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  <description><![CDATA[Prefazione di Antonella Anedda<br/>Postfazione di Cecilia Bello Minciacchi<br/><br/>&quot;Il riparo è figura ossessiva nella poesia di Marco Giovenale. Quarant’anni fa Giorgio Caproni parlava della propria scrittura come della ricerca di «un qualsiasi tetto all’intima dissoluzione non tanto della mia privata persona, ma di tutto un mondo d’istituzioni e miti sopravvissuti ma ormai svuotati e sbugiardati», dopo la bufera di una guerra che aveva lasciato senza tetto, non solo letteralmente, una generazione «quasi interamente coperta […] dai muraglioni ciechi della dittatura». La generazione di Giovenale non ha vissuto dittature né guerre, o lo ha fatto in forme molto diverse; ma non c’è dubbio che a sua volta sia alla ricerca di un tetto. Proprio la forma come riparo (ricovero, claustrazione salvifica nonché soffocante; ma anche riparazione, rammendo a qualcosa che s’è rotto) è stata ai suoi esordî la soluzione cercata e trovata da una poesia, è stato detto, all’insegna «dell’esattezza e dell’essenzialità». Per questo rigore la figura di Giovenale s’è affermata, entro la sua generazione, come la più caratterizzata da una «croce di collimazione» (forse inattuale oggi, quanto sempre indispensabile) fra critica, poetica e poesia.<br/>Il passo ulteriore, compiuto con La casa esposta, è decisivo. Il gesto di fisicamente esporre (anche nel senso fotografico del termine) un’origine od occasione non meno che decisiva, di questo immaginario, mediante il “vuoto” di scrittura che è baricentro del libro (baricentro paradossale in quanto appunto cavo), distoglie l’attenzione da quel vuoto e lo riempie, invece, di una materia verbale di qualità sempre translucida eppure mai come ora dolente, ferita inferta nel freddo «al filo o taglio». Calco e sigillo, fregio e sfregio di una spoliazione e derelizione, evidentemente, tutt’altro che occasionali.&quot;]]></description>
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