La prima guerra mondiale cominciò come una festa d'estate, tutta gonne al vento e spalline dorate. Milioni e milioni di persone sventolavano i fazzoletti dal marciapiede mentre le piumate altezze imperiali, le serenità, i feldmarescialli e altri idioti del genere sfilavano per le strade delle principali città d'Europa alla testa dei loro scintillanti battaglioni. (Dalton Trumbo, introduzione a E Johnny prese il fucile)
Joe Bonham, un ragazzo come tanti altri, parte per la guerra: lascia un lavoro faticoso (ma che gli consente di vivere decorosamente e di occuparsi della madre e delle sorelle) e una ragazza innamorata che immagina già come la futura madre dei suoi figli. Johnny prende il fucile e parte perché la democrazia è in pericolo, parte con lo spirito di chi va a fare una scampagnata fuori porta e sa che tornerà stanco, ma tornerà. E, in effetti, Johnny, a differenza di molti altri, torna vivo dalla guerra, ma avrebbe preferito non tornare: è cieco, sordo, muto, senza gambe e senza braccia. Eppure è vivo: pensa, ricorda, racconta la guerra dal suo personalissimo e unico punto di vista.
“E Johnny prese il fucile” non è semplicemente un libro contro la guerra e le sue conseguenze: o meglio, è anche questo ma è soprattutto un libro contro l’ipocrisia con cui i governi propagandano l’intervento militare e la manipolazione che attuano nei confronti di chi poi si trova a combattere sul campo di battaglia.
Quando gli eserciti si mettono in marcia le bandiere sventolano e gli slogan risuonano dovunque stai in guardia piccolo uomo perché le castagne al fuoco non sono le tue ma di qualcun altro. Tu combatti solo per delle parole e non stai facendo un contratto onesto la tua vita in cambio di qualcosa di meglio. Fai il nobile ma quando ti avranno ammazzato quella cosa per cui hai tradito la tua vita non ti servirà a niente ed è molto probabile che non servirà nemmeno a qualcun altro.
E’ un libro angosciante perché il lettore si trova a immaginare la condizione di un uomo, perfettamente in sé, che non può comunicare con nessuno ed è totalmente perso nei suoi pensieri. Johnny rievoca la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua storia d’amore con Kareen, ricorda con tenerezza l’amore dei genitori e contrappone tutto quello che ha dovuto abbandonare con la sua attuale condizione di “tronco umano”. I ricordi si alternano ai pensieri di Johnny sulla guerra, sull’inutile celebrazione di parole (come “libertà”, “democrazia”, “onore”) che gli appaiono vuote, usate per incantare giovani ingenui che non hanno la possibilità di decidere della propria vita. Questo è certamente il nucleo centrale dell’intero libro ed è chiaro che il protagonista, superando la finzione letteraria, da voce alle convinzioni personali dell’autore, membro del partito comunista americano. “Il libro uscì nel 1939, quando ormai gli americani stavano per intervenire nel secondo conflitto mondiale, ma dopo l'episodio di Pearl Harbour fu ritirato dalle librerie e occultato ai più. Dal 1945 ricomparve nelle librerie e andò a ruba ogni volta che l'America entrava in guerra con qualcuno. (Fonte: Wikipedia)” Al di là del valore intrinseco del messaggio dell’autore, la requisitoria contro la guerra e contro la propaganda governativa è anche la parte in cui il ritmo procede più lentamente e i concetti si avvitano su se stessi, ripetendosi più volte. La grandezza del romanzo, secondo me, è invece nella capacità di far immedesimare il lettore nella situazione di Johnny, di sentire la forte angoscia del protagonista, giungendo alle stesse conclusioni declamate da Trumbo non attraverso la razionalità e la logica ma sul piano delle emozioni. I ricordi di Johnny e il confronto con la sua situazione attuale sono il miglior atto d’accusa contro la guerra, spingono il lettore a immedesimarsi con il protagonista e la lettura procede rapida, quasi senza respiro inseguendo le parole racchiuse tra i due punti che racchiudono i paragrafi (l’unico segno di punteggiatura usato da Trumbo): ci si ferma solo quando Johnny, stremato dal dolore o dalla frenesia dei suoi stessi pensieri, cade in stato di incoscienza. Il tempo di prendere un respiro e poi ricominciare con Johnny a lottare per la riconquista della sua dignità di uomo.
Due stellette in meno della parte 1 perchè per due terzi del libro i personaggi sono trasformati in macchiette, poi recupera nel finale. La parte più...moreDue stellette in meno della parte 1 perchè per due terzi del libro i personaggi sono trasformati in macchiette, poi recupera nel finale. La parte più bella (soprattutto nei disegni) è quella che riguarda Zuko e suo padre Ozai. Il tema è sempre lo stesso: è più facile vincere una guerra che costruire la pace perchè nessuno vuole rinunciare a qualcosa per costruire un mondo diverso in cui l'equilibrio e l'armonia non vengano dalla separazione ma dalla fusione delle diversità. (less)
Sono una fan sfegata del cartone della Nickelodeon.; mi piacciono le storie di Luen Gene Yang e quindi i due elementi insieme sono da cinque stelle! Il...moreSono una fan sfegata del cartone della Nickelodeon.; mi piacciono le storie di Luen Gene Yang e quindi i due elementi insieme sono da cinque stelle! Il signore del fuoco Ozai è stato sconfitto, e al suo posto governa Zuko che insieme a Aang ha contribuito a riportare la pace tra le quattro nazioni. Ma, ed è un "ma" grande come una casa, realizzare la pace e mantenerla è più difficile che vincere la guerra. Bisogna ristabilire l'equilibrio e distruggere tutte le colonie che la Nazione del Fuoco ha fondato nel territorio della Nazione della Terra nel corso dei precedenti cento anni di dominazione. E' giusto, sostengono sia l'Avatar Aang sia il re della Terra, e Zuko aderisce con entusiasmo, ma poi si rende conto che in quelle colonie abitano persone che hanno lì le loro case, il loro lavoro e le loro radici. Bisogna distruggere tutto quello che hanno costruito in nome dell'Armonia? Si, sostiene l'Avatar Aang, ma Katara ha forse intuito che esiste un'altra via. Non sarà così semplice trovare un accordo che soddisfi tutte le parti in campo e, per di più, c'è la spada di Damocle della promessa terribile che Aang ha fatto a Zuko. Cosa farà Zuko? Cederà sotto il pesa della responsabilità come gli ha predetto suo padre Ozai? Per saperlo bisognerà leggere la seconda parte!(less)
“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l'altoparlante. “Nessuna domanda?” Billy si passò la lingua sulle labbra, pensò un momento, e infine chiese: “Perché io?”. “Questa è proprio una domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché "lei"? Perché "noi" allora? Perché "qualsiasi cosa"? Perché questo momento semplicemente "è". Non ha mai visto degli insetti nell'ambra?”
Chi è Bill Pilgrim? Vonnegut nel suo libro da diverse risposte, o almeno io ne ho trovate due. La prima, quella letterale, è che Bill Pilgram è un uomo fortunato perché ha scoperto di poter viaggiare nel tempo. (view spoiler)[Sostiene infatti di essere stato rapito dagli extraterrestri di Trafalmador all’età di 42 anni e, grazie a loro, di aver conosciuto la vera natura del tempo: gli istanti non si succedono uno dietro l’altro perdendosi per sempre, ma sono cristallizzati ed eterni. La conseguenza di questa scoperta è la possibilità di viaggiare nel tempo, spostandosi da un istante a un altro, con al consapevoelzza che le cose brutte accadono e sempre accadranno perché non è possibile impedirle, ma lo stesso vale per i momenti belli. Dunque per evitare una situazione sgradevole basta spostarsi nel tempo. Bill è diventato bravissimo: può sopportare la guerra e la prigionia proprio perché di tanto in tanto si allontana per tornare alla sua infanzia o per rivivere la sua luna di miele oppure torna a Trafalmador dove l’attende la bellissima Montana Wildhack (anche lei rapita dai trafalmadoriani e “donata” a Bill per fargli compagnia durante la sua permanenza sul pianeta); ogni tanto Bill passa dalla padella alla brace e si ritrova in momenti poco felici della propria vita, ad esempio la sua morte o quella della moglie o il ricovero in un ospedale per veterani a causa della difficoltà di re-inseririsi nella società al suo ritorno dalla guerra. Ma così va la vita. (hide spoiler)]
Questa prima risposta però a me non convince: mi rendo conto che l’interpretazione cui sono giunta è strettamente connessa con la mia formazione universitaria e quindi c’è anche una certa rigidità nel cercare sistematicamente tutte le conferme alla mia seconda ipotesi (ignorando o scartando quei dati che magari la mettono in crisi.) (view spoiler)[Secondo me i racconti di Bill Pilgrim sono solo delle allucinazioni consolatorie a cui egli ricorre per rendere gestibili situazioni emotivamente stressanti. Questa interpretazione per me è stata chiara sin dall’inizio e, considerando i vari racconti come dei deliri, non ho avuto difficoltà a seguire Bill nei vari viaggi nel tempo che, guarda caso, si verificano ogni volta Bill si trova in una situazione che mette a serio rischio il suo equilibrio mentale. Bill, del resto, è solo un bambino che si trova in guerra. Cosa fanno i bambini piccoli per appianare le incongruenze e affrontare le difficoltà? Spesso aggiustano le situazioni sgradevoli dando loro un senso magico, chiamando in causa esseri fatati che possono dare un senso a ciò che sembra non averne. Quando iniziano i deliri di Bill? Secondo me quando viene ricoverato nell’ospedale dei veterani per shock postraumatico da stress: riesce a tollerare la prospettiva di vivere con una donna che non ama perché viaggiando nel tempo scopre che non sarà poi così male e, comunque, può sempre tornare su Trafalmadore dove l’aspetta Montana con il loro bambino. La soluzione di Bill (e il suggerimento di Vonnegut) è di concentrarsi sui momenti belli della vita e di ritornare ad essi con la mente. Anche alcuni elementi del racconto mi fanno propendere per l’ipotesi del delirio: ad esempio il dialogo tra Bill e la guardia che lo accoglie al campo di concentramento è uguale a quello tra Bill e i trafalmadoriani che lo rapiscono per portarlo su Trafalmadore. (hide spoiler)]
Sa,” disse “noi, qui, la guerra abbiamo dovuto immaginarcela, e io immaginavo che a farla fossero uomini abbastanza anziani come noi. Avevamo dimenticato che a fare le guerre sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rase, è stato uno shock. 'Dio mio, Dio mio,' mi sono detto “questa è la crociata dei bambini.“
Forse è il caso che metta termine ai miei di deliri. Sicuramente Mattatoio n. 5 non è un romanzo di fantascienza: nel capitolo introduttivo, Vonnegut ce lo dice chiaramente. E’ un romanzo sulla guerra, su cosa significa combattere, uccidere e vedere quotidianamente delle atrocità e su quanto sia difficile dimenticare tutto per tornare alla banalità della vita. Vonnegut lo sapeva e ci ha messo più di vent’anni per trovare una forma adeguata per comunicare la sua esperienza di soldato e lo ha fatto proprio durante un’altra guerra insensata: la guerra del Vietnam. E’ anche un romanzo ottimista: non è possibile impedire all’uomo di distruggersi, “Così va la vita”, ma possiamo rendere migliore la nostra vita se riusciamo a valorizzare i momenti belli.
“Noi sappiamo come finisce l'universo...” disse la guida “e la Terra non ha nulla a che vedere in questo, salvo che vien spazzata via anche lei.” “Come... come finisce l'universo?” disse Billy. “Lo facciamo saltar per aria, sperimentando nuovi combustibili per i nostri dischi volanti. Un pilota collaudatore tralfamadoriano preme un bottone d'avvio, e l'intero universo scompare.” Così va la vita. “Se voi sapete tutto questo,” disse Billy “non avete modo di prevenirlo? Non potete impedire al pilota di premere il bottone?” “Lui l'ha "sempre" premuto, e lo premerà "sempre". Noi glielo lasciamo "sempre" premere, e glielo lasceremo "sempre". Il momento è "strutturato" in quel modo.” “Così...” disse Billy andando a tastoni “immagino che anche l'idea di impedire la guerra sulla Terra sia stupida.” “Naturalmente.” “Ma voi vivete in pace, su questo pianeta.” “Oggi sì. Altri giorni abbiamo guerre terribili come voi non ne avete mai viste o lette. Non possiamo farci niente, e così ci limitiamo a non guardarle. Le ignoriamo. Passiamo l'eternità guardando alcuni momenti gradevoli... come oggi allo zoo. Non è un momento piacevole?” “Sì.” “C'è una cosa che i terrestri potrebbero imparare a fare, se si sforzassero davvero: ignorare i periodi brutti, e concentrarsi su quelli belli.” “Um” disse Billy Pilgrim.
Né cattolici né muratori. Buon Dio, che cos'è successo?
I quattro figli di Maria e Nicholas Molise si trovano a dover gestire l’ennesima crisi famili...moreNé cattolici né muratori. Buon Dio, che cos'è successo?
I quattro figli di Maria e Nicholas Molise si trovano a dover gestire l’ennesima crisi familiare: la loro madre, stanca di dover sopportare da cinquantun anni il caratteraccio e i tradimenti del marito, vuole il divorzio. Henry, il maggiore dei fratelli, rassicura Mario sostenendo che è una delle solite sceneggiate dei genitori: la madre, fervente cattolica, non divorzierà mai. La probabilità, anche se remota, però esiste e, se dovesse accadere, gli altri fratelli spingeranno Nick a trasferirsi a casa di Henry, scrittore di successo che vive, con la moglie, in una grande casa a pochi metri dalla spiaggia di Redondo Beach. Per non incorrere in questo malaugurato evento, Henry prende l’aereo e torna a casa nella piccola cittadina di Sant’Elmo con l’intento di appianare la lite tra i genitori e poi ripartire la sera stessa. Ma i suoi piani vengono scombinati dall’abilità dei genitori di manipolarlo, facendo sorgere in Henry un prepotente senso di colpa per non voler esaudire l’unico desiderio che può rendere felice il padre. E così Henry si trova coinvolto in quello che sembra il canto del cigno del vecchio Nick Molise, abile muratore e membro fedele della confraternita dell’uva.
Capriccioso, rumoroso, profittatore della pazienza altrui, quasi sempre sbronzo, a San Elmo poteva starsene a briglia sciolta, e la sera la gente lo sentiva caracollare verso casa lungo le strade deserte, producendosi in pessime versioni di ’O sole mio. Nella tranquillità dei loro letti, i concittadini dicevano: «Ecco qua il vecchio Nick», e sorridevano, perché Nick era ormai parte delle loro vite. Dicevano tutti così – questo è il punto – tranne i suoi figli […]
Le diatribe familiari, i rancori tra fratelli, la disillusione dell’età matura, il conflitto mai sopito con i genitori ormai anziani sono alcuni dei temi di questo bel libro di John Fante che, a ragione, è considerato il capolavoro dell’età matura dello scrittore italo-americano. I temi non sono proprio una novità e non solo nella letteratura perché ogni figlio si trova a fare i conti con i sentimenti ambivalenti di Henry Molise (alter ego di John Fante ormai vecchio, malato e alle soglie della morte). I genitori invecchiano diventando in parte lo specchio futuro di quei figli che, ormai adulti, sono chiamati a prendersene cura.
Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.
Nick Molise non è stato proprio un modello di virtù e tutti i figli hanno risentito del suo egoismo e della sua incapacità relazionarsi con i membri della famiglia. Henry e i fratelli non hanno avuto un’infanzia serena, e ciascuno a modo proprio ha dovuto prendere le distanze da quei genitori che avevano indicato loro un’unica strada senza alcuna possibilità di deviazione: cattolici e muratori. Come spesso accade nelle famiglie troppo soffocanti, quelle che cercano di tracciare passo per passo la vita futura dei figli, nessuno dei giovani maschi Molise ha realizzato il destino loro prescritto. Stella, in quanto femmina, non aveva goduto di grande considerazione da parte del padre, che invece aveva cercato tenacemente di far diventare muratori i tre maschi (Henry, Mario e Virgil), boicottando, per il suo fine egoistico, le loro aspirazioni. Solo Henry riesce a sfuggire all’influenza dei genitori e lo fa grazie a un aiuto inaspettato:
Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovič Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.
L’atteggiamento critico, ma allo stesso tempo tollerante, verso entrambi i genitori è ciò che distingue Henry dai suoi fratelli ed è il segno che è ormai un uomo adulto che può stigmatizzarne i difetti senza negare a se stesso l’affetto profondo che lo lega al padre e alla madre. Può anche riconoscere in se stesso alcuni dei difetti dei genitori, poiché sono parte del suo modo di essere. Una volta sceso a patti con l’ambivalenza del legame con i genitori, Henry Molise/John Fante può riconoscere anche i loro meriti: l’abilità della madre nel tenere unita tutta la famiglia, manipolandone gli umori attraverso i suoi deliziosi piatti, e il talento del padre che ama il suo lavoro più di qualunque altra cosa (o persona) al mondo. Il tono leggero (nonostante la drammaticità dei temi trattati), l’ironia che trapela da ogni pagina rende simpatici i membri della famiglia Molise, che, a ben vedere, vengono descritti in tutta la loro miseria umana. Non si salva nessuno. I fratelli sono immaturi e pavidi, incapaci di allontanarsi dal solco tracciato per tentare altre strade, incapaci di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, vivono alimentando il rancore verso i genitori, unica giustificazione per i loro fallimenti. Lo stesso Henry è impietoso verso se stesso: è consapevole di avere, a volte, piegato la sua arte alle ragioni del dio denaro, sa di non avere una grande personalità e di attrarre la simpatia altrui attraverso le lacrime, che non si vergogna di utilizzare per raggiungere i suoi fini.
Avevo un mio talento per i pianti. Mi aveva procurato svariati riconoscimenti nel corso della vita, e anche qualche fastidio. Quando le tue debolezze sono la tua forza, che fai? piangi. Dal momento che il pianto semina sconcerto, la gente non sa come prenderla; sono lì che magari si aspettano un’esplosione di violenza e d’un tratto tutto svanisce in una pozza di lacrime. Piansi alla prima comunione. Le mie lacrime ebbero ragione di Harriet e così alla fine lei mi sposò. Senza lacrime non avrei mai potuto sedurre una donna; con le lacrime non mi andò mai buca. Era una cosa che devastava il cuore delle donne alle quali non andavo a genio e che, in seguito, avrebbero voluto uccidermi perché le avevo fatte soccombere. Piangevo persino mentre scrivevo cose melanconiche. E più invecchiavo, più piangevo.
Al pari di Nick Molise (alter ego di suo padre, morto da più di cinquant’anni e che rivive solo grazie alle parole scarabocchiate dal figlio), John Fante era affetto da una grave forma di diabete che gli aveva causato la cecità e l’amputazione delle gambe, ma che non gli impedì di lasciarci questo racconto ironico e commovente. (less)
La recensione o i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro
Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice
...moreLa recensione o i sei consigli per farsi conquistare da questo capolavoro
Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c'è sempre stata. Prima che nascesse l'uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente.
Anno 1833, Tennessee. Durante una pioggia di stelle cadenti una donna muore e un bambino nasce. Né della donna né del bambino conosceremo mai il nome. La prima “aveva incubato nel ventre proprio la creatura che l'avrebbe uccisa. Il padre non pronuncia mai il nome della donna, il ragazzo non lo conosce”; allo stesso modo nessuno pronuncia mai il nome di quel bambino, che per tutto il romanzo sarà the kid, il ragazzo. Ormai quattordicenne, il ragazzo lascia la casa e il padre alcolizzato per diventare un vagabondo in un vasto territorio desertico i cui confini sono appena stati ridefiniti dalla guerra messicano-statunitense (combattuta tra il 1846 ed il 1848 che costò al Messico metà del suo territorio, con durevole rancore agli Stati Uniti.) Il ragazzo, dopo aver dato prova di ingenuità unendosi agli irregolari del capitano White, viene arrestato in Messico. Riacquista la libertà grazie al capitano Glanton (personaggio realmente esistito) e al giudice Holden, i quali sono a capo di una banda che, su commissione dei governatori messicani, uccide gli indiani (e tutto quello che incontra), li scalpano e portano il loro macabro bottino al committente che li paga in base al numero degli scalpi. I massacri (non solo di indiani ma anche di messicani e americani, insomma di tutti coloro che possono arricchire il bottino di scalpi) si susseguono sino a quando il gruppo si impadronisce di un traghetto sul fiume Gila, vicino a Yuma, per taglieggiare i viaggiatori. Attaccati dagli indiani Yuma (una tribù che aveva convissuto pacificamente con i bianchi sino a quando Glanton e il giudice non avevano cercato di massacrarli), pochi riescono a sopravvivere e tra questi il ragazzo che, dopo una estenuante marcia nel deserto, si ritrova a vagare nuovamente lungo la frontiera tra Messico e Texas, sino a quando a Fort Griffin, ormai quasi trentenne, il suo destino si incrocia nuovamente con quello del giudice Holden.
“Meridiano di sangue” è considerato un libro fondamentale della letteratura statunitense contemporanea: basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che è oggetto di tesi di dottorato, di corsi universitari e di saggi di approfondimento. Una recensione diventa quindi impegnativa se non si conoscono, nemmeno per sommi capi, alcuni aspetti della storia e della cultura statunitense: leggendolo, infatti, ho avuto la sensazione che si tratta di un libro che vuole parlare soprattutto agli americani per metterli di fronte alla loro storia (quella non esaltante fatta di massacri ed espropriazioni) e che certe sfumature non le avrei proprio potuto cogliere, e questo mi dispiace perché a me piace sempre contestualizzare. Dunque, il primo consiglio a chi voglia affrontare la lettura di questo (per me) capolavoro è di mettere in conto qualche ricerca su Wikipedia (e sul web in generale) per approfondire (o, come nel mio caso, conoscere ex novo) la guerra contro il Messico e la dottrina del "Destino manifesto" (Manifest Destiny), che mi sembra ancora predominante in una certa politica estera degli USA (è la mia opinione, magari sbaglio: cercherò di saperne di più e nel frattempo siate comprensivi).
Il secondo consiglio è quello di dedicare alla lettura di questo libro più tempo di quello che solitamente impiegate. Più tempo e più qualità del tempo. Mi spiego meglio. Non fate come me l’errore di iniziare la lettura in un treno affollato, dovendo costantemente dedicare un occhio ai tre adorabili (per me) pestiferi (per tutti gli altri viaggiatori) marmocchi che sono a voi affidati mentre gli altri genitori si dedicano ad attività più rilassanti (accidenti a loro che si sono accaparrati i posti lontano dai tre pargoli). E non perseverate nell’errore cercando di continuare a leggere in una camera d’albergo in cui la televisione è (quasi) sempre sintonizzata sui Fantagenitori (i genitori capiranno la mia disperazione). Per fortuna (per me ovviamente), l’incipit è così bello che non mi ha fatto desistere dalla lettura, ma mi ha spinto ad alzarmi prima di tutti gli altri per poter leggere in solitudine e scivolare, ombra tra le altre, accanto ai cacciatori di scalpi, agli indiani, ai messicani e a tutti gli altri esseri che si muovono sullo sfondo di una natura magnifica, grandiosa e implacabile.
Terza indicazione è di assumerne piccole dosi giornaliere (max 1 capitolo al giorno): in caso contrario rischiate di avere crisi di rigetto verso il linguaggio ricercato (ma affascinante), l’assenza di punteggiatura che introduce il discorso diretto, la cruda descrizione dei massacri, delle scalpature, delle cancrene, della condizione costante di sporcizia e indigenza in cui vivono tutti i protagonisti e della violenza (insensata?) che si ritrova in ogni pagina. Una lettura lenta, invece, consente di apprezzare ogni singola parola (mai una fuori posto), di sviscerare la visione del mondo del giudice Holden e di entrare nel mondo feroce del West.
Il quarto suggerimento riguarda lo stato d’animo con cui vi accosterete al libro e alla capacità di essere realmente empatici (cioè di far proprio il punto di vista di tutti i protagonisti guardando il mondo con i loro occhi) non per giustificarli o assolverli (impossibile) ma per assumere i loro riferimenti culturali e i loro valori cercando di dare un senso alle loro azioni e, in definitiva, dare un significato personale a quello che McCarthy vuole comunicare. Un aspetto da considerare è proprio che questo romanzo consente a ciascuno di giungere a conclusioni personali: McCarthy ha una sua visione e la comunica sia attraverso le descrizioni della natura sia attraverso i dialoghi/monologhi tra il giudice Holden e gli altri personaggi, ma poi ogni lettore può decidere quanto riconoscere di quello che legge nella natura dell’uomo. McCarthy non vuole convincere nessuno: presenta i “fatti” (siano questi efferati massacri o disquisizioni intorno alla natura umana) nella loro brutalità mettendo in guardia il lettore che essi possono risultargli indigesti ma che non può ignorarli. La storia umana è ricca di massacri, violenze, genocidi e pensare che ormai tutto questo sia alle nostre spalle è solo una pia illusione (e a me vengono in mente immagini legate a parole come Guantanamo, Rwanda, Olocausto, Palestina, Hiroshima, Dresda, 11 settembre) anzi (questo è il “personale”, e quindi del tutto arbitrario, messaggio che mi lascia McCarthy) bisogna vigilare su noi stessi perché non ci lasciamo affascinare dalla semplicità della violenza e dell’annullamento dell’altro. Altra categoria da abbandonare è quella che differenzia gli uomini in buoni e cattivi. Non esistono buoni e non ci sono cattivi: l’uomo mette in atto la sua natura, uccide perché può farlo, perché è quello che gli viene spontaneo. Seguono la loro natura e, per questo, sono liberi: emblematica mi sembra la figura dell’idiota, un ragazzo con un grave handicap cognitivo che, pur avendo l’opportunità di avere una casa e una famiglia, fugge via per poter rimanere un idiota libero di girare nudo e fissare il fuoco perdendosi nelle scintille che si disperdono nella notte fredda e buia.
Il quinto avvertimento è di abituarsi, per quasi tutto il libro, a fare un’inversione figura/sfondo. I protagonisti umani in alcune situazioni diventano comparse, che mai esprimono i loro sentimenti, che non manifestano alcun interesse verso l’altro. Eppure a me tutta la narrazione è sembrata ricca di risonanze emotive che, e questo è il punto, non sono veicolate dalle parole e dagli stati d’animo degli uomini ma dalle descrizioni dei paesaggi naturali. Anche gli animali assumono un ruolo nell’economia affettiva del romanzo: gli unici esseri verso cui i protagonisti (ad eccezione di Holden che non fa mai nulla di spontaneo e disinteressato) manifestano tenerezza sono gli animali. In particolare, Glanton manifesta un forte attaccamento verso i cavalli e i cani, mentre non esita a uccidere chiunque (indiano e meno) abbia uno scalpo che può fargli fruttare del denaro.
Il sesto e ultimo consiglio, ovviamente, è di leggere il libro, di farlo come preferite (in fretta, in lingua originale o nella traduzione, odiando McCarthy e il giudice Holden, lamentandovi dello stile epico e grandioso) ma di leggerlo.(less)
Un libro ben scritto ma le vicende della famiglia Lambert non mi hanno coinvolto più di tanto. Starebbe bene come caso clinico in un manuale di psicot...moreUn libro ben scritto ma le vicende della famiglia Lambert non mi hanno coinvolto più di tanto. Starebbe bene come caso clinico in un manuale di psicoterapia della famiglia: mi è sembrato infatti che tutte le vicende fossero state scritte per dimostrare una tesi e cioè gli effetti negativi che si producono nelle relazioni familiari quando si è troppo presi dalle “correzioni”. (view spoiler)[Con questo termine (credo) Franzen vuole indicare la tensione presente in tutti (si, secondo me nessuno ne è immune, la differenza tra le persone è la quantità di impegno che si dedica in questa attività) di cambiare, correggere, gli altri (i figli, il partner) ma anche se stessi affinché aderiscano al modello che di loro (o di noi) abbiamo nella nostra testa. Questa attività risulta molto dannosa con i figli, che porteranno per tutta la vita il segno delle correzioni dei genitori e, a loro volta, si faranno oggetto delle proprie correzioni per riorientare se stessi verso altri modelli lontani anni luce da quelli proposti/imposti dalla famiglia. (hide spoiler)] Rispetto alla caratterizzazione dei personaggi, il maggior approfondimento l’ho trovato in Enid, Alfred e Denise (rispettivamente madre, padre e figlia minore). Mi hanno poco convinto Chip e Gary (il primo e secondo figlio di Albert ed Enid.) (view spoiler)[ Ho trovato abbastanza artificioso il cambiamento di Chip: è avvenuto all’improvviso, è passato da essere uno scapestrato a un bravo padre e compagno senza grandi riflessioni. O almeno Franzen non ce le ha comunicate. Meglio caratterizzata Denise di cui, invece, Franzen ci racconta i vissuti interiori e riusciamo a capire che per lei la fine delle correzioni coincide con una maggiore consapevolezza di sé e delle dinamiche familiari che tanto hanno influito sulle sue scelte professionali e sentimentali. La conclusione mi ha lasciato perplessa e abbastanza delusa: se ogni cosa nella famiglia Lambert è andata a posto nel momento in cui Alfred è uscito di scena, non sarebbe stato meglio che Enid e il marito divorziassero prima? Avrebbero recuperato anni di felicità. Si può replicare che né Enid né Alfred, per carattere ed educazione, potevano minimante pensare a una tale soluzione ma la conclusione proposta da Franzen non mi convince perché mi sembra buttata là e non bene integrata con tutta la storia delle correzioni. Ho pensato: “tutto questo libro, tutte queste vicende per dire che a volte è meglio che i genitori si separino invece di imporre un clima teso ai figli? Che scoperta!” Neanche la vicenda di Gary mi è sembrata originale: dei figli è quello che ripercorre la stessa strada dei genitori e la sua vita sarà segnata dall’infelicità e la depressione. Insomma almeno una vittima delle correzioni doveva esserci, ma sia lui sia la moglie (ma anche i figli) sono descritti come delle macchiette, cattivi e antipatici nonostante l’apparante successo familiare e professionale ovvero la normalità (intesa come desiderio di aderire ai desiderata sociali e familiari) non porta la felicità. Inoltre nel figlio minore c’è già un nuovo designato a subire gli effetti delle correzioni. Troppo banale (per me, si intende). La migliore cura alle correzioni è la consapevolezza delle motivazioni sottostanti ai propri comportamenti. E su questo sono d’accordo con Franzen: è la finalità di qualsiasi tipo di psicoterapia di qualsivoglia orientamento teorico. E così ritorna l’effetto “caso clinico”. (hide spoiler)] Anche alcuni episodi mi sono sembrati fuori luogo: messi lì per dimostrare una tesi o per giustificare dei cambiamenti poco comprensibili. (view spoiler)[ Mi riferisco all’incontro, durante la crociera, di Enid con la coppia che, avendo perso, una figlia ha dovuto brutalmente fare i conti con l’inutilità delle correzioni e, a differenza di Enid e Alfred, sono riusciti ad acquisire la consapevolezza sottostante le loro dinamiche familiari e trovare una soluzione che però, così sembra, li allontana tra loro. Nelle riflessioni di questa coppia ho trovato la parte più bella del romanzo, non sono però riuscita a integrarli bene nelle vicende dei Lambert. Mi è sembrato uno stratagemma per dimostrare un altro pezzo della tesi sugli effetti delle correzioni. Anche tutta la vicenda di Chip in Lituania mi sembra abbastanza inutile: da sola non può spiegare il cambiamento di Chip, o comunque avrebbe dovuto scatenare un’autoconsapevolezza di cui invece non c’è traccia. (hide spoiler)] (less)
La differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia: Ucciderebbe qualcun altro pur di uscire...moreLa differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia: Ucciderebbe qualcun altro pur di uscire dalla gabbia?
Leggere Infinite Jest significa immergersi totalmente nel mondo creato da David Foster Wallace: la trama è solo un elemento contingente che veicola la vera essenza del romanzo (e su quale sia questa essenza se ne potrebbe discutere per giorni): quindi se concepite lo scorrere del tempo in linea retta; se pensate che pagine e pagine di pensieri, emozioni, sensazioni rendano un libro “lento”; se siete dei fan delle tre unità di spazio, tempo e azione allora state alla larga da questo libro. Semplicemente non fa per voi.
Per me Infinite Jest è una vorticosa immersione nell’inferno della dipendenza: dipendenza da Sostanze, dipendenza da una persona, dipendenza maniacale dalle proprie routine, dipendenza da un’ideologia, dipendenza dall’agonismo e dall’idea di successo, dipendenza dall’intrattenimento. La dipendenza nasconde spesso un totale vuoto interiore oppure maschera un’interiorità stracolma e ormai traboccante di pensieri, ricordi, emozioni troppo dolorose perché la coscienza le possa tollerare.
C'è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi: omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore. Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston iniziano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che per lo meno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all'infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto. Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle Sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un'altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde
Attorno a questo nucleo centrale, Wallace ha costruito un mondo distopico (anche se, per certi aspetti, mica tanto) in cui gli USA hanno ampliato i loro confini, a nord verso il Canada e a sud verso il Messico dando vita all’Interdipendenza, ovvero alla Organization of North American Nations (O.N.A.N.). Inoltre, quelli che una volta erano gli Stati Uniti del nord est sono diventati un'enorme e insalubre discarica annessa al Quebec conosciuta come La Grande Concavità. Di converso, il Canada tende a non voler riconoscere il territorio come proprio (per ovvi motivi): si tratta, insomma, di una terra di nessuno. Un modo dove i valori hanno perso significato e gli uomini e le donne dell’era dell’Interdipendenza sono suscettibili a qualsiasi forma di dipendenza, in cui anche l’intrattenimento diventa uno strumento per lenire i dolori di un’esistenza ormai svuotata da qualsiasi senso. Gli americani vengono descritti come bambini capricciosi che, per dirla con il buon vecchio Freud, non hanno mai imparato a sublimare il principio del piacere e a trovare la loro soddisfazione secondo le vie indicate dal principio di realtà. Non sanno assumersi le loro responsabilità, ma le scaricano sulle spalle degli altri (a livello politico sui Canadesi, a livello personale assumono le Sostanze che leniscono il dolore e narcotizzano la coscienza.)
D. F. Wallace ha uno stile straordinario: Il suo stile si adatta al personaggio riuscendo a far provare le emozioni di cui scrive. È riuscito a trasmettermi l’angoscia e il dolore di una crisi di astinenza da stupefacenti o alcool (nonostante l’unica vera crisi di astinenza che io abbia mai provato, è quella dal cioccolato); mi ha fatto appassionare alle vicende del Quebec post-interdipendenza, mi ha fatto diventare un’esperta di stupefacenti e narcotici, mi ha fatto venire voglia di entrare in un gruppo degli AA (alcolisti anonimi) di Boston (perché sono i più fighi di tutti, perché ci sono i coccodrilli), mi ha fatto guardare con altri occhi il mondo del tennis e dell’agonismo.
Siate uno Studioso del Gioco. È una cosa profonda, come la maggior parte dei cliché sportivi. Potete piegarvi o spezzarvi. In mezzo non c'è granché. Provate a imparare. Siate allenabili. Provate a imparare da chiunque, specialmente da quelli che falliscono. Questa parte è difficile. Compagni che fanno fiasco o scoppiano o crollano, scappano, scompaiono dalle graduatorie mensili, escono dal circuito. Compagni dell'Eta in attesa che deLint bussi piano alla loro porta e chieda di fare quattro chiacchiere. Avversari. Tutto può essere educativo. Il tuo essere un promettente Studioso del Gioco sarà una funzione di ciò a cui riuscirai a prestare attenzione senza scappare. Reti e recinzioni possono essere specchi. E fra le reti e le recinzioni anche gli avversari diventano specchi. Ecco perché la cosa mette paura. Ecco perché tutti gli avversari sono terrorizzanti e gli avversari più deboli lo sono in modo particolare. Cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari. Vi porteranno a capire il Gioco. Ad accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura. Che il suo scopo è allontanare da voi ciò che sperate non tornerà.
A questo punto posso immaginare che starete pensando: se è tutto così stupendo, perché solo tre stellette? Già perché! La risposta è che alla fine di tutte le belle descrizioni di Wallace non mi è rimasto quasi nulla: un’esaltazione momentanea, una forte carica emotiva hic et nunc ma poi tutto mi scivolava addosso, come se non lo avessi mai letto; anzi verso la fine in un angolino della mia mente c’era anche una certa insoddisfazione e noia per la ripetitività delle descrizioni e delle situazioni, un pensiero molesto che si affacciava timidamente con la sua vocina per dire con un certo imbarazzo: “Va beh, adesso basta però, passiamo ad altro”, come quando vado a una mostra di pittura astratta e al quindicesimo quadro che mi suscita senza ombra di dubbio emozioni e sensazioni da dipanare ed esplicitare, comincio a stancarmi. Per carità, a me la pittura astratta piace però a dosi moderate, ecco, sì. Una mostra al giorno per due mesi forse è troppo. (less)
Avete bisogno di una famiglia che vi stia vicino? Potete rivolgervi a Cosa Nostra: Il loro slogan è molto rassicurante: “La mafia. Avrai sempre un ami...moreAvete bisogno di una famiglia che vi stia vicino? Potete rivolgervi a Cosa Nostra: Il loro slogan è molto rassicurante: “La mafia. Avrai sempre un amico nella Famiglia! col patrocinio della Fondazione Cosa Nostra.” Sappiate però che si tratta di una famiglia molto esigente e Zio Enzo (il capofamiglia) potrebbe non essere tollerante verso i vostri errori.
Volete una casa con annesso cane da guardia bionico, così discreto che si fa vedere solo se la vostra incolumità è a rischio? Allora l’EQNOIF (Entità Quasi Nazionali Organizzate in Franchise) che fa per voi è SuperHong Kong di Mr. Lee. Ricordate che nei franchising di Mr. Lee non è permesso portare armi da fuoco e la sua politica è caratterizzata dalla tolleranza interetnica. Avere la cittadinanza costa solo HK$100! Un vero affare.
Non riuscite a stare tranquilli se non potete tenere accanto a voi il vostro fucile a pompa? Niente di meglio che prendere la cittadinanza di White Columns, un EQNOIF che garantisce la supremazia dei bianchi: molto sudista, tradizionalista, uno di quelli in cui vige l’apartheid. Sopra il cancello potete leggere il cartello: “SOLO BIANCHI. I NON ARIANI VERRANNO PROCESSATI”
Avete bisogno dell’intervento di forze di polizia o dell’esercito? Pagate con la vostra carta di credito e potete scegliere se usufruire dei servizi della MetaCops o degli Enforcers o, se preferite, della Rondalpol. E se finite in prigione, auguratevi di andare al Gattabuia piuttosto che al Fresco, dove il vitto e l’alloggio lasciano molto a desiderare.
È questo il mondo in cui vivono Hiro Protagonist (Ultimo hacker freelance, supremo manipolatore di spade da samurai, agente della Central Intelligence Corporation, specializzato in informazioni riservate nel campo del software) e YT (Yours Truly), korriere quindicenne dalla doppia vita (brava ragazza con la mamma, pericolosa surfista di strada per RadiKS, Radikal Kourier System). Un mondo dove l’unica autorità riconosciuta è il mercato (tutto è stato privatizzato, incluso l’ordine pubblico) e l’istituzione più affidabile è la Mafia. Per fortuna, per tutti esiste la possibilità di crearsi un Avatar e andarsene a spasso per il Metaverso, un luogo dove le regole sono quelle del sistema operativo e dei software: tutti possono accedere al Metaverso attraverso i terminali pubblici ma la maggior parte si deve limitare a passeggiare per la Strada senza possedere una propria casa o entrare nei locali più conosciuti dove si incontrano uomini d’affari, hacker e rockstar, ciascuno con l’avatar che preferisce. Inoltre la risoluzione del proprio Avatar è un altro elemento che crea delle differenze di status nel Metaverso: i più poveri o con minori competenze tecnologiche hanno un Avatar bidimensionale in bianco e nero con i pixar in bella evidenza, invece gli hacker, o coloro con maggiori risorse economiche, hanno degli avatar personalizzati tridimensionali a colori che riescono anche a simulare le espressioni facciali in maniera coerente con la comunicazione verbale. Hiro e YT, per strade differenti, si trovano a combattere contro lo Snow Crash. Nel Metaverso si tratta di un terribile virus, che non si limita a mandare in tilt i pc ma riesce a distruggere il cervello dei malcapitati hacker e programmatori con cui viene in contatto; nel mondo reale si tratta di una potente droga in grado di rendere passive e manipolabili le persone. Una lotta all’ultimo sangue che si svolge senza soluzione di continuità dal Metaverso al mondo reale.
In questo libro (scritto nel 1992), Neal Stephenson introduce due termini, Metaverso e Avatar, che entreranno a far parte del lessico quotidiano dal 2003 con l’affermarsi di Second Life e (soprattutto per “avatar”) con la diffusione di blog e social network. Contestualizzato nel tempo (nel 1992 internet era come lo conosciamo noi si stava appena diffondendo), il Metaverso di Stephenson anticipa l’importanza che il mondo virtuale avrà nella diffusione delle informazioni e nell’abbattimento delle distanze nell'ambito delle relazioni interpersonali. Io però non sono rimasta colpita dalla capacità dell’autore di anticipare gli sviluppi della tecnologia ma dallo scenario socio-politico immaginato. Come per 1984 di Orwell, le pessimistiche previsioni di Stephenson non si sono avverate in maniera letterale, anche se mi sembra che alcuni aspetti caratterizzino il mondo attuale, ad esempio l’influenza sempre crescente di multinazionali e banche sulla politica mondiale o ancora la concentrazione del possesso dei mezzi di comunicazione e delle infrastrutture che permettono la circolazione delle informazioni. Proprio come nel mondo di Neal Stephenson la rete, il Metaverso, è l’unico posto dove l’informazione riesce a circolare, anche se vi sono dei continui tentativi di manipolarla per controllare un numero sempre crescente di persone. Il nucleo centrale del libro in cui sono ripresi gli antichi miti sumeri ed è ripercorsa la formalizzazione della religione ebraica e cristiana è molto interessante, ma appesantisce l’intera vicenda narrata: le tesi proposte da Stephenson sono molto suggestive ma, a mio parere, poco integrate con tutta la storia. Sicuramente va riconosciuto a Stephenson il merito di aver approfondito in maniera puntuale la storia delle religioni e, grazie a lui, io ho certamente imparato qualcosa di nuovo. (less)
Spoiler per chi non ha letto i due precedenti libri della saga.
“I’m not their slave,” the man mutters. “I am,” I say. “That’s why I killed Cato…and h
...moreSpoiler per chi non ha letto i due precedenti libri della saga.
“I’m not their slave,” the man mutters. “I am,” I say. “That’s why I killed Cato…and he killed Thresh…and he killed Clove…and she tried to kill me. It just goes around and around, and who wins? Not us. Not the districts. Always the Capitol. But I’m tired of being a piece in their Games.”
Per scrivere questa recensione mi sono presa un bel po’ di tempo e non perché il libro non mi sia piaciuto (anzi tutt’altro) ma perché è veramente difficile scrivere qualcosa che non sia uno spoiler. Ormai Suzanne Collins ha abituato i suoi lettori ai continui colpi di scena, a stravolgere le certezze (poche ma granitiche) su cui abbiamo basato i nostri giudizi. Il terzo libro della saga non fa eccezione: sino all’ultima pagina si rimane con il fiato sospeso in attesa di capire la direzione che prenderanno gli eventi. Nulla è come sembra, o meglio tutto è talmente chiaro ed evidente che è meglio chiudere gli occhi è cercare un’altra spiegazione che non costringa a guardare la realtà in faccia. Forse, però, è meglio procedere con ordine.
La trama di “The Mockingjay” è centrata sulla lotta dei ribelli contro Panem. Chi sono i ribelli? Se non lo sapete, è perché non avete letto “La ragazza di fuoco” e quindi il mio consiglio è di fermarvi qui. Se invece proseguite, lo state facendo a vostro rischio e pericolo: gli spoiler sono in agguato! I protagonisti sono sempre gli stessi (Katniss, Peeta, Gale, Haymitch, Prim), quelli che abbiamo imparato a conoscere in “Hunger games”, con i loro pregi e difetti. Altri li abbiamo conosciuto nel secondo episodio della saga durante “I giochi della memoria” (Finnick Odaire, Joanna Mason, Beeta) e a tutti questi se ne aggiungono altri: Plutarch Heavensbee (il capo degli strateghi che ha tirato le fila della rivolta dalla stessa Panem), Alma Coine (lo scostante presidente del XIII Distretto), Boggs (il braccio destro della Coine). Katniss è stata salvata dall’arena proprio dall’esercito del XIII Distretto che, dopo gli anni di forzato silenzio imposti dalla tregua firmata con il presidente Snow, ha ritenuto che il momento era di nuovo propizio per riprendere la lotta per la libertà. Katniss è il simbolo della ribellione, the Mockingjay, la ghiandaia imitatrice, che ha osato sfidare Panem: i ribelli hanno bisogno di lei per far propaganda, per girare degli spot televisivi da diffondere attraverso la rete televisiva ufficiale e così convincere tutti i Distretti a sollevarsi contro il Presidente Snow. In un mondo in cui la battaglia decisiva, quella che può decidere del destino della guerra, si gioca sugli schermi televisivi e non sul campo di battaglia, un simbolo telegenico, che ha conquistato i cuori di tutti gli abitanti di Panem, deve stare dalla parte “giusta”, ad ogni costo, non importa il prezzo da pagare.
Another force to contend with. Another power player who has decided to use me as a piece in her games, although things never seem to go according to plan. First there were the Gamemakers, making me their star and then scrambling to recover from that handful of poisonous berries. Then President Snow, trying to use me to put out the flames of rebellion, only to have my every move become inflammatory. Next, the rebels ensnaring me in the metal claw that lifted me from the arena, designating me to be their Mockingjay, and then having to recover from the shock that I might not want the wings. And now Coin, with her fistful of precious nukes and her well-oiled machine of a district, finding it’s even harder to groom a Mockingjay than to catch one. But she has been the quickest to determine that I have an agenda of my own and am therefore not to be trusted. She has been the first to publicly brand me as a threat.
Katniss, anche se con molti dubbi e molte perplessità di fronte alle scelte strategiche dei ribelli, decide di accettare il ruolo di Mockingjay, di essere il simbolo della rivolta, perché ha chiaro che non è più possibile tornare indietro. Ma una volta sul campo di battaglia, Katniss scopre a proprie spese che esiste una notevole discrepanza tra le informazioni manipolate dai mezzi di comunicazione di entrambi gli schieramenti e la guerra vera, quella dei corpi straziati, dell’odore nauseabondo delle ferite mal curate, dei bambini mutilati. In guerra tutto diviene lecito: tutti possono essere usati, uccisi, ingannati, sacrificati, torturati se questo è ritenuto utile al perseguimento dell’obiettivo finale. La terribile realtà è che quando si tratta di perseguire i propri obiettivi, sia i “buoni” sia i “cattivi” non si fermano davanti a nulla: la guerra non diventa meno crudele solo perché si combatte dalla parte dei buoni. È possibile in guerra mantenere saldi i propri valori? Oppure esistono un’etica per la pace e una per la guerra? E una volta vinta la guerra, cosa farne dei vinti? Vendetta, riappacificazione, distruzione? Non c’è una risposta semplice, forse non c’è neanche una risposta o se c’è non importa trovarla. Forse è proprio la domanda che è sbagliata: la guerra va combattuta con ogni mezzo perché ciò che conta è solo la vittoria, la disfatta del nemico.
In questo terzo romanzo, Suzanne Collins fa mostra di una notevole capacità narrativa: i suoi personaggi appaiono maggiormente definiti e di essi ci vengono mostrati i lati più oscuri, più deboli, meno accattivanti e per questa ragione possiamo apprezzare maggiormente le loro qualità, quelle che in certi episodi dei primi due romanzi forse sono apparse troppo stucchevoli, eccessive. E la stessa operazione viene fatta all’inverso con i nemici: anche in essi è possibile trovare un briciolo di umanità, che permette al lettore di acquisire il punto di vista di entrambe le parti in campo. La dimensione più sociale, assente quasi del tutto in “Hunger games”, diventa l’elemento predominante attraverso gli occhi e i pensieri di Katniss: l’esperienza dell’arena (che l’ha obbligata non una, ma due volte a uccidere per non essere uccisa) le fa guardare da un’altra prospettiva la sbrigativa e semplicistica definizione di “nemico” che (quasi) tutti intorno a lei hanno fatto propria. A differenza di chi non ha mai dovuto combattere sul serio, Katniss sa che a volte ci si trova su versanti opposti non per scelta propria e che uccidere un altro essere umano è un’esperienza che non si può dimenticare e dopo non si è più la stessa persona. La guerra è la peggiore delle arene che Katniss deve affrontare: le regole non sono chiare, le strategie da utilizzare differenti e difficili da comprendere, la responsabilità non è più solo per sé ma anche per tutto il proprio gruppo. Il peso della libertà delle proprie scelte non è eludibile: non ci si può rifugiare dietro la tirannia di Capitol city e l’impossibilità di scegliere il proprio destino. Le esperienze hanno fatto raggiungere a Katniss una nuova consapevolezza rispetto al suo ruolo e a quello che significa per tutti coloro che stanno combattendo contro Capitol city; anche in questo bisogna riconoscere la bravura della Collins: i suoi personaggi non sono statici, cambiano. Il cambiamento non è dovuto a un generico trascorrere del tempo (che in se non spiega nulla) ma alle esperienze che hanno vissuto e alla loro risonanza emotiva, non per tutti uguale. Infatti, i personaggi non cambiano tutti nella stessa direzione e con la stessa consapevolezza: chi è stato nell’arena riporta ferite fisiche e, soprattutto, psicologiche che lo segneranno per sempre rendendolo allo stesso tempo diverso da chi non è passato attraverso i Giochi. Come finirà? Ci sarà un lieto fine? I giochi avranno fine? Leggete e lo saprete!
Deep in the meadow, under the willow A bed of grass, a soft green pillow Lay down your head, and close your sleepy eyes And when again they open, the sun will rise. Here it’s safe, here it’s warm Here the daisies guard you from every harm Here your dreams are sweet and tomorrow brings them true Here is the place where I love you.
Non sono mai finita dentro un frullatore che gira vorticosamente a tutta velocità: tutto ti passa davanti prima di essere sminuzzato, frantumato, polv...moreNon sono mai finita dentro un frullatore che gira vorticosamente a tutta velocità: tutto ti passa davanti prima di essere sminuzzato, frantumato, polverizzato e non c’è possibilità di afferrarlo. È questa la sensazione che mi ha dato leggere “Sulla strada”: ogni cosa è lanciata a una velocità tale che è impossibile fermarla anche solo per un istante e godersela. (less)
Un libro che, a mio parere, ha suscitato più entusiasmo di quello che merita. La trama è interessante e l’ho letto tutto d’un fiato ma questo non può...moreUn libro che, a mio parere, ha suscitato più entusiasmo di quello che merita. La trama è interessante e l’ho letto tutto d’un fiato ma questo non può nasconderne i limiti. Altri libri (ad esempio Il buio oltre la siepe, Il colore viola, Un matrimonio perbene ) trattano con maggiore approfondimento e trasporto emotivo le tematiche dell’integrazione razziale negli USA e nelle colonie britanniche, della condizione delle donne nere di bassa estrazione sociale e delle donne bianche di ceto medio nella prima metà del secolo scorso, ampliando per di più la questione a tematiche più generali come il ruolo del pregiudizio nella formazione delle opinioni, il rapporto tra gli afroamericani e i loro “fratelli” africani, l’affrancamento della donna dal ruolo tradizionale di madre e moglie.
Per quanto riguarda The Help mentre leggevo il libro ho avuto la sensazione che gli elementi principali della trama fossero stati mutuati da altri libri o film e poi shakerati per ottenere un nuovo prodotto, ma il risultato è, a mio parere, abbastanza deludente. L’idea di scrivere un libro-denuncia su vizi e virtù di una cittadina di provincia (il cui nome viene celato, ma senza grande successo) mi ha richiamato alla mente Return to Payton Place; il rapporto tra la donna bianca (che, quasi per caso, scopre la realtà di segregazione dei neri) e la sua domestica mi ha ricordato il film di Reachard Pearce “La lunga strada verso casa” http://it.wikipedia.org/wiki/La_lunga... ; infine c’è anche traccia di un altro film: “Lo specchio della vita” di Douglas Sirk http://it.wikipedia.org/wiki/Lo_specc...(view spoiler)[ nella vicenda di Constantine e della figlia (hide spoiler)]. Altra fastidiosa sensazione nel corso della lettura è stata l’impressione che la Stockett avesse trovato una raccolta di interviste/racconti di cameriere nere che parlano del loro rapporto con le padrone bianche e da questo nucleo centrale avesse poi sviluppato l’intera vicenda che, però, rimane abbastanza posticcia e poco integrata; la mia ipotesi è stata confermata dalla stessa autrice che nella postfazione scrive di aver attinto a Telling Memories Among Southern Women Domestic Workers and Their Employers in the Segregated South di Susan Tucker. Il mio disappunto non è verso l’utilizzo di elementi già presenti in altri libri o in film, perché la questione dell’integrazione tra bianchi e neri nell’America del profondo sud si è dipanata attraverso vicende simili a quelle raccontate dalla Stockett e quindi è naturale che ritornino in un libro che vuole affrontare il rapporto tra donne bianche e donne nere. La mia critica è nella mancanza di originalità per cui i vari pezzi del romanzo non si integrano bene tra loro e si ha la sensazione (io almeno l’ho avuta) di un faticoso copia e in colla.
Un secondo elemento che non mi ha convinto è la scarsa tensione emotiva: la storia scorre ma non c’è pathos. Io personalmente non mi sono sentita coinvolta nella vicenda e anche la protagonista, Eugenia Skeeter Phelan, non appare mai veramente indignata, solo imbarazzata. Sino alla fine rimane una donna bianca che si sente progressista solo per aver preso in considerazione la condizione delle donne nere e per aver cominciato a salutarle. Nell’ultima parte la Stockett racconta il suo rapporto con Demetrie, la donna di colore che l’ha cresciuta, scrivendo che il libro è anche un modo, tardivo, per dirle grazie e riconoscere il suo lavoro ma soprattutto il profondo affetto che le ha legate. Neanche durante questo racconto, però, sono riuscita a condividere alcuna emozione: è tutto troppo superficiale, non si raggiunge un livello emotivo più profondo che fa sentire al lettore (almeno a me) la commozione dell’autrice nel ricordare delle vicende che hanno segnato la sua infanzia e la sua vita.
Quindi tutto da buttare? Quasi, ma non proprio tutto. Mi è piaciuta molto la descrizione del rapporto tra Aibileen (la donna di colore che aiuta Skeeter a contattare le altre domestiche da intervistare) e Mae Mobley (la piccola figlia di Elizabeth Leefolt, la donna bianca presso cui Aibileen lavora). Tra le due si crea un legame molto forte e la piccola Mae Mobley trova in Aibileen l’amore e il sostegno emotivo che la madre non è in grado di darle. Mi sarebbe piaciuto però un maggiore approfondimento delle storie delle protagoniste bianche: cosa ha reso Miss Leefolt così insicura? Perché non riesce a stabilire un legame emotivo con la figlia? O ancora, qual è la storia di Celia? Avrei anche voluto sapere di più di Hilly Holbrook: è talmente perfida da risultare eccessiva, una macchietta: sin dall’inizio è chiaro che non riuscirà nei suoi intenti di vendetta. (less)
La ragazza di fuoco è il secondo libro della saga di Hunger Games; rispetto al primo libro, questo non racconta una storia in sé conclusa perché la fine ci rimanda in maniera diretta al terzo libro, Mockingjay, e bisogna proprio leggere anche quest’ultimo per avere un quadro d’insieme. Chi legge rimane con l’amaro in bocca perché il libro si interrompe proprio sul più bello, ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, La ragazza di fuoco è godibile quanto il primo, pieno di colpi di scena e, anche se molti di questi si intuiscono sin dai primi capitoli, la Collins riesce a tenere il lettore incollato alle pagine sino all’ultima parola (che non è la parola “fine” ma “quindi?”). Il magnetismo che si sprigiona dalle pagine è, almeno in larga parte, dovuto alle continue sorprese, alle mosse dei vari personaggi che ci sorprendono. Per tale ragione è difficile scrivere di questo libro: qualsiasi descrizione della trama rischia di rovinare la lettura facendo intuire come si evolverà la storia. Rispetto a Hunger Games, la Collins amplia lo scenario e ci fa conoscere direttamente gli altri undici distretti di Panem, mostrandoci che la sottomissione nei confronti di Capitol city non è così omogenea come sembrava. Ci sono alcuni distretti in cui la ribellione è palese e forse (ma è solo una sensazione, nulla viene mai mostrato al lettore) neanche a Capitol City tutti condividono la politica del presidente Snow. La storia, ridotta all’osso proprio per evitare spoiler, vede Katniss ritornare nell’arena insieme ad altri tributi (tutti vincitori delle precedenti edizioni) per celebrare la 75° edizione degli Hunger Games, l’edizione della memoria per celebrare in maniera ancora più grandiosa la vittoria di Capitol city su ribelli e rammentare a tutti la distruzione del tredicesimo distretto. La motivazione, letta direttamente dal presidente Snow (colui che comanda a Panem), è la seguente:
Nel settantacinquesimo anniversario, affinché i ribelli ricordino che anche il più forte tra loro non può prevalere sulla potenza di Capitol city, i tributi maschio e femmina saranno scelti tra i vincitori ancora in vita.
Quindi si ricomincia: Katniss (e tutti gli altri tributi) vedono venir meno il patto che ogni vincitore stringe con Capitol city: i vincitori non devono più tornare nell’arena, la loro vita può scorrere tranquilla e piena di ogni comfort. Il loro unico dovere è partecipare al circo mediatico che ogni anno viene messo in piedi in occasione degli Hunger Games. Ma si tratta di uno stratagemma del presidente Snow per eliminare Katniss che ha osato sfidare le regole degli Hunger Games (leggete il primo libro della saga e capirete), diventando un simbolo per tutti coloro che nei dodici distretti vogliono ribellarsi: la ragazza di fuoco, la ghiandaia imitatrice (mockingjay, il titolo del terzo libro). La questione è che Katniss non ha fatto nulla per accendere la scintilla della rivolta a Panem, lei non ci pensava proprio al mondo fuori dall’arena: tutto quello che ha fatto durante gli Hunger Games era dettato dall’obiettivo di sopravvivere. Ma questa non è una giustificazione né per i suoi amici, che la rimproverano per essersi assoggettata alle richieste mediatiche degli Hunger Games (ma aveva altra scelta?), né per i ribelli che, grazie a lei, hanno intravisto la possibilità di avere la meglio su Capitol city, né per il presidente Snow, che si trova a gestire il dissenso ormai esploso in alcuni distretti. Katniss si trova ancora (e non sarà l’ultima) nella scomoda posizione di dover rendere conto del proprio comportamento: è ormai un personaggio pubblico e le sue scelte hanno ripercussioni su molte altre persone. Insomma, una volta entrati nella spirale degli Hunger Games è impossibile uscirne perché bisogna recitare la propria parte per non urtare la suscettibilità del pubblico di Capitol city e, allo stesso tempo, non scontentare i politici che usano i vincitori come arma di manipolazione dell’opinione pubblica. Di certo non esiste la possibilità di scegliere se tornare nell’arena: rifiutarsi significherebbe mettere in pericolo non solo la propria vita ma quella di tutti i propri cari ed è su questo che il Presidente Snow e gli Strateghi fanno affidamento per ridurre al minimo qualsiasi protesta da parte dei vincitori. Rispetto al passato c’è però una sostanziale differenza: tutti i tributi si conoscono da molto tempo perché hanno avuto occasione di frequentarsi nelle edizioni degli Hunger Games successive a quella che hanno vinto. Alcuni sono amici, altri sono legati da vincoli profondi di affetto ma non esiste né amicizia né affetto nell’arena perché uno solo dei tributi ne uscirà vivo. Anche il pubblico di Capitol city è affezionato ai propri beniamini e non manda giù che dovrà perderli tutti, tranne uno. Si tratta di uno scontro all’ultimo sangue tra amici e conoscenti. Dopo un primo momento di sconcerto, mi sono resa conto che questa situazione non è estranea neanche alla nostra esperienza: sto pensando a quelle situazioni lavorative che impongono una competizione estrema, dove solo chi riesce a far fuori (metaforicamente) tutti gli altri potenziali concorrenti viene premiato. Situazioni in cui la competizione non viene giocata soltanto sul campo della competenza e la scorrettezza, il doppio gioco, l’ipocrisia sono considerate comportamenti vincenti. Come ci comportiamo quando siamo noi i tributi nell’arena? Abbiamo mai pensato che se ci alleassimo potremmo sconfiggere più facilmente i vari presidenti Snow? Ci siamo mai chiesti chi è il vero nemico?
E a Panem come va a finire? Io non ve lo dico. Da me non avrete neanche il più piccolo indizio, perché se poi decidete di leggere il libro non me lo perdonereste mai! Anzi vi do un consiglio: se non avete ancora letto il primo libro della serie, non leggete la trama de “La ragazza di Fuoco” su Goodreads perché contiene spoiler su “Hunger Games” (come ho scoperto a mie spese!). L’unica cosa che posso assicurarvi è che Katniss arriva viva all’ultima pagina di questo secondo libro (ovvio, altrimenti non ci sarebbe stato un seguito!) (less)
“Se vuoi capire una persona, devi provare a metterti nei suoi panni e riflettere un poco.”
Questa frase, a mio parere, racchiude l’intero spirito de...more
“Se vuoi capire una persona, devi provare a metterti nei suoi panni e riflettere un poco.”
Questa frase, a mio parere, racchiude l’intero spirito del libro. E che ci vuole, direte voi?! E no, caro lettore: ci vuole! Per riuscire a mettersi nei panni degli altri (o fuor di metafora, cercare di comprendere la visione del mondo altrui), è necessario spogliarsi momentaneamente dei propri e indossarne altri, anche se questi panni ci sembrano sporchi (fisicamente e/o metaforicamente), estranei e sentirseli addosso ci crea molto disagio. In una parola, significa essere “empatici”, rimanendo consapevoli che non sempre comprendere significa anche condividere le ragioni altrui. “Il buio oltre la siepe” (ma perché non hanno lasciato il titolo originale?), ci racconta, attraverso gli occhi di Scout (una bambina di 6 anni), dei pregiudizi attorno a cui è organizzata la vita di Maycomb, una cittadina dell’Alabama: i negri sono tutti violenti, i bianchi hanno sempre ragione, le persone si valutano in base alla storia delle loro famiglie, il coraggio è saper usare le armi, chi non si adegua alle convenzioni sociali o è matto o è un sociopatico. Con l’aiuto del padre Atticus, Scout scopre che chi ha il coraggio e la determinazione di andare oltre le apparenze scopre gli altri come sono e non come sembrano. “Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli”, dirà Atticus alla figlia di fronte alla strabiliante scoperta di questa che le persone possono essere diverse da come le avevamo giudicate sulla base della nostra univoca (e a volte ristretta) visione del mondo. Ho apprezzato molto che tutta la vicenda narrata sia filtrata dagli occhi di una ragazzina, le cui osservazioni diventano più “mature” man mano che si trova immersa, suo malgrado, nel mondo complicato e ipocrita degli adulti. Alla fine del romanzo Scout ha quasi nove anni ed è molto diversa dalla bambina di sei anni che all’inizio del libro si preoccupava solamente di come trascorrere le vacanze estive senza annoiarsi . Tutti i personaggi sono ben tracciati e Lee Harper è molto brava nel delineare la vita di una cittadina di provincia, dove si riflettono tutti i problemi che travagliano il sud degli Stati Uniti, problemi che di lì a qualche anno esploderanno in conflitti e lotte contro la discriminazione e il razzismo. (less)
Un fastidioso senso di déjà-vu mi ha accompagnato per tutta la lettura di questo libro. Chiarisco che non è colpa di Palahniuk dato che quasi tutti i...moreUn fastidioso senso di déjà-vu mi ha accompagnato per tutta la lettura di questo libro. Chiarisco che non è colpa di Palahniuk dato che quasi tutti i libri già letti che mi sembravano racchiusi dentro “Ninna nanna” sono stati pubblicati dopo (e quindi a rigor di logica sono gli altri che, eventualmente, hanno tratto ispirazione da questo libro). Eppure questa consapevolezza non mi ha abbandonato rovinandomi la lettura. Qualcosa deve pur significare e sicuramente che il libro non mi è piaciuto molto. Scritto bene (e quindi scorre velocemente), trama accattivante e tematiche attuali ma ripetute quasi in ogni pagina del libro e quindi, alla lunga, scappa lo sbadiglio. Il finale mi ricorda troppo (view spoiler)[ “Un lavoro sporco” di C. Moore (hide spoiler)] per sorprendermi. (less)
E se dobbiamo batterci per un futuro migliore, non dobbiamo conoscere il nostro passato e riconciliarci con esso?
Quando leggo un libro cerco sempre di...moreE se dobbiamo batterci per un futuro migliore, non dobbiamo conoscere il nostro passato e riconciliarci con esso?
Quando leggo un libro cerco sempre di trovare il messaggio che vuole comunicare, di capire la tesi che vuole dimostrare: i libri che hanno un messaggio e dimostrano una tesi sono i miei preferiti, soprattutto se posso ricondurre questa tesi a qualche teoria psicologica, meglio ancora se riesco a trovare la dimostrazione di un qualche fondamento clinico. Nel libro di J. S. Foer tutto questo c’è: c’è un messaggio e c’è una tesi che viene ampiamente sviluppata e dimostrata con dovizia di particolari e di eventi a sostegno della tesi medesima. Ma questo è anche il suo limite (almeno secondo me) perché è tutto troppo esplicito, troppo artificioso. La mia impressione, leggendo il libro, è che l’autore abbia prima sviluppato la sua tesi e poi gli abbia “cucito” addosso una storia che, in certi passaggi, risulta macchinosa. Qual è questa tesi? I segreti (celati, rimossi, mistificati) del passato trovano sempre il modo di “emergere”, di far sentire il loro peso sulle generazioni successive, anche quando queste non sanno nulla, a livello consapevole, di cosa è accaduto. Il peso del passato oscura la vita presente nelle forme dell’incertezza, dell’angoscia, del senso di perdita soprattutto perché i segreti vengono trasmessi alle future generazioni attraverso l’ansia degli adulti senza alcuna possibilità di trasformare questa ansia in parole, che aiuterebbero a dare un senso alla sofferenza e al senso di mancanza che dolorosamente può diventare la base su cui si edifica la personalità. Per dimostrare la sua tesi, Jonathan Safran Foer sviluppa il suo romanzo su due piani temporali. Jonathan (giovane ebreo americano in viaggio in Ucraina per cercare le sue origini) racconta la storia di Trachimbrod (con i toni epici, a volte tragici a volte comici, della saga ebraica) sino alla distruzione avvenuta ad opera dei nazisti. Da questo villaggio, Safran (il nonno di cui Jonathan porta il nome) è fuggito verso gli Stati Uniti, grazie all’aiuto di una donna, Augustine. Jonathan ha saputo di questa vicenda da poco: la nonna gli ha dato una foto del nonno (morto poco tempo dopo essere giunto negli Stati Uniti) in compagnia di una donna di nome Augustine. Jonhatan decide di partire per l’Ucraina alla ricerca di questa donna; non sa bene il perché, ma sa che deve cercarla per capire meglio se stesso e conoscere questo nonno di cui sa solo quello che gli è stato raccontato dalla nonna. Intuisce che c’è qualche doloroso segreto di cui la nonna non riesce a parlargli. Il secondo romanzo lo scrive Alex (il giovane ucraino che, insieme al nonno, accompagna Jonathan nella sua ricerca) ed è la storia tragicomica del viaggio reale compiuto alla ricerca di ciò che rimane di Trachimbrod, ma che si rivela un viaggio nella storia del suo paese e della sua famiglia. In entrambi i romanzi, il filo conduttore è l’occultamento del passato e la necessità di dire sempre la verità che, per quanto dolorosa, aiuta a rimanere se stessi e ad accettare gli errori commessi, a essere onesti e autentici con i propri figli senza dover rinnegare nulla di sé e della propria storia. Questa affermazione è valida sia che si tratti di persone sia di un’intera nazione. Non è un caso che il viaggio di Jonathan coincide con i festeggiamenti per il primo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, nella celebrazione di un presente che non vuole ammettere le ombre del passato che portano il nome di antisemitismo e collaborazionismo. La necessità della verità e il rifiuto della menzogna come base su cui costruire la propria vita investe in modo prepotente soprattutto Alex che gradualmente getta la maschera di uomo cinico e superficiale (maschera indossata per assecondare l’immagine che ha di lui il padre) per rivelarsi un ragazzo sensibile che non ha vergogna delle sue ansie e delle sue insicurezze, ma anzi fa leva su quelle per accettare le proprie responsabilità. Per Alex è un’operazione dolorosa perché la maschera è tenacemente attaccata alla sua pelle e senza di essa si trova indifeso e vulnerabile. Parallelamente, chiede a Jonathan di dare ai personaggi che animano Trachimbrod un lieto fine che essi da soli non riescono a cogliere, anche quando la possibilità di essere felici è a portata di mano e dipende solo dalle loro scelte. Jonathan non accoglie nessuna delle richieste di Alex: non si può tacere la verità, anche se è spietata, non si possono tacere le responsabilità di ciascuno nell’adempimento di quello che a posteriori sembra un ineluttabile destino, ma che a ben vedere è il risultato di scelte e omissioni volontarie. La differenza temporale si accompagna a una diversità di stile che riflette la personalità dei due autori. Jonathan racconta le vicende di Trachimbrod in maniera tradizionale, almeno per quanto riguardo lo stile. I personaggi e l’intera storia hanno, però, il sapore delle fondazioni mitiche e vi troviamo tutti i “tipi” e i temi delle saghe ebraiche; gli espedienti grafici (intere pagine con punti di sospensione, titoli dei capitoli con un layout curvilineo) imprimono una specifica coloritura emotiva alla narrazione, stratagemmi che poi J. S. Foer riprenderà con maggiore consapevolezza in “Molto forte, incredibilmente vicino”. Il viaggio alla ricerca di Trachimbrod nell’Ucraina moderna è scritto rispecchiando la scarsa conoscenza che ha Alex della lingua inglese: interi brani sembrano usciti dal traduttore di Google! Sicuramente bisogna riconoscere l’abilità di Foer in questa operazione che fa usare ad Alex parole che, a rigore di vocabolario, sono dei sinonimi del termine corretto ma che, rispetto al contesto, sono sbagliate, imitando il risultato di una traduzione letterale. Bravo anche il traduttore (Massimo Bocchiola) che ha dovuto ricreare lo stesso effetto in italiano. Dal punto di vista stilistico, insomma, una bella trovata ma dal punto di vista del lettore risulta un’operazione che rende difficoltosa e, in certe parti, poco piacevole la lettura. Meno male che, man mano che scrive il romanzo, l’inglese di Alex, grazie anche alle indicazioni di Jonathan, migliora e quindi la lettura diventa più scorrevole. Quindi abbiate fiducia e non vi fate scoraggiare dall’inglese maccheronico di Alex. (less)