio risulti altrettanto drammatico e convincente. Un altro elemento che rende poco scorrevole la lettura è l’abbondanza di particolari nelle descrizioni: la sensazione che ho avuto è che l’autore voglia inserire tutto il materiale che ha raccolto per documentarsi, ad esempio nella descrizione minuziosa del duomo di Orvieto (in alcuni passi sembra di leggere una guida turistica) oppure quando Marzio elenca i nomi di tutti i tipi di scimmie raffigurate dai ninnoli di Piero o ancora con un eccesso di dettagli fisiologici nelle descrizioni: (view spoiler)[Esempi: Nello sforzo i tendini dei muscoli cervicali si tendevano come corde d’acciaio e l’aumento della pressione addominale, determinata dallo sviluppo di forza muscolare, impediva il ritorno di sangue al torace, causando un evidente turgore delle vene giugulari e trasformando il volto in una maschera rubizza. Babbuini in alabastro si alternavano a gorilla in legno, scimpanzé in plastica palesemente frutto della schiusa di Ovini Kinder, cercopitechi in marmo, macachi di pezza, colobi di cristallo, chirogalei di creta, microcebi di porcellana, bonobi in paglia, intrecciata, lemuri di gomma, chilopodi di rame, callicebi di selce, macachi di pasta di pane, bertucce di carta, mandrilli di cristallo. (hide spoiler)] La competenza medica dell’autore, invece, è opportuna nella descrizione dell’agonia in croce di Gesù: tutti i dettagli fisiologici supportano le tesi dei protagonisti e lasciano il lettore con il dubbio che non sia solo un’opera di fantasia. (less) | Notes are private!
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| Nov 26, 2012
| Dec 2012
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Nov 01, 2012
| ebook
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8496142027
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| 34,217
| 1990
| Mar 19, 2003
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Gli uomini vanno al martirio ovunque...more Gli uomini vanno al martirio ovunque Qual è l’enigma? Io sono il mio stesso enigma. Oh, Signore, non dovete per gentilezza cercare di migliorare o togliermi la mia solitudine. A noi donne insegnano a temerla - ah, la torre spaventosa, ah, il roveto che la circonda - nessun nido accogliente, un torrione piuttosto. Ma ci hanno mentito, sapete, in questo e in tante altre cose. Il torrione può accigliarsi e minacciare - ma ci tiene ben al sicuro entro i suoi confini noi siamo libere in una misura che voi, con la vostra libertà di correre per il mondo, non potete immaginare. Non vi consiglio di immaginarlo, ma fatemi giustizia, credetemi, non attribuitemi proteste mendaci - la Solitudine è il mio Tesoro, la cosa migliore che ho. Esito a uscire. Se apriste il cancelletto, non saltellerei via - ma sentite come canto nella mia gabbia d'oro. Londra 1986. Roland Mitchell, durante una ricerca di routine alla British Library, scopre le bozze di due lettere di Randolph Henry Ash, il poeta vittoriano cui dedica interamente la sua attività di ricerca. Il contenuto di quelle lettere, indirizzate alla poetessa Christabel LaMotte, svela aspetti inediti della vita di Ash che potrebbero gettare nuova luce anche sulle sue opere. Roland dovrebbe, per correttezza, parlare di quella scoperta con il suo capo, il prof. Blackadder, che dal 1951 cura l’edizione delle Opere di Ash, ma decide di rimandare sino a quando non avrà più dettagli sul tipo di relazione intercorsa tra Ash e LaMotte. Decide, quindi, di rivolgersi alla dottoressa Maud Bailey, una delle principali studiose inglesi di Christabel LaMotte e, come Roland scoprirà, discendente lei stessa della poetessa. I due giovani ricercatori ripercorrono la vita di Randolph e Christabel sia attraverso la lettura congiunta delle loro opere sia visitando i luoghi dove i due poeti hanno vissuto: ne seguiranno molte importanti scoperte fatte mettendo insieme le diverse tessere (lettere, riferimenti letterari, stralci di diari) di un intricato puzzle in cui presente e passato finiscono per confondersi. Un libro molto bello di un’autrice molto brava. Fidatevi. Non basta? Immagino di no, del resto io stessa sono giunta a questa conclusione dopo metà abbondante del libro. Nel corso delle prime duecento pagine il mio principale desiderio era di lasciar perdere: troppa cultura, troppa erudizione, troppi versi, anzi decisamente troppi versi. Pensavo, stizzita: “Se avessi voluto leggere dei versi avrei comprato un libro di poesie; se avessi voluto approfondire la poetica dell’età vittoriana avrei comprato un manuale di letteratura inglese; se avessi voluto sapere chi inventò il microscopio avrei fatto una ricerca su Wikipedia; se avessi voluto conoscere i significati nascosti della liminalità (?) e delle soglie, dei miti norreni (??) o bretoni avrei seguito un corso di antropologia culturale; se avessi voluto interpretare tutta la produzione letteraria umana in chiave psicoanalitica sarei stata più attenta durante le lezioni di psicologia clinica. Insomma, avete capito. Per mia fortuna (e vostra se vi farete convincere dalla mia recensione) non ho abbandonato “Possessione”, limitandomi a invocare a destra e a manca compassione per la mia triste sorte di lettrice ingannata da una quarta di copertina che prometteva mistero, passione e amore. Non mi stavo rendendo conto che, gradatamente, il romanzo si stava impadronendo di me, sino a quando ormai era ovvio che, come i protagonisti, anche io ero posseduta dalla forza delle parole e delle passioni di Randolph Henry Ash e Chistabel LaMotte e poiché le parole e le passioni erano in realtà opera di Angela Susan Byatt, era a lei che ho mentalmente indirizzato le mie scuse per non aver apprezzato sin dalla prima pagina il suo libro. Dovete sapere, infatti, che Randolph Ash e Christabel LaMotte sono due personaggi fittizi e che tutte le loro opere riportate in “Possessione” sono frutto della bravura di A. S. Byatt così come lo sono tutti gli stralci del diario di Ellen (la moglie di Ash), di Blanche Glover (la compagna di C. LaMotte), di Sabine de Kercoz (lontana cugina di C. LaMotte) e di Hella Lees (una medium che si difende dalla accuse che le lancia Ash nel suo poema “Mummy Possest”). La Byatt riesce, con grande bravura, a inserire nel romanzo prosa, poesia, raccolta epistolare, biografia, autobiografia, saggio critico, tradizione orale, leggende e miti. Gli appassionati riconosceranno nelle poesie (e nelle personalità dei due poeti) echi di Milton, Browning, Tennyson, Coleridge ed Emily Dickinson cui la stessa Byatt ha esplicitamente dichiarato di essersi ispirata (e del resto il nome stesso di "Christabel" deriva dall’omonimo poema incompiuto di Coleridge.) Quali sono i temi trattati nel libro? Tanti e ciascuno di essi può essere una delle (parziali) chiavi di lettura dell’intero romanzo: la Byatt dimostra di avere una cultura enorme che spazia dalla storia della letteratura ai metodi della critica letteraria, dalla teoria freudiana a quella lacaniana, dalla sociologia alla filosofia. Qual è il ruolo dell’uomo nel mondo? “Conoscere e andare oltre i confini conosciuti” sembra rispondere A. S. Byatt attraverso le voci di Randolph Ash e Christabel LaMotte. Gli strumenti di questa conoscenza in entrambi i protagonisti si manifestano attraverso la poesia e la narrazione ma le modalità con cui tali strumenti si possono utilizzare sono diversi per il poeta e per la poetessa sia per ragioni di sensibilità differente sia, soprattutto, perché diverse sono le condizioni sociali in cui uomo e donna possono procedere alla conoscenza secondo i dettami della cultura vittoriana. L’uomo è proiettato verso l’esterno: viaggia ed esplora le moderne conquiste della scienza che iniziano a mostrare l’origine della vita da un tutto indifferenziato, senza alcuna genesi privilegiata che salvaguarda la pretesa origine divina della specie umana. La donna può dedicare tutta se stessa alla poesia soltanto se si isola dal consesso sociale: in tal modo le viene concesso di derogare alle attese del ruolo perché, nel suo caso, madre, moglie, amante, amore, passione, sono categorie sociali che, in lei, non possono albergare con pari dignità con quelle di poesia, ricerca, produzione letteraria, concezione personale del mondo. Da qui la decisione di Christabel di allontanarsi dalla società, insieme alla sua compagna Blanche Glover (anche lei artista) per poter esplorare l’interiorità (dominio indiscusso del genere femminile), il significato nascosto dei miti femminili (la fata Melusina, il mito della Città di Is) e il mondo dell’oltretomba (sono gli anni delle prime sedute spiritiche). Muovendosi abilmente tra passato e presente, in un gioco di rimandi tra le vicende ottocentesche di Christabel LaMotte, Blanche Glover, Ellen Ash e quelle a noi più vicine di Maud Bailey, Beatrice Nest (una ricercatrice che da più di vent’anni sta curando l’edizione critica del diario di Ellen) e Leonora Stern (una studiosa, di idee femministe molto radicali, dell’opera di Christabel LaMotte) mostra abilmente che per le donne la situazione non è molto cambiata: per potersi dedicare alla ricerca devono sottomettersi ai diktat degli studiosi maschi (Beatrice) oppure rinunciare alla passione e al desiderio di essere amata (Maud) o ancora immergersi completamente nel mondo femminile che diventa l’unica chiave di lettura per tutto lo scibile umano (Leonora). Alla fine del romanzo ci sarà un riscatto, un tentativo di superamento delle posizioni contrapposte e di sintesi con il pensiero maschile, rappresentato dal prof. Blackadder (lo studioso attento al metodo che non riesce a farsi entusiasmare da ciò che studia), da Mortimer Cropper (studioso statunitense ossessionato dagli oggetti appartenuti ad Ash, che cerca con tutti mezzi di inserire nella sua monumentale collezione), Fergus Wolff (narcisista e manipolatore, interessato a Maud nella misura in cui lei rappresenta un trofeo da esporre), Ronald Mitchell (il personaggio più “femminile” che, proprio per questo, riesce a stabilire un proficuo rapporto di collaborazione con Maude). L’incontro tra i due universi o meglio, fuor di metafora, tra Randolph e Christabel destabilizza le basi su cui si fondano entrambi mostrando, da un lato, quanto è fragile il mondo declinato tutto al femminile di Christabel (mondo che non potrà sopravvivere al superamento dei confini che ella stessa si era imposta facendo proprie le richieste della società vittoriana), dall’altro, la fecondità insita in quell’incontro. Le opere di entrambi i poeti cambieranno stile e contenuti, arricchendosi, per l’influenza reciproca. Purtroppo solo le opere di Ash riescono a conquistare la visibilità sociale, mentre quelle di C. LaMotte dovranno aspettare le rivendicazioni femministe per riuscire ad avere voce, ma una voce che rimane comunque flebile e che sarà ascoltata con tutta la sua forza solo dopo che il legame con il “grande” Ash viene portato alla luce. Parallelamente la Byatt ci conduce lungo il tortuoso e infido terreno della critica letteraria. E’ corretto analizzare gli scritti di Ash e LaMotte secondo categorie interpretative moderne? E’ rispettoso verso la loro opera introdurre categorie psicoanalitiche o marxiste (che, in fondo, sono anch’esse figlie di uno specifico momento culturale, valide quindi oggi e, forse, svalutate nel futuro prossimo)? Probabilmente non c’è altra scelta: gli studiosi non possono che ricorrere alle categorie proprie del contesto socioculturale in cui vivono, fosse solo per confutarle. L’importante, sembra suggerire la Byatt, è di ricordarsi che tali categorie interpretative sono legate a uno specifico momento storico: non possiamo chiedere loro di mostrarci la verità dei fatti ma solo di aiutarci a illuminarli da un particolare punto di vista, quello di chi guarda senza pretese di universalità nello spazio e nel tempo. Possessione, in sintesi, è un romanzo colto e ben scritto; molto bello non solo per lo stile e le tematiche che la Byatt riesce a inserire ma anche per l’intreccio (c’è il mistero e c’è l’Amore), per la caratterizzazione dei personaggi che finiscono per possedere il lettore, ricompensandolo dell’impegno, della concentrazione e degli approfondimenti personali necessari ad apprezzare il libro. Devo dirvi - fin da quel primo incontro, seppi che eravate il mio destino, sebbene di tanto in tanto abbia celato quella consapevolezza a me stesso. Ogni notte ho sognato il vostro viso e ho percorso le strade della vita di ogni giorno al ritmo della vostra scrittura che cantava nella mia mente silenziosa. Vi ho chiamata mia Musa, e tale siete, o potete essere, messaggera di qualche incalzante luogo dello spirito dove l'essenza della poesia canta e canta. Potrei chiamarvi, con sincerità ancora più grande - mio Amore - ecco, è detto -perché senza dubbio io vi amo e in tutti i modi di cui un uomo è capace e con grandissimo ardore. É un amore per il quale non c'è posto in questo mondo - un amore che la mia diminuita ragione mi dice non potrà portare all'uno e all'altra di noi nulla di buono, un amore al quale ho cercato di nascondermi con l'astuzia, dal quale ho cercato di proteggervi con tutta l'ingegnosità che sta in me.(less) | Notes are private!
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| Jun 17, 2005
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Oct 20, 2012
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| 1987
| May 01, 2005
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| Jan 20, 2013
| May 09, 2013
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Due bambini messicani si accingono a onorare la festa dei morti con i tradizionali dolci di zucchero a forma di teschio e le altre pietanze tipiche di...more
Due bambini messicani si accingono a onorare la festa dei morti con i tradizionali dolci di zucchero a forma di teschio e le altre pietanze tipiche di questa giornata che, come ogni anno, portano sulla tomba dei loro cari defunti. La bambina si chiama Frida e, inseguendo il suo fidanzato Diego (sorpreso a baciare un’altra bambina, la sua migliore amica Rosa Espinoza), si cala dentro una tomba e finisce nel regno dei morti. Li aiuterà a trovare la strada per tornare in superficie un saggio cagnolino di razza xoloitzcuintle. In poche pagine (circa venti, le altre sono tutte bellissime illustrazioni) Fabian Negrin riesce a introdurre molti degli elementi che hanno caratterizzato la burrascosa vita di Frida Khalo e Diego Rivera: il legame tra i due artisti, la passione di Diego Rivera per il cibo e le donne, la presenza quasi costante nella vita di Frida dei cani di razza xoloitzcuintle. La cornice è la tradizionale festa dei morti, festeggiata in Messico con dolci e riti ben precisi (proprio come accade ancora oggi in Sicilia), quasi a voler sottolineare indirettamente lo stretto rapporto che legherà per sempre i due artisti con la cultura tradizionale messicana. Un libro molto bello rivolto ai bambini che già dai quattro anni possono apprezzare la vicenda narrata, in cui sono presenti due degli elementi delle fiabe più tradizionali: l’elemento magico/soprannaturale (il regno dei morti, il cane parlante) e le peripezie che i protagonisti devono affrontare in nome dell’amore. A questi elementi si aggiungono i dati più concreti collegabili con le vite di Frida Khalo e Diego Rivera. Ho preso questo libro a mia figlia (di cinque anni) per la festa dei morti (che, da brava palermitana, festeggio ogni anno) e gli e l’ho fatto trovare la mattina insieme agli altri regali che i defunti, secondo la tradizione locale, portano ai bambini. Quale miglior regalo, ho pensato, di un libro che parla proprio della festa dei defunti e del regno degli scheletri? Per di più mi è sembrato un espediente ben architettato per farle conoscere due grandi artisti. Ovviamente li conosce come due bambini birichini che scappano dai genitori, si fanno dispetti a vicenda e vivono un’avventura entusiasmante e pericolosa allo stesso tempo, ma in questi pochi aggettivi c’è già molto di Frida e Diego. Aggiungo che questo libro aiuta noi genitori ad ampliare l’orizzonte dei nostri figli, facendo loro conoscere un’altra cultura; tutto questo, ovviamente, senza bisogno di una sola parola di spiegazione: è sufficiente leggere la vicenda di questi due bambini e, all’ultima pagina, soffermarsi sulle poche righe biografiche su Frida Khalo, Diego Rivera e Josè Guadalupe Posada (a cui Negrin si ispira per la rappresentazione del Regno dei Morti). Mia figlia ha apprezzato la storia e anche le illustrazioni (e in definitiva il suo giudizio è importante quanto il mio, anzi, dal punto di vista del gradimento, lo è anche di più). I disegni di Negrin rimandano alla morte (scheletri che danzano e che cercano di irretire i due bambini) ma non hanno i tratti scuri e, in alcuni casi, distorti di altri libri per bambini (penso ad esempio alle sofisticate illustrazioni di Rébecca Dautremer) che possono risultare troppo forti per i bambini più piccoli. Il prezzo del libro è alto se, molto banalmente, lo mettiamo in relazione con il numero di pagine senza considerare la bellezza delle illustrazioni e dell’intero prodotto (che ha un formato molto curato e le pagine sono di grandi dimensioni). Non sono molti (purtroppo) i libri per bambini piccoli (dai tre ai cinque anni) ben curati sia nel testo sia nelle illustrazioni, spesso uno dei due elementi prevale sull’altro rendendo il libro non adatto ai bambini in età prescolare. Per la mia esperienza posso dire che se l’aspetto figurativo è di buon livello, spesso il testo è scialbo (penso a molte delle opere classiche in versione ridotta per bambini) e il bambino perde presto l’interesse. Viceversa quando è curato l’aspetto testuale, le illustrazioni sono poche e/o di scarsa qualità rendendo il libro in questione inadatto ai bambini più piccoli che, per caratteristiche intrinseche allo sviluppo cognitivo, hanno bisogno dell’ausilio delle illustrazioni per mantenere la concentrazione necessaria a seguire il racconto. (less) | Notes are private!
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| Aug 09, 2011
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Oct 04, 2012
| Paperback
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8806186949
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| 2008
| Apr 29, 2008
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Lucifero. Venere. Le avevano dato molti nomi, senza riuscire a ridurla al potere dell'oscurità né a quello del giorno. Solitaria, senza genere, unic...more Lucifero. Venere. Le avevano dato molti nomi, senza riuscire a ridurla al potere dell'oscurità né a quello del giorno. Solitaria, senza genere, unica favilla di una divinità indecisa. La sua virtù era ciò che possedeva: una luce tenue, un coraggio duraturo. Quello che sarebbe servito per attraversare la Terra di Nessuno, vasta quanto il secolo che si estendeva davanti. E per trovare la strada del ritorno. Un momento nel tempo e nello spazio in cui è possibile trovare insieme scrittori, poeti e pittori destinati a lasciare un segno profondo nella letteratura del novecento. Il momento è quello drammatico successivo alla conclusione della prima guerra mondiale; il luogo è Oxford: strade e viottoli dove si possono incontrare i giovani reduci tornati in quel luogo per continuare gli studi interrotti; i protagonisti sono proprio loro, i soldati reduci dai combattimenti e si chiamano Thomas Edward Lawrence (T.E.), Robert Graves, John Ronald Reuel Tolkien, Clive Staples Lewis (Jack) e ciascuno di loro deve fare i conti con gli incubi della guerra, incubi che non giungono solo di notte ma anche durante la veglia: basta un tuono improvviso, un camion che chiede strada strombazzando e loro sono lì. Robert, Ronald e Jack sono comunque fortunati: possono placare gli spiriti che li tormentano dando loro voce nelle opere che scriveranno e in tal modo alleggerire il senso di colpa che li tormenta,in quanto colpevoli di essere ancora vivi a differenza di chi è caduto nella Terra di Nessuno , cioè nella striscia che separa le trincee. […]Lei è un ottimo narratore, lo sa? Al contrario di me, che non riesco a scrivere quello che vorrei. T.E., invece, non riesce ad appropriarsi del potere taumaturgico della creazione letteraria: il grande Lawrence D’Arabia, l’eroe di mille battaglie, colonnello dell’esercito di sua Maestà (ma semplicemente Urens per gli arabi che hanno combattuto con lui) ha contribuito al corso degli eventi, è stato direttamente responsabile della morte di molti uomini, ha fatto promesse che non è riuscito a mantenere, ha fatto delle scelte che hanno avuto pesanti ripercussioni su chi aveva riposto in lui la fiducia. Per lui non ci può essere salvezza. E non importa se è stato egli stesso manipolato o se ha preferito ignorare la realtà degli accordi politici che esplicitamente smentivano il sogno di una Nazione Araba. Il peso della responsabilità e del fallimento perseguita T.E. Io non sono una guida, non più. - un sorriso amaro. - Non una di quelle buone, comunque. Wu Ming 4 (alias Federico Guglielmi) non si limita a scrivere delle vicende personali dei quattro protagonisti ma amplia il suo (e il nostro) orizzonte descrivendo lo scenario politico lasciato in eredità dalla prima guerra mondiale e dagli accordi che ne seguirono, mostrandoci alcune delle occasioni perdute della Storia: la possibilità di creare una Nazione Araba (e forse di avere oggi una situazione diversa in Medio Oriente), le condizioni-capestro a cui venne costretta la Germania che gli impedirono di risollevarsi dalla sconfitta (forse un maggiore rispetto dei vinti avrebbe evitato il collasso della Germania e l’affermarsi del nazismo). È chiaro che nessuno di noi può dire che oggi vivremmo in un mondo migliore se i potenti di allora avessero deciso di percorrere altre strade (e non credo del resto che questo sia stato l’intento di Federico Guglielmi.) Piuttosto l’intento sembra essere quello di mostrare la necessità di conoscere la storia per capire il presente e magari imparare dall’esperienza per non commettere sempre gli stessi errori. La vostra idea del bene è molto diversa dalla mia. Un bene imposto con la violenza è comunque causa di dolore. Stella del mattino è il primo libro dei Wu Ming che leggo. Ho apprezzato molto la puntuale ricostruzione storica che mi ha costretto ad approfondire le mie scarse reminiscenze scolastiche: ringrazio gli dei del Web per l’esistenza di Wikipedia e di Google. (In questi casi mi viene sempre da dire: “Perché, perché non ho studiato abbastanza la storia a scuola?” La risposta assolutoria è che non l’ho fatto perché era una palla tremenda e gli insegnanti di storia non hanno la minima conoscenza del concetto di “motivazione”. Purtroppo, però, questa è una risposta di comodo) La ricchezza di riferimenti storici è uno degli elementi che appesantisce il romanzo, ma per me è proprio questo l’elemento che maggiormente lo qualifica. Mi sarebbe piaciuto un maggiore approfondimento anche della figura di Lewis che, invece, finisce semplicemente per incarnare la voce dei detrattori di Lawrence d’Arabia e, più in generale, di tutti quelli che mistificano l’orrore della guerra dipingendolo con tinte epiche ed eroiche. Lo stile descrittivo, che in alcune parti lo fa sembrare un saggio piuttosto che un romanzo, è un altro fattore che ha appesantito la mia lettura di questo libro: a volte, ho avuto la netta sensazione che l’autore in realtà volesse scrivere un saggio e poi abbia modificato il testo aggiungendo qua e là dei dialoghi. Nel complesso però Stella del mattino mi è piaciuto e sono soddisfatta di averlo letto soprattutto per l’opportunità di sbirciare nella vita privata di uno dei miei autori preferiti, cioè Tolkien. Ho iniziato a chiedermi quanta parte della sua vita (e dell’esperienza della guerra in particolare) fosse confluita nelle sue opere. Un filologo indaga il segreto delle parole, non è così? Quasi quasi provo a rileggere Il Silmarillion (less) | Notes are private!
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Al principio della sera, nuvole ad alta quota nella porzione occidentale del cielo si allinearono in una striscia sottile di giallo che si addensò c...more Al principio della sera, nuvole ad alta quota nella porzione occidentale del cielo si allinearono in una striscia sottile di giallo che si addensò col passare delle ore e infine si fece più spessa, mentre un diffuso bagliore aranciato calava sulle gigantesche creste degli alberi nel parco; le foglie assunsero un caldo color noce, i rami in mezzo alle fronde brillavano di un nero compatto, e l'erba inaridita prese le sfumature del cielo. Un fauve impegnato in una improbabile ricerca cromatica avrebbe potuto immaginare un paesaggio del genere, specie quando tra cielo e terra esplose una fioritura di rossi, e i tronchi gonfi delle vecchie querce si fecero talmente neri da sembrare blu.. […] la nube di olio bruciato incombeva sul paesaggio come la collera di un padre. La vicenda, che inizia nel 1935 e termina nel 1999, è raccontata da McEwan attraverso quattro momenti fondamentali: un giorno d’estate, durante l’eccezionale ondata di caldo del 1935 (parte prima) durante il quale accadono una serie di eventi che cambieranno per sempre la vita di tutti i protagonisti; la disfatta, nella tarda primavera del 1940, dell’esercito inglese in ritirata verso la città francese di Dunkerque per salpare da lì verso l’Inghilterra (parte seconda); l’arrivo dei feriti della ritirata di Dunkerque negli ospedali inglesi (terza parte); i festeggiamenti per il settantesimo compleanno di Briony Tallis, la protagonista più controversa dell’intero romanzo (epilogo). Non si tratta di fotografie, di immagini statiche ma di descrizioni ricche di flashback che consentono al lettore di conoscere alcuni dei retroscena che, insieme, confluiscono a determinare la situazione presente descritta. Ciononostante, questa scelta taglia fuori dalla narrazione alcuni eventi che, forse, avrebbero aiutato a comprendere meglio alcuni dei cambiamenti dei protagonisti, soprattutto di Briony e Cecilia. (view spoiler)[ Certamente sarebbe stato interessante conoscere le decisioni che hanno indotto Cecilia prima, e Briony poi, a scegliere la professione dell’infermiera; se nel caso di Cecilia si può (legittimamente?) inferire che il dolore per la separazione da Robbie e la mancanza di comprensione da parte della sua famiglia, rinforzano la consapevolezza di dover cambiare radicalmente stile di vita per poter realizzare se stessa, è la decisione di Briony che lascia il lettore perplesso. Del resto, abbiamo lasciato Briony tredicenne che, nonostante alcuni dubbi, insiste nel vivere nel mondo di fantasie che si è costruita e non è chiaro il processo di maturazione che l’ha spinta a dedicarsi agli altri; il cambiamento può sembrare un’altra espressione della sua tendenza a estremizzare poichè non se ne conosce l’evoluzione, ma solo il risultato (hide spoiler)]. La storia, nelle sue linee, essenziale è tutta descritta nella quarta di copertina e quindi il lettore sa già cosa accadrà. Ma, in realtà, la bellezza del libro non è semplicemente la trama e, secondo me, soffermarsi su quest’unico elemento rende più difficile apprezzare lo svolgersi dell’interna vicenda perché si rimane con il fiato sospeso in attesa dell’espiazione (“Avverrà? Non avverrà? Sarà commisurata alla colpa?) . È come se si volesse filtrare tutta la ricchezza di questo libro attraverso una rete molto fitta per mettere in primo piano uno solo degli elementi (importante, certo, dato che dà il titolo all’intera storia) che però, una volta isolato, rischia di far trascurare tutti gli altri fattori di cui si compone il romanzo (view spoiler)[ e porta a chiedersi: “Tutto qui? E tutta questa l’espiazione che l’autore ci propone?” (hide spoiler)]. A me, invece, è sembrato che i vari elementi (stile, intreccio, caratterizzazione dei personaggi) sono sia figure sia sfondo: è possibile focalizzare l’attenzione su uno solo di essi per rifletterci, ma è solo compiendo questa operazione con ciascuno dei fattori rilevanti che si riesce ad avere una visione a tutto tondo dell’intera vicenda. Lo sfondo, che in maniera discreta esalta le figure che in esso si stagliano, è il caldo opprimente che rende più vivida la tensione crescente della prima parte e l’infinita tristezza della guerra, vista attraverso gli occhi dei soldati sconfitti che si dirigono verso Dunkerque. I diversi protagonisti vengono presentati sia attraverso i loro pensieri sia attraverso l’effetto che i loro comportamenti hanno sugli altri e, soprattutto nella prima parte, lo stesso evento è raccontato dal punto di vista di più protagonisti: McEwan si dimostra un maestro nel presentare la capacità della mente umana di attribuire significati differenti agli stessi fatti oggettivi (view spoiler)[ un esempio è la conclusione di Robbie, nel tentativo di comprendere la determinazione di Briony nel mantenere la sua testimonianza, che la spiegazione è da ricercare nell’infatuazione della ragazzina per lui; invece noi lettori, che abbiamo il privilegio di accedere a tutti i punti di vista, sappiamo che Briony non dà alcuna importanza al suo amore infantile per Robbie e che le motivazioni sono ben più complesse. (hide spoiler)]. Scrivere di “Espiazione” significa anche restringere l’attenzione sui protagonisti, eppure a me sembra di fare un torto alla complessa messa in scena di McEwan: non riesco a parteggiare per una delle due sorelle Tallis, inchiodando Briony alle sue (indubbie) responsabilità o mitizzando l’amore di Cecilia per Robbie (benché sia chiaro che i due giovani amanti siano le vittime del comportamento di Briony). Il mio sguardo è più ampio e si sofferma su tutti i personaggi (Lola, Ellen, Jack, Hermione, Leon, Paul, la polizia) che ruotano attorno ai tre protagonisti. Tutti insieme, infatti, contribuiscono a dar forza alla testimonianza di Briony e se proprio devo provare scarsa simpatia per qualcuno, allora preferisco rivolgerla verso gli adulti che hanno abdicato al loro ruolo di genitori (quelli che avrebbero dovuto vigilare sui bambini e sulle ragazze) (view spoiler)[e a Lola, anche lei vittima del desiderio di protagonismo di Briony ma senza alcun tentativo di espiazione (hide spoiler)]. Secondo me solo attribuendo a tutti le loro responsabilità (grandi o piccole che siano), è possibile comprendere, in tutte le sue sfumature, il comportamento di Briony, lasciata da sola ad affrontare le aspettative degli adulti nei suoi confronti e considerata un testimone attendibile quando alcuni elementi facevano presupporre il contrario. E l’espiazione alla fine c’è stata? Questo lo decide ogni lettore quando arriva all’ultima parola, anche se l’opinione di McEwan in proposito è abbastanza chiara: (view spoiler)[ Come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c'è nulla al di fuori di lei. È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c'è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. È sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo.(hide spoiler)] (less) | Notes are private!
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